If i can

 

Se potessi tornerei a quel momento esatto in cui… ma un momento esatto non c’è.
C’è stato solo un tempo meraviglioso, che esisteva solo per noi, e di cui nessuno si è accorto, e che non ci ha mai risparmiato gioia o dolore, emozione e noia, eccitazione e pace. Se solo non avessimo smesso di cercarci nei nostri occhi.
C’è stata una vita che abbiamo vissuto senza sapere che sarebbe finita. Ci sono stati respiri con cui abbiamo riempito le stanze e posti dove abbiamo fatto l’amore, così tanti, che ovunque volgi lo sguardo vedi noi due, dal letto al divano, dal tavolo al giardino, dalla doccia al tappeto, la macchina, la spiaggia, la panchina e mille altri ancora.
C’è stato un futuro da sognare, che ci ha deluso, e progetti immaginati e lasciati tra gli scatoloni e la polvere e un addio consumato di corsa, il taxi in attesa fuori il cancello, le lacrime ricacciate indietro e la voglia di dimenticarsi in fretta. Per non soffrire, per non capire.
Ciao amore, tu non lo sai ma io avrei lottato per noi, se lo avessi voluto anche tu. Invece ti ho visto cancellare ogni traccia di noi come se non fossimo mai esistiti, come se fossimo stati un amore estivo…
Credere, dovrei credere in qualcosa adesso, ma è come se fosse venuto un prete a dirmi che Dio non esiste. Questo era, il nostro amore, e darei tutto quello che ho, per riaverlo indietro. Anche senza di te.

40 + 16

Due notti magiche, e sei anni in mezzo. Nessuno potrebbe capire, e fino a ieri nemmeno tu, cosa vuol dire. Se si tratta di pazienza folle, o di in-sano masochismo, e tu sicuramente diresti la seconda. Perché siamo simili in tante cose, anche in questo.

Io parlerei degli sguardi, prima di tutto. Provare quella sensazione meravigliosa per cui i contorni di chi hai di fronte diventano i confini dell’universo ed oltre quelli solo colori sfumati, forme indefinite di esseri forse umani, forse no, chi lo sa e a chi interessa, poi.

Poi direi delle parole, quelle che escono rapide senza retro pensieri e auto censure. Quel parlare sereno, libero, come davanti a noi stessi in realtà davanti a qualcuno che conta quanto, se non più, di noi stessi.

Poi racconterei di un braccio su una spalla, di una mano nella mano, di un contatto fisico tanto cercato quanto naturale, un contatto che è bisogno di realtà, di allontanare la paura che sia ancora, un’altra volta, solamente un sogno.

E poi finirei con i baci, ma qui diventerei banale perché dovrei dire che è scomparso un intero universo, e che il tempo si è preso una lunga pausa, e finalmente la sorte ed il fato ed il destino hanno deciso tutti insieme di andarsi a fare un lungo giro, e smetterla di mettere i bastoni tra le ruote a chi cerca soltanto amore, ed ha avuto la pazienza di aspettarlo anche quando ha creduto che non sarebbe passato più, con il tram della notte.

E amore è stato, anche se non vuoi chiamarlo così, anche se ho paura di chiamarlo così, perché il tuo cuore è fatto di milioni di pezzi. Così come il mio.

E allora ti chiedo, sussurrando, piano piano: perché non li mischiamo, tutti questi pezzi, e ne facciamo uno solo, così grande che possa finalmente resistere e superare la grande prova. Quella di una lunga, dolce, tenera e infinita Storia d’Amore?

Return to innocence

Si torna indietro per raccogliere qualcosa perduto per strada. La speranza di ritrovarlo, che nessuno lo abbia raccolto e gettato via.
Non tutti sanno riconoscere un tesoro. Ciò che per noi ha un valore inestimabile, per altri è poco più che niente.
Si torna indietro per non morire, si torna indietro per ritrovare pezzi di se stessi ai quali si credeva di poter rinunciare. E invece no.
Si torna indietro per accorgersi di aver sbagliato, e trovare la forza di ammetterlo e riprendere il cammino dove si era interrotto. E non importa il tempo perso. Non importa gli errori commessi per un motivo sbagliato.
Ciò che conta è ritrovare quelle strade, cambiate si, ma l’odore è sempre quello, come l’atmosfera e il rumore della pioggia. E poi i tuoi occhi dove ancora, dopo mille anni, e tra mille altri ancora, io rivedo me stessa.
E un amore che, così, nessuno mai.

Killing Facebook

Amica: Ciao Titty! Quanto tempo!

Titty: Eh si, saranno passati 20 anni…

Amica: Ed io nel frattempo mi sono sposata, ho due figli e lavoro per una compagnia telefonica.

Titty: ….

Amica: Ti va di rivederci?

Titty: Uhmm, no.

Amica: Perché no??

Titty: Preferisco ricordarti da viva.

I mostri

Marco fece nuovamente quello che mille volte si era ripromesso di non fare più. Dopo aver osservato attentamente il volto della donna, particolare estetico che più di ogni altro lo interessava, lasciò scivolare lo sguardo alla mano sinistra, per verificare la presenza della vera matrimoniale. Attese che le dita si aprissero e poi, vedendola, tirò un sospiro di sollievo. Poteva andare avanti.

Era fatto così, Marco, e per quanti sforzi facesse, nei momenti di tranquillità sentimentale, non riusciva a togliersi il vizio di corteggiare donne sposate. I motivi erano diversi, non ce n’era solo uno. Gli piaceva la competizione, il dimostrare a se stesso di essere meglio dell’altro. Gli piaceva la facilità con cui molte donne cadevano nella sua rete, bramose solo di attenzioni e di sguardi finalmente interessati. Gli piaceva fare ad altri uomini quello che aveva subito anch’egli, tanti anni prima. Gli piaceva scoprire ogni volta quanto fosse facile carpire l’attenzione di una donna trascurata, insoddisfatta, e come poche parole e pochi sguardi aprissero in lei mondi dimenticati e sconosciuti. Gli piaceva anche, elemento non da poco, il fatto di non rischiare quasi mai nulla, considerando che raramente queste donne chiedevano qualcosa di più, schiacciate dalle responsabilità di figli piccoli e di famiglie da curare. A loro bastava avere un uomo per il quale sentirsi belle, desiderabili, affascinanti. A lui era sufficiente lasciarglielo credere il tempo necessario per il suo divertimento. Alla fine, quando si era stancato, o la ragazza cominciava a diventare pressante, svaniva nel nulla così come era comparso. D’altro canto non forniva mai indicazioni precise sulla sua vita ed il numero di cellulare cambiava insieme alla donna.

Dopo, al termine della relazione, che non durava mai più di tre, quattro mesi, Marco lasciava decantare l’epilogo immaginando con quanta fatica la sua amante sarebbe rientrata nella vita quotidiana. La immaginava trattare con maggior durezza e disprezzo il marito, la immaginava piangere per il suo infame destino, la vedeva progettare nuove ipotesi di vita, magari separata, magari pronta a cadere di nuovo nella trappola dell’amore. Marco non le dimenticava e, a distanza di qualche mese, tornava a spiarle, di nascosto, per vedere gli effetti devastanti che ha un amante nella vita di una coppia. Difficile credere che gli dispiacesse. Più facile accorgersi di come questo gli procurasse forse ancora più piacere di quando trastullava l’ignara vittima tra le lenzuola di un letto d’hotel.

Teneva un quaderno, gelosamente custodito nel comodino sotto la biancheria, sul quale soleva annotare i nomi delle ragazze conquistate, il loro stato civile, sposate, conviventi, fidanzate, e l’epilogo che la relazione aveva avuto. Quante avevano lasciato il partner, quante erano rimaste con lui tristi e insoddisfatte, quante avevano sfogato la delusione gettandosi su altri amanti.

E lo zoo umano si arricchiva di altre attrazioni…

Red carpet

Qualora dovesse interessarvi…

XXI Century

Il tuo sorriso, che meraviglia di luce e di colori. È splendido, bianco, luminoso. E resta così, immutato, mentre aspetto parole che non escono, da quelle labbra rosse e morbide, disegnate ad arte da un genio.

I tuoi capelli, che meraviglia di lampi e di riflessi. Hanno il colore della notte stellata e sono morbidi e preziosi, e non ti lasciano scampo dal desiderio di accarezzarli. Ma non escono pensieri, nemmeno empatia e percepisco assenza e silenzio e vuoto sotto di loro.

I tuoi occhi, così azzurri, specchiati, così limpidi e puri, e aspetto un lampo di luce, un’ombra notturna ma niente, nemmeno un cenno di vita mi giunge. Solo il gelo del ghiaccio di cui, avvicinandomi a te, sembrano fatti.

Le linee morbide del tuo corpo, che meravigliosa armonia di forme, quel torace e quei fianchi. Le gambe robuste e snelle ed il sedere alto e sodo, e poi la schiena, meraviglia delle meraviglie, così diritta e ampia, appoggio ideale per le mie mani che scendendo su di essa si fermerebbero alla base, per stringerti forte e tirarti verso di me. Ma non avverto brividi, nessun fremito lo percorre e nemmeno il respiro pare essere vero, l’aria ti attraversa senza modificarsi, entra ed esce delusa e spaurita.

Questo sei tu. Così bello. Così inutile.

 

 

 

 

Addis Abeba

Lei ha 26 anni, vive in Italia, a Roma, dove frequenta l’università e trascorre l’altra metà della giornata a lavorare, per pagarsi l’affitto e le spese.

Roman è una ragazza meravigliosa, che sorride sempre, che non si lascia abbattere da nulla, e che ogni tanto, anzi, ogni molto, riesce a tornare a casa, in Etiopia, dove è nata e dove c’è la sua famiglia.

Tra tanti pregi un difetto ce l’ha, è una fan del mio blog. E ci vogliamo bene e quando siamo insieme combattiamo il razzismo a modo nostro, con l’ironia, con dialoghi surreali dove io faccio battute e lei risponde dandomi corda, nella speranza che, nel nostro piccolo, possa servire a rendere questo mondo appena appena migliore.

 Romy - Addis Abeba

 

T: Ma come ci vai in Etiopia?

R: Con il cammello.

T: Non ti conviene l’aereo?

R: L’aereo?? E mica ci stanno gli aereoporti, in Africa.

 Romy - Addis Abeba 2

 

T: Posso chiamarti al cellulare mentre sei lì?

R: Solo il primo giorno.

T: E poi?

R: E poi basta, il secondo giorno mi si scarica la batteria e dove la trovo una presa elettrica nella capanna di fango e bambù.

Come le foglie

Succedeva più o meno di questi tempi, ancora un mese, era giugno mi pare. Le valigie con le magliette a maniche corte, nelle tasche una promozione scolastica e la più fresca delle allegrie. C’era l’autostrada da fare, che pareva tanto lunga quanto ora non è più, ora che l’ho percorsa avanti e indietro tante volte. E poi c’era la casa da aprire, c’era da farle prendere aria, così diceva la mamma. C’erano i materassi un po’ umidi, le lenzuola pulite e fresche, le finestre di legno da spalancare ed un sole che qui, in città, te lo potevi sognare.

C’erano le amiche da ritrovare, quelle che solo durante le vacanze e allora c’è un anno intero da raccontare. Le avventure, quelle vere e quelle solo sognate, così belle da credere accadute. C’era il muretto, la sera il gelato, la passeggiata e gli sguardi rubati, le panchine per gli abbracci, le dichiarazioni d’amore, le dediche sul diario.

C’erano le macchine di quelli più grandi, la paura di salirci sopra che mamma non vuole, c’erano i trucchi nascosti nella borsetta che prima di tornare a casa serve una fontanella per sciacquarsi la faccia e una gomma da masticare che altrimenti si sente che hai fumato.

Mi sembra uguale come tornare qui. Un posto pieno di cose che forse adesso non esistono più, un posto per la nostalgia di ciò che è stato e che fa sorridere chi è andato oltre, bruciato i tempi e le avventure e non si eccita certo per uno sguardo, per una parola, per un sentimento.

Torno qui e provo a riaprire le finestre, a far prendere aria, per provare ancora a vivere come piace a me, con la mente lucida e la giusta velocità, perché non mi è mai piaciuto farmi raccontare la mia vita dagli altri, tanto meno correre così velocemente da perdermi la bellezza del panorama.

Piano ed in punta di piedi torno qui, perché quella che un giorno ho visto di spalle allontanarsi da me ad un tratto, inspiegabilmente, si è voltata, ed è tornata indietro per dirmi “sono ancora io… sei ancora tu”.

My Time

 

Percorro queste nuove strade, provo ad imparare i loro nomi, cerco insegne luminose che possano fissare la memoria e rendere un angolo diverso da un altro. Avevo i capelli che sfioravano appena la base del collo quando decisi di lasciare tutto quello che avevo. Oggi scendono lungo le spalle, coprono i seni e solleticano quasi l’ombelico, ed io non ho ancora finito di cercare. Il mio posto nel mondo. La mia casa, lo so, sono io. Ma il posto, che ogni volta che penso di averlo trovato mi trovo ad andare via, quello mi sembra sempre più difficile da trovare. Non metto radici, continuo a vagare per le strade del mondo, forse perché una vita sola non mi basta, e ne voglio vivere più possibile.

Il mondo è mio. Il tempo è mio. Non lo rubo a nessuno. Tutto quello che uso, sappiatelo, è roba mia. Non ho rimpianti, grande cosa. Qualche rimorso, ma è poca cosa. La mia colpa, unica è vera, adesso la conosco e la accetto. So qual’è. Sono diversa. Diversa da troppi di loro. Diversa quando penso, diversa quando agisco, diversa perché per me è normale quel che per loro è straordinario, o strano, o incomprensibile. Sono diversa perché accetto che gli altri siano diversi da me. Diversa perché l’egoismo non è fare quello che ci pare, ma pretendere che gli altri agiscano come vogliamo noi. Io ti ho lasciato fare, con l’unica pretesa di poter fare altrettanto. La mia colpa è essere diversa. Troppo diversa. La differenza è che oggi questo non mi fa più male. Li ho osservati per tanti anni. La mia colpa, oggi, mi rende fiera di me.

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