
Succede di nuovo, ancora una volta. Passa qualche mese e poi, all’improvviso, il telefono squilla e il tuo nome appare, luminoso, sullo schermo. Ogni volta lo guardo, aspetto che il cuore riprenda a battere e mi domando cosa devo fare. Quanti anni sono passati, da quando tutto è finito? Quattro, cinque, mille?
Penso di averti dimenticato e quando credo di esserci riuscita è come se tu sapessi che è il momento, e fai quel numero, il mio numero.
Non ti rispondo, neanche stavolta. Come le altre volte. Non serve. Tanto tu non mi dirai le parole che vorrei sentire. O forse ho più paura che tu me le dica, e ascoltarmi mentre ti rispondo di no.
Però torna tutto su. Ogni volta torna tutto su. La prima volta che ci siamo visti, il primo bacio, le parole, i prati, le corse, le bottigliette d’acqua, i plaid sull’erba, le sere sulla veranda, i film sul letto abbracciati, l’amore, i sogni, le mattine presto, i sabato sera, i drink sulla spiaggia, i vetri appannati, le sigarette finite, i libri lasciati a metà.
Non ti rispondo, aspetto che il telefono torni muto, tanto so che non proverai di nuovo. Ti basta sapere che ho visto, ho sentito, e letto il tuo nome. Tu lo sai che basta, non c’è bisogno di parole. Ogni chiamata, ogni tre quattro mesi, è solo un tiro di guinzaglio, per ricordarmi che per quanto possa allontanarmi da te, e pensare di essere sola in giro per il mondo, a te basta dare uno strattone per costringermi a voltarmi, guardarti, e ricordarmi che sono, ancora e sempre, roba tua.

È solo una luce bianca, lassù, in mezzo al nero più intenso. Solo una lucina bianca, che magari neanche c’è, che forse vedo solo io, ingannevole scherzo della percezione. È solo una lucina bianca, lassù, cui attacco significati che forse non ha, che certo non sa di possedere. Ascolto il silenzio e quella luce, lassù, pare quasi godere dell’assoluto vuoto in cui galleggia. Sarà ancora lì, domani? Sarà ancora lì, oggi? È mai stata lì, ieri?
Ci attacco significati d’amore, le dono doti divinatorie, immagino che messa lì, in quella esatta posizione, non sia uno scherzo del caos ma precisa volontà di qualcuno, qualcuno che ci ha dimenticati nella tasca scura del cappotto e ogni tanto ci infila una mano, lasciando entrare la luce e qualche alito di vento. È lì per dirmi qualcosa, cosa non si sa.
È solo una lucina bianca, lassù, tra mille altre lucine bianche che fisse, immobili, nel vuoto, disegnano immagini di ricordi, o s’impegnano col cuore a diventarlo. Testimoni ciechi di amori che chissà quanto vivranno, e perché.
Solo lucine bianche, che forse bianche non sono, e neanche luci, piuttosto riflessi altrui, come i sentimenti che ci riempiono e che restituiamo per istinto e non per volontà. Specchi fatti a spicchi, piccoli intarsi di un tutto incomprensibile e inaccessibile, che vaga senza metà e senza scopo, cosa questa che ci fa dannare.
Uno scopo, una meta, inutili disagi, la meta si conosce, per questo la si elude, e si lotta invano per un’alternativa. Meno cruda, meno dolorosa. Che quella mano nella tasca prima o poi ci afferri, uno alla volta, per lasciare che gli occhi si aprano sul mondo, che pur piccoli e insignificanti abbiamo un sacco di cose importanti da fare. E da dire.
O che si aprano sul nulla, che tanto è uguale.

Perché poi, alla fine, è inutile girarci intorno, la realtà è che ti piace, ti piace un sacco, e basta. La realtà è che qualcosa, dentro di te, si automatizza, si robotizza, ed hai voglia a dire che con l’amore ed il sesso bisogna essere caute e riflettere mille volte prima di buttarsi. Niente affatto, non è così, ci hanno mentito tutti, sempre. Da sempre solo vili menzogne.
Quando capitano di queste cose diventi un automa e la testa si volge sempre e solo dalla sua parte, e gli occhi frugano i dettagli e i particolari per trovare, in ognuno di loro, elementi che possano giustificare la tua attenzione, anzi, non fanno altro che amplificare quello che già sentivi come buono e giusto, come se tutto il tuo essere non fosse altro che una vasta giuria popolare che fa “sì” con la testa e ti dice “brava, hai ragione, vai avanti, saltagli addosso”. Ecco com’è.
E ti ci vogliono due giorni per ricordarti che ti faceva male la testa e il dolore, chissà com’è, è svanito, e che avevi i dolori del ciclo e puff, scomparsi, svaniti nel nulla, i dolori e il ciclo stesso, tanto repentinamente da farti accarezzare l’idea che le mestruazioni siano uno stato emotivo e che quindi sia sufficiente incontrare un tipo simile ogni mese per dire addio ai dolori mestruali e forse addirittura entrare in menopausa preventiva. Follia, insomma, follia pura.
Perché tipi del genere non dovrebbero girare così, impunemente, a tradimento, scendendo senza un minimo di preparazione da una macchina qualsiasi per venirti incontro sorridenti quasi avessero già capito tutto e guardandoti per un millesimo di secondo, tanto per farti pensare “si è accorto di me, allora esisto!”.
Che poi, se gli butti le gambe al collo, non è mica tanto colpa tua, eh no. Invece alla fine che fai? Niente. Alla fine resti lì, robotizzata, a muoverti come se ti avessero cambiato il chip con quello di un distributore di bevande calde, e con la tua bella faccia fatta a cialda di caffè d’orzo ottemperi alle sue richieste senza neanche l’idea di un idea che ballonzoli nel tuo cranio desolato.
Brancoli tra i bulloni e le lamiere che formano la tua scatola cranica e devi ammettere, con sommo rincrescimento, che a quel tipo è bastato apparire per ridurti ad un fagotto vuoto. E allora prendi un cono e chiedi, con grazia e soavità: “Che gusti preferisce?”
E allora quello ti fa un sorriso e ti dice: “Fai tu, e che sia buono come te.”, riportandoti in un attimo all’adolescenza, quando bastava essere guardata dal bello della classe per sfoderare sulle guance tutte le tonalità del rosso, dal rosa elettrico al viola.
Poi, se una si toglie il camice, esce dal bancone e ti stampa un bacio sulla bocca, mica te la puoi prendere con lei. Facciamo che è l’estate, il caldo, il sole che da alla testa.
Ah, i tipi come te, che bello risentire il rumore del sangue che scorre nelle vene e il cuore in gola. Che bella quella morsa allo stomaco e la voglia e il terrore dei suoi occhi nei tuoi. Che bella la paura, l’ansia, l’emozione, le parole che non escono, i sorrisi senza motivo, il nascondersi dietro un dito, e pizzicare la mano dell’amica che regge il gioco e lo guarda al posto nostro per sussurrarci sottovoce “si, si, ti sta guardando!”.
L’estate, il caldo, e i tuoi occhi su di me, così nasce questa nuova stagione di amori. Tu, intanto, mangi il gelato.

Nel giorno della Shoah, per non dimenticare nessun crimine contro l’umanità
In ricordo della “Strage di Beslan”, avvenuta fra il 1º e il 3 settembre 2004 nella scuola Numero 1 di Beslan, nell’Ossezia del Nord, una repubblica autonoma nella regione del Caucaso nella federazione russa, dove un gruppo di 32 ribelli fondamentalisti islamici e separatisti ceceni occupò l’edificio scolastico sequestrando circa 1200 persone fra adulti e bambini. Tre giorni dopo, quando le forze speciali russe fecero irruzione, fu l’inizio di un massacro che causò la morte di centinaia di persone, fra le quali 186 bambini, ed oltre 700 feriti.
Ci sono persone che non si sarebbero mai innamorate, se non avessero sentito parlare dell’amore.
L’amore non è una cosa semplice, alla portata di tutti. Il sesso, forse, ma l’amore, quello no. L’amore richiede impegno e disciplina, l’amore vuole applicazione, ingegno, dedizione e desiderio. Non è cosa che si possa imparare seguendo un libretto d’istruzioni. Read the rest of L’amore non è per tutti »

Alyssa Monks – Glass
La morte di un amore non è mai immediata, di colpo, sul colpo. La morte di un amore, spesso, è una lenta, lunga agonia, fatta di momenti in cui sembra che si stia riprendendo e di altri in cui peggiora, fin quasi ad entrare in coma.

Il tradimento non si dimentica. Mai. Puoi superarlo, perdonarlo, se hai molto da fare addirittura accantonarlo, metterlo da parte per un po’, tra le vecchie bollette della luce e le batterie nuove che non ricordi di avere e quindi ricomprerai, ignaro di averle sotterrate in un cassetto. Puoi perdonarlo, e non perdonarti di averlo fatto, e quindi rinfacciarlo ad ogni occasione. Puoi tacerlo, per nascondere nel cuore la vergogna e il male, oppure raccontarlo a tutti, quasi vantandoti del torto subìto, per spiegare meglio quanto sia stato ingiusto e doloroso e meschino compierlo ai tuoi danni.
Ma dimenticarlo, no, questo proprio non puoi farlo.
È proprio notte, stanotte. È una di quelle notti così buie e profonde da non riuscire a ricordarne un’altra uguale. Non è solo perché sei uno straniero, anche dalle tue parti fa notte, tutte le notti. Però mai così, mai così tanto. È già da un po’ che ci pensi, alle tue parti, e anche se non dovresti concedi spazio alla nostalgia, la bestia ingorda che ti afferra alla gola e ti riempie gli occhi di solitudine gelida.
Voltati, guardami negli occhi adesso, e tienimi la mano. Siamo qui, uno di fronte all’altra, la testa sul cuscino, gli occhi negli occhi e io che ti dico dimmi, ti prego, dimmi com’è. Apri il cuore, fai volare la mente e dimmi, dimmi veramente com’è, perché io non sono capace, non lo so come si fa.
Dimmelo tu come si fa [tu che lo sai, tu che ti ho visto tante volte] ad essere felici. Raccontami, svelami il mistero, spiegami perché, ad un tratto, i tuoi occhi fanno più luce del sole e il tuo sorriso, [quanta luce, quanti colori e quanta musica] sembra avere dentro tutto l’universo.
Dimmi quante stelle vedi brillare quando il tuo cuore batte più forte [quanta emozione su quelle guance arrossate e in quegli occhi lucidi] e perché non riesci a trattenere i baci, e le tue braccia, le tue mani, tutto vola nell’aria come un bambino che corre felice nell’abbraccio della madre.
Raccontami la gioia, usa le parole come un pennello e dipingimi la felicità come la vedo sul tuo volto, dimmi perché le tue lacrime hanno quel sapore dolce [dimmi da dove arrivano, non sono amare come le mie, che scendono giù dalle ferite] spiegami bene ti prego perché io non lo so, non sono capace [nessuno mi ha insegnato come si fa] ad essere felice. Non lo sono mai stata.
Vorrei essere capace, adesso, di essere felice, come sono capace di parlare al cuscino su cui ti sei addormentato tante volte [dopo l'amore, il sorriso dolce sulle labbra, “ti amo” prima di chiudere gli occhi] anche se tu non ci sei più.