La Farfalla allo Specchio

La stanza per l’interrogatorio è pronta da un pezzo, e le cose sono tutte ben messe al loro posto. C’è il tavolo, le due sedie, gli incartamenti impilati e sistemati dentro le cartelline, la bottiglia d’acqua e il posacenere.

La lampada al neon getta una luce fredda e biancastra, da sala operatoria, su tutto l’ambiente, cosicché l’agente di custodia, in piedi accanto alla porta, sembra ancora più pallido di quanto non sia.

In realtà è solo teso e preoccupato, per un incarico che avrebbe rifiutato volentieri, se solo avesse potuto. Lui come tutti i suoi colleghi, nessuno escluso. Sull’unica sedia occupata, infatti, siede niente meno che Greta Leo, la più nota e crudele criminale del momento, un autentico mostro di malvagità e ferocia, nonostante, all’apparenza, sia solo una graziosa ragazza di nemmeno 30 anni.

L’agente di custodia sembra fissare un punto indefinito davanti a sé, sulla parete opposta, ma in realtà sta utilizzando la visione periferica per controllare la donna evitando accuratamente d’incrociare il suo sguardo. Gli è capitato di farlo una volta, e non vuole assolutamente ripetere l’esperienza.

In quegli occhi regnano un gelo e una rabbia che fanno rabbrividire di paura vera, una paura che viene voglia di correre a perdifiato più lontano possibile gridando fino a spaccarsi la gola.

Tuttavia Greta non lo guarda affatto, impegnata anch’essa nel fissare un punto immaginario davanti a sé e perduta dentro pensieri che nessuno è in grado d’interpretare. Nessuno al mondo.

Nessuno tranne la persona che sta per entrare in quella stanza e che deve interrogarla. La stessa persona che l’ha inseguita, scovata e infine catturata. La persona considerata la numero uno nel campo. La migliore. Selina Bivio, laureata in psicologia e criminologa di fama mondiale.

È una strana storia questa, ricca di curiosi dettagli e strane coincidenze. Come, per esempio, che siano nate entrambe lo stesso giorno, mese, anno, e per di più nella stessa città e nello stesso ospedale. Oppure come il fatto che sia stata proprio Greta a cercare Selina per fare in modo che fosse lei, la dottoressa Bivio, ad occuparsi del caso e mettersi sulle sue tracce.

Per non parlare della cattura, che ai testimoni oculari parve più un incontro che un arresto. Nessuno ebbe l’impressione di trovarsi davanti ad un’operazione di polizia, quanto piuttosto ad un evento che il destino voleva a tutti i costi si compisse. Come se metterle una di fronte all’altra fosse l’unico modo per risolvere le loro vite.

Selina sta facendo aspettare Greta di proposito, utilizzando una tecnica già sperimentata. Sa bene che generare ansia, impazienza e stanchezza porta sempre buoni risultati specie se poi, durante il confronto, si riesce anche a far perdere il controllo all’imputata. In questo caso, però, sarà dura, perché Greta è fredda e glaciale come nessun’altra.

Selina non ci pensa e non ci bada. Dentro di sé sa che può farcela, che può vincere, se resiste al desiderio di cedere le armi alla rabbia e al rancore, perché è molto più forte di Greta. Lo è per intelligenza, per carattere, per cultura e per valori morali. Insomma, senza falsa modestia tra le due non c’è partita.

Gli sguardi di chi siede nella stanza accanto, separata solo da un vetro travestito da specchio, tradiscono apprensione e paura. La posta in palio è alta, e non sono ammesse sconfitte.

Ci sono i rappresentanti del governo, il capo della polizia, altre illustri personalità. Ci sono anche i genitori di Selina in quella stanza, seduti timidamente in un angolo, all’insaputa della figlia.

Selina è nel suo ufficio, in piedi davanti allo specchio. Osserva attentamente quel volto riflesso cercando negli occhi, nelle labbra, in un’espressione qualcosa che le somigli, che le appartenga davvero.

Il freddo che quell’immagine le rimanda, però, quel senso di rigorosa razionalità che nota in quella figura slanciata e bella, sembrano appartenere a qualcun’altra, non a lei. Eppure è così che vuole essere, così che vuole mostrarsi. Così decise, tanto tempo fa.

Peccato che essere e mostrare siano cose troppo differenti per sovrapporsi perfettamente una all’altra. Alla figurina del mostrare scappa sempre fuori qualche pezzetto di essere che puntualmente lei nota, pure se il resto del mondo pare non farci caso. È per questo che forse è giunto il momento di rivedere qualcosa, di cambiare qualcosa.

Controlla un’ultima volta l’orologio, poi prende la borsa e si lascia alle spalle l’ufficio, in preda ad un’agitazione nuova per lei, considerata da tutti una gelida macchina da guerra, capace di vivere per il lavoro 24 ore su 24, senza mai cedere alla stanchezza o ai sentimenti.

Ambiziosa, volitiva, capace e razionale, testarda al punto da piegare uomini e cose al suo volere, con le buone o le cattive. Ammirazione e paura si mescolano in tutti quelli che, in un modo o nell’altro, hanno a che fare con lei. Colleghi, superiori, sottoposti, criminali, tutti la temono e la stimano in ugual misura anche se alcuni, quelli più smaliziati e intelligenti, hanno compreso da tempo che Selina è tanto una profonda conoscitrice dell’animo altrui quanto ignara del proprio.

Quando finalmente varca la soglia della stanza, l’agente di custodia si raddrizza prontamente, salutandola con deferenza e un po’di timore. Quello che sta per cominciare è un confronto al quale sarà doloroso assistere, ed il fatto che tutto ciò sia inevitabile non consola nessuno.

Selina prende posto dinanzi a Greta senza degnarla di un solo sguardo, né di una parola. Poi sistema con cura le sue carte e si versa lentamente dell’acqua.

Greta continua a fissare dritto davanti a sé, solo che adesso, invece di un punto indefinito, sulla sua traiettoria ci sono gli occhi bassi di Selina, impegnata a fingere di essere ancora occupata.

Quando infine le sue mani trovano pace e l’anima sembra pronta, blocca ogni movimento e solleva il capo, in modo che le due traiettorie s’incontrino a metà strada, per cominciare una specie di tiro alla fune come se un ideale filo unisse gli occhi di Selina a quelli di Greta con un fiocco rosso a segnare il mezzo.

Per almeno un minuto tengono gli occhi fissi in quelli dell’altra, poi una delle due finalmente cede, ed è Greta a farlo.

Greta: Ti ci vuole ancora molto? Cazzo, ma non sei neanche capace di fare un interrogatorio? Ma sei così scarsa?

Selina: Tu sei molto brava, invece. Sei riuscita a farmi tre domande con una frase sola.

Greta: Te la farò passare in fretta la voglia di giocare con me, stronzetta! Io posso tutto, ho il controllo assoluto su di te!

Selina: Dimmi perché l’hai uccisa Greta.

Greta: Perché non valeva un cazzo, valeva meno di niente, una nullità assoluta, un peso morto. Per la sua famiglia, per la società, per tutti. Non era in grado di affrontare niente, di dimostrare niente. Non meritava di vivere.

Selina: E allora hai pensato bene di ucciderla. Lentamente, giorno dopo giorno, attimo per attimo, senza nessuna pietà.

Greta: Ho fatto quello che dovevo fare, e se tu sei così stupida da non capire che era l’unica cosa da fare, è un problema tuo.

Selina: E come reagiresti se ti dicessi che lei non è morta? Che è ancora viva?

Greta: Ahahahah!! Cazzate! Tutte cazzate! Ma chi vuoi prendere in giro, eh? Io so fare bene il mio lavoro, cocca. L’ho distrutta, devastata, sono stata lenta ma inesorabile. L’ho ridotta una larva, capace solo di autopunirsi, come se già non bastassi io a farlo. L’ho portata ad odiarsi più di quanto la odi io. Fino al colpo di grazia.

Selina: Eppure non è morta, cara Greta.

Greta: Certo che è morta! Che cazzo stai dicendo? È morta e sepolta, l’ho vista io, con i miei occhi.

Selina: Niente affatto. Era conciata male, questo è vero, ma non abbastanza perché non riuscissi a salvarla.

Greta: Mi stai mentendo! Tu mi stai volutamente e spudoratamente mentendo! È morta! Non esiste più, l’ho annientata, cancellata dal mondo quell’incapace, quella stupida, quella…

Selina: Ti stai scaldando troppo, Greta, poi ti fa male.

Greta: Non ti azzardare a dirmi cosa posso e cosa non posso fare Selina! Solo io posso, solo io! Tu non sei niente, non sei nessuno. Tu esisti solo perché esisto io, senza di me non saresti niente, niente! Sei arrivata dove sei ora solo per merito mio. Per merito mio!

Selina: Lo credi davvero, Greta? Ci credi davvero a quello che dici? Io ho un’altra teoria, invece.

Greta: Cos’hai tu? Una teoria? Ma fammi il piacere! Una teoria tu. Sei ridicola. Ridicola e patetica.

Selina: Le tue parole non mi fanno più male, Greta. È un problema questo, per te?

Greta: Non fingere con me, stronzetta! Credi non lo sappia che ogni mia parola è una pugnalata per te? Ma chi vuoi fregare? L’unica idiota che puoi fregare è te stessa, scema!

Selina: Lo sai che in parte hai ragione? È vero, si, è stato così. Per tanto tempo. Ma ora non più. Ora basta.

Greta: Ora e per sempre, Selina, ora e per sempre. Sei nelle mie mani, sei sempre stata nelle mie mani. La mia bambola preferita in carne e ossa. Che bello usarti come una bambola, sei così…così…manovrabile. Posso farti fare tutto ciò che voglio.

Selina: Mi stai manovrando anche adesso, Greta?

Greta: No, ora no. Ma per mia scelta. Voglio dimostrarti che non vali niente, che sei un incapace, una stupida inutile bambola di pezza.

Selina: Hai fatto male i tuoi calcoli, Greta, molto male. Un errore veramente grossolano. Non avresti dovuto lasciarmi un solo istante.

Greta: E perché? Sei capace di fare qualcosa da sola, tu? Ma non farmi ridere!

Selina: Io posso tutto, Greta, tutto. Perché se sono riuscita a fare ciò che ho fatto nella vita, nonostante te, posso veramente fare tutto, e meglio di chiunque altro, se mi ci metto.

Greta: Se ti ci metti? Ahahahaha!! Illusa! Stupida! Se ti ci metti! Ahahahahh! E quando mai ti ci sei messa, se davanti alle difficoltà sai solo scappare!

Selina: Invece eccomi, Greta. Qui, davanti a te. Mi ci sono messa alla fine, hai visto?

Sei finita. È te che devo chiudere, te che devo far tacere, non il mio cuore, o le persone che amo. Ho i miei obiettivi, Greta, e ho tanto amore, dentro di me. Non ho più intenzione di sprecare niente. È la mia vita, è tempo che io me la riprenda.

Greta, sguaiatamente e con il volto deformato dall’ira, continua a ridere forte. È una risata cattiva, malvagia, diabolica. In quella risata, semmai ce ne fosse ancora bisogno, Selina percepisce pienamente tutto l’odio e la rabbia che Greta si porta dentro.

Com’è semplice, adesso, capire quanto l’odio e la rabbia possono essere un freno, un ostacolo insuperabile, una zavorra che impedisce qualsiasi movimento.

La decisione che Selina ha dentro da secoli prende corpo e forza in pochissimi istanti. Si alza di scatto e veloce come una pantera raggiunge l’agente di custodia, sempre fermo accanto alla porta. Con un gesto rapido gli sfila la pistola, prende con cura la mira e spara!

Un colpo solo, secco, preciso, al centro della fronte, a cristallizzare il volto di Greta in una maschera orribile, spaventosa, come se tutto l’odio del mondo fosse morto con lei, come se fuori da quella stanza fossero rimasti solo amore, gioia, serenità e tanto tanto sole.

La faccia di Greta crolla di schianto sul tavolo mentre la pistola scivola via tra le dita di Selina e finisce a terra, con un tonfo sordo.

Dietro il finto specchio gli uomini si scambiano strette di mano e gioiose pacche sulle spalle. In un angolo i genitori di Selina si stringono in un dolcissimo abbraccio cedendo volentieri al pianto.

“Sono orgoglioso di mia figlia” dice lui, mentre lei annuisce ridendo tra lacrime di gioia. Nel cuore di entrambi solo il desiderio di abbracciare forte quella figlia che mai avevano amato per quanto era giusto, per quanto meritava. Un abbraccio che non le avevano mai concesso e che, da ora, non le sarebbe più mancato.

Selina guarda Greta, la testa riversa sul tavolo e il sangue scuro, quasi nero, a formare una macabra pozza che dal piano del tavolo scivola denso sul pavimento, poi sente venirle meno le forze, sente cedere le gambe, le palpebre diventare pesanti e insostenibili. Sapeva che sarebbe stata dura ma forse sperava non così. Non così tanto.

L’agente di custodia, che fortunatamente è proprio dietro di lei, fa giusto in tempo a tendere le braccia per sorreggerla, mentre Selina perde i sensi e scivola giù.

È ormai giorno fatto, quando Selina riapre gli occhi sul mondo, e sul soffitto della propria stanza. Fruga nella sua testa alla ricerca delle giuste coordinate ma le ci vuole un po’ per capire che giorno è, e dove si trova.

Poi la porta, dopo un timido bussare, lentamente si apre lasciando che i profumi dolci di un caffellatte fumante e biscotti appena sfornati invadano la camera di vita, di sapori e di colori che regalano emozioni anche ad occhi chiusi.

Dietro il vassoio c’è il volto comprensivo di sua madre, che le sussurra un buongiorno carico di tenerezza per poi appoggiare la colazione sul comodino di fianco al letto. Scosta un po’ le tende, permettendo ad altra luce di portare vita in quella stanza, poi siede sul bordo del letto, accanto a Selina, per scostarle i capelli dal volto e posare un bacio su quelle guance morbide e appena rosate. Con quel bacio, e gli occhi chiusi, le sembra di tornare indietro nel tempo e di baciare la Selina che, da bambina, piantava grane per non andare a scuola e rifiutava il latte perché era roba da bambini, e lei aveva ormai 9 anni compiuti. Pensa ai baci persi, non dati, dimenticati per la fretta o l’amarezza della vita, e non sa darsi pace.

Selina le sussurra un "grazie mamma" che vale più di mille assoluzioni. Rimasta sola si tira su, la schiena alla spalliera, e mangiando si domanda se tutto ciò che è accaduto, è accaduto davvero o lo ha solo sognato. Depone il bicchiere sul vassoio e proprio allora squilla il telefono. C’è Marco Lorenzi, dall’altra parte, il suo più stretto collaboratore.

-Buongiorno, dottoressa, disturbo?- dice lui con il tono di chi è già in piena attività, e da un pezzo.

-No, Marco, figurati. Dimmi tutto.- dice lei con la voce ancora aggrovigliata al sonno.

-Scusami se ti disturbo a casa ma questa notizia l’aspettavi da tempo e allora…-

-Lei?- chiede Selina mentre la nebbia si dirada e i pensieri tornano chiari.

-Si Selina, Greta Leo è morta stanotte, nella sua cella. Le cause sono ancora da stabilire ma pare che siano naturali. Forse un infarto.-

-Sono libera allora…-

-Bene, così t’invito a cena- ci scherza su Marco.

-E io ci vengo. Non posso restare a casa, di sabato sera.-

-Direi di no. Non più.-

Si alza dal letto e raggiunge la finestra che da sulla strada. Guarda giù e le sembra, per un attimo, di essere capace di volare. Le ali, pensa sorridendo Selina tra sé e sé, ho ritrovato le mie ali. E sul vetro vede riflessa la più bella delle farfalle.

 

 

 

 

 

 

 

 

Un bacio Silvia, tutto per te.

Aspettando Pixeleen

Non ho avuto abbastanza tempo per conoscerla bene, ma è stato sufficiente, però, per imparare ad apprezzarla. Sono una che si affeziona, io, e l’amicizia è sempre stata la molla principale, una volta entrata nel mondo dei blog e fatte le mie iniziali esperienze, a spingermi verso le persone.

Mi piacevano molto i suoi post, il suo blog era uno di quelli che leggevo con più piacere, mi faceva venir voglia di farmi un thè con i biscotti. Non era mai banale, mai superficiale e questo, nel variegato mondo dei blog, era una vera rarità.

Ricordo quanto mi ero divertita nel tracciare, insieme ad Asia, il profilo del suo personaggio per quel famoso post in cui immaginavamo un incontro tra tutti quanti noi blogger amici. E non potrei mai dimenticare che era proprio lei a pronunciare la famosa parola: “Pistacchi” che inspiegabilmente mi fece ridere per mesi fino alle lacrime.

Non è mai stata una mia assidua commentatrice, ma non lo era per natura. Dipendeva dai post e dal momento, e devo ammettere che ci siamo incrociate in uno poco felice per entrambe. Però Pixeleen manca. Manca molto e non solo a me, che forse lo sto mettendo per iscritto per la prima volta. Lei manca molto anche ad altre persone, quelle più interessate a chi c’è dietro un pc, piuttosto che a un accesso o un commento o un link in più. Manca quella sua aria incantata, quel suo cadere a volte dalle nuvole, il suo amore per la musica e l’arte.

Manca perché faceva parte integrante di quel gruppo che credevo inossidabile, e che dopo liti e rotture si è nuovamente rinsaldato, cementandosi su basi molto più solide e per questo adesso stabile, fondato sul confronto e sul rispetto reciproco, per tacere dell’amore che unisce alcuni/e di noi.

Pixeleen, nei miei desideri, è la quarta Divas. Sarebbe una grandissima gioia, per me, vederla tornare nel web e poterglielo chiedere. Dentro di me non credevo avrebbe resistito tanto senza il blog e invece, purtroppo, mi sbagliavo.

Chiunque le voglia bene, o abbia imparato come me ad apprezzarla per le sue qualità, ha già tentato in ogni modo di farla recedere dai suoi propositi, e di rimetterla alla tastiera. Finora nessuno c’è riuscito. Io, cara Pixie, non ti chiedo nulla, aspetto solo. Questo non vuol dire che la tua assenza non pesi e che non speri, ogni giorno, di vederti tornare. Sappi che, qualora così fosse, io sarei felice prima di tutto per te, poi per noi, che ti leggevamo e vivevamo quotidianamente. Poi ci sarebbe subito la riunione delle Divas per chiederti di partecipare.

Magari è solo un sogno. Magari no.

Regalo di Natale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La via del Mare, stasera, è un cielo stellato colorato di rosso, come un presepe fatto d’automobili. Le vedo appena, sfumate come attraverso un filtro flou, tra le palpebre socchiuse per la stanchezza e il sonno. Solo adesso mi accorgo che è notte, solo adesso mi accorgo che fa freddo, che l’inverno è arrivato, che il Natale è alle porte.

Lo so perché ho scartato il mio regalo, oggi. Lo so perché oggi ho riascoltato, dentro il cuore, la fragile emozione dei mattini da bambina quando, in pigiama e pantofole e ancora intontita dal sonno, sgranavo gli occhi sui pacchetti accatastati sotto l’albero.

Un Natale tanto atteso eppure giunto in anticipo, in un gelido pomeriggio del 22 Dicembre. Sembrava che il Destino non volesse, sembrava pronto a tutto per impedirmi questa gioia. Mi aveva concesso, magnanimo, solo una carezza lieve e breve, durante una calda mattina d’estate, un lampo veloce e carico d’emozioni inespresse che invece di placare il desiderio l’aveva alimentato.

Oggi, invece, ho avuto finalmente il mio regalo, il mio Natale. Non l’ho aspettato, no. Sono corsa verso quel dono quasi temendo che qualcosa, o qualcuno, me lo portasse via. Ho aspettato quieta che quel cancello si aprisse mentendo a me stessa per pensare ad altro, senza riuscirci neanche per un secondo, per poi andargli incontro e stringerlo, quel prezioso dono, tanto forte e tanto a lungo da credere che mai gli avrei concesso di scioglierlo, quell’abbraccio. Poi i baci, le carezze, il tumulto del cuore e gli occhi, a scorrere quel dono come se non ci fosse domani, a chiedere alle mie mani la prova che fosse tutto vero, tutto reale.

Asia era lì, davanti ai miei occhi, e specchiarmi nei suoi era leggere le mie stesse emozioni, i miei stessi desideri. Abbiamo lasciato felici che vincesse la voglia di guardarsi, toccarsi, rendere finalmente carnale un’amicizia così vera e importante.

Quanto tempo era passato, da quell’intera notte trascorsa insieme su MSN, a veder nascere la stessa alba da finestre diverse? A me sembravano anni, secoli, tanto era naturale averla accanto, come fosse stato sempre così, come avessimo giocato insieme, da bambine, nello stesso giardino con le stesse bambole. Come ci fossimo scambiate le camerette adolescenti, i poster, i primi amori e le dediche sui diari.

Quanto abbiamo camminato sottobraccio una all’altra? Quanto abbiamo riso, Lisa? Quante cose ci siamo raccontate e quante non abbiamo fatto in tempo? Quanto era che lo sognavo?

È Natale, ho pensato guardando, insieme a lei, le vetrine allegre dei negozi, e questi sono i miei doni, i doni più belli. “Gomiti e amicizia intrecciati per una strada..”, i suoi occhi, i suoi capelli, la sua voce, la sua risata, le confidenze. Pensieri e parole che vanno alla laurea appena conseguita, ai nostri amori a quattro zampe, all’immediato futuro e al recente passato. Pensieri e parole che raggiungono la Divas mancante, il desiderio comune di averla accanto, e neanche a farlo apposta lei che ci raggiunge, con un sms, quasi avesse ascoltato il nostro cuore.

Pensieri e parole che vanno a scovare risate su fotografie vecchie e nuove, su un telefono che squilla e un pacchetto di sigarette che non si apre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pensieri e parole che lasciano il posto ad altri abbracci e altri baci. E poi progetti. Di nuovi incontri da avere al più presto, perché è troppo bello stare insieme. Di cose da scrivere, perché la fantasia galoppa insieme ai sentimenti. Di follie per niente folli, come partecipare ad un reality e vincerlo per abbandono, o fare un calendario. Perché lei è bellissima. Bellissima. Bellissima.

Dimenticato il tempo, dimenticato il freddo, dimenticato il mondo. Poi sono saluti ripetuti, abbracci che chiamano altri abbracci, e altri baci, perché lasciarsi, adesso è dura.

Tutto il mondo torna, mentre in macchina, sulla via del Mare, osservo il presepe di luci rosse, fanalini di gente che torna a casa. Io ci torno felice. Questo è il mio regalo di Natale, questo il dono più bello, quello più sognato.

Grazie, Lisa. Ti amo, e adesso sai cosa volevo dire.

Amiche e non

Succede, a volte, di dover prendere decisioni difficili, che non si vorrebbero prendere. Si è costrette a farlo, certe volte, perché c’è chi non conosce il rispetto per gli altri e te lo impone, per salvaguardare te stessa e il tuo equilibrio, i tuoi affetti. A volte, con queste decisioni, si è obbligate a RINUNCIARE a qualcosa. Rinunciare è una parola difficile, non tutti sanno carpirne il significato e le conseguenze. RINUNCIARE significa PRIVARSI di qualcosa cui teniamo in funzione di qualcos’altro, o qualcun’altro. Fare un sacrificio NOI, piccolo o grande che sia, invece che chiederlo agli ALTRI.

Io, finché la situazione sarà questa, rinuncerò a commentare i BLOG dove saranno presenti, o potrebbero esserlo, commenti firmati F.

È un atto che compio per il mio bene, non contro qualcuno. Ho sempre evitato di pestare i piedi agli altri, non sopporto lo si faccia a me. Per questo motivo avevo già abbandonato un blog a me molto caro, come quello di Belynda, e per lo stesso motivo avevo smesso di commentare un blog che comunque commentavo poco, come quello di Abreast. Nel caso di Belynda ci ho sofferto molto, per quanto riguarda Abreast, dopo aver letto il suo commento a questo post, capisco di non aver perso veramente nulla. L’obiettività è un’utopia, oggi chiunque può permettersi di scrivere enormi CAZZATE trovando chi gli da ragione. Per certi versi, se non si trattasse di cose che mi stanno a cuore, troverei certi commenti davvero esilaranti.

Ci sono delle regole, per una pacifica convivenza, la libertà di uno dovrebbe finire dove comincia la mia. Non tutti hanno la sensibilità di capirlo, spesso PRESUNZIONE e ARROGANZA la fanno da padrone nell’animo di certe persone, le stesse che oggi accendono un pc e gli danno corrente come ieri aprivano bocca per darle fiato. Non sono più disposta ad accettare e tollerare. Sono stanca, stufa, di queste persone e di questi discorsi. Sono stufa di comportamenti infantili, di velate minacce, di messaggi sibillini in maiuscolo. Ora basta, non sono più disponibile a giocare con ragazzine viziate e presuntuose che si divertono a fare i dispettucci. Siamo donne adulte, certe STRONZATE sarebbe il caso di metterle da parte, una buona volta.

Vuoi lasciare commenti frequentando luoghi che pratichi unicamente per farmi dispetto, per suscitarmi reazioni e sentimenti negativi? Accomodati pure, ma io ho altro da fare che perdermi dietro giochi infantili e stupidi come i tuoi. E se trovi terreno fertile in qualche blog meglio per te, io di certo non morirò per questo.

Vedi, a differenza di te io sono molto simile a Niobe e questo suo post potrebbe chiarirti le idee in merito. Non vivo di confronti. Non voglio essere meglio o peggio di nessuno. Voglio essere me, vivere ed evolvermi meglio che posso, voglio circondarmi di persone da stimare e da cui imparare. Persone cui dare il meglio di me, persone d’amare, che sappiano tirarmi fuori il meglio, non il peggio. Non voglio intorno persone che usano le mie confidenze per ricattarmi. Questa non è amicizia, è schifo. Non m’interessa cercare i difetti e le magagne di Asia o di Niobe o di altre AMICHE per sentirmi meglio. Per poter dire loro “non mi criticare, che sei peggio di me”. Anzi, quando ho cercato le loro opinioni, sui miei difetti e sui miei comportamenti è stato proprio per migliorarmi. E quando Niobe mi dava della “testona” lo faceva, e lo fa tuttora a volte, per il mio bene. Era un modo per dirmi ti voglio bene. Non credo si sentisse meglio nello scoprire i miei difetti o le mie lacune, non si sentiva migliore, non le risolveva la vita. Semplicemente mi offriva una mano, un aiuto, per capire e per capirmi. Abbiamo litigato, ma non è mai mancato il rispetto reciproco. Non ci siamo mai fatte cose alle spalle, ci siamo allontanate e poi riavvicinate, ma senza farci del male gratuito, senza mandarci vergognose mail. Anzi approfitto per ringraziarla del commento che ha lasciato sul post di Asia, perché è stata l’unica a far presente che quel tuo commento era davvero fuori luogo.

Mi dispiace dover abbandonare alcuni blog. Continuerò a leggerli, certo, ma per interagire con loro dovrò trovare altre vie. Un’ulteriore sacrificio, come lo è tenere nascosti moltissimi blog che frequento per evitare che tu possa arrivarci. E avvelenarli con la tua presenza. Non posso fare altrimenti, visto che ho a che fare con chi non conosce la discrezione, il rispetto, l’umiltà, il saper vivere in mezzo agli altri. Se vuoi fare la protagonista fallo pure, ma non chiedermi di farti da spalla, non ho proprio voglia.

Immagino che ci sarà chi avrà il coraggio di dire che questo post, dove si fanno nomi e riferimenti precisi, sia ipocrita, a differenza di commenti e messaggini dove si spara nel mucchio per colpire invece con precisione qualcuno. Non m’interessa, ognuno farà le proprie valutazioni e da queste capirò molte cose. A chi interessa farsi un’idea rimando a questo post e relativi commenti.

A chi fosse interessato fornirò adeguata traduzione del commento in questione. C’è materiale per farsi davvero due risate, a parte Abreast che lo considera il più “sensato”!

Buona Vita a tutti, chissà che il Natale invece di portare solo doni merceologici, mandi via un po’ di malanimo. Sarebbe un bel regalo, un animo buono e sereno a chi non ce l’ha.

Lingue

Ore 21:00, in casa. Lui sta armeggiando con il libretto d’istruzioni di un aggeggio a lei sconosciuto, lei è semisdraiata sul letto, il telecomando della Tv nella mano sinistra, quello del videoregistratore nella destra, briciole di ogni genere di dolciume sparso intorno alla sua sagoma, come un mosaico romano.
Ah, dimenticavo, dalle labbra di lei pende una sigaretta accessa con la colonnina di cenere che ha raggiunto dimensioni preoccupanti. Lei, però, ci parla tranquillamente intorno.

LUI: Amore scusa, mi aiuti un attimo? Questo manuale è scritto in trecento lingue tranne l’italiano.

LEI: E’ un classico, tesoro, lo sentivo dire a mia nonna trentanni fa.

LUI: D’accordo ma almeno l’inglese me lo puoi tradurre?

LEI: Non mi ricordo.

LUI: Come non ricordi? Amore sei diplomata in lingue!

LEI: Si, ma l’unica che so usare è la mia.

Posso aggiungere che lui, non fidandosi delle affermazioni di lei, e abituato a verificare le fonti delle notizie, si è voluto accertare che fosse vero.

Omnitel batte Telecom

Non ci posso credere. Dopo il post precedente credevo di aver sentito il peggio ed invece alcuni dei vostri commenti avrebbero dovuto mettermi in guardia. Già perchè più di uno aveva affermato di essere stato tempestato di telefonate per l’offerta di servizi vari o, addirittura, già posseduti.

Veniamo al sodo. Ieri mi arriva sul cellulare un messaggio del signor Omnitel che recita così: chiami subito il numero gratuito 42742 per importanti comunicazioni che la riguardano. Gongolo. Mi aspetto già una ricarica da 50 euro e 10000 sms gratuiti quale cliente del secolo e quindi, ingenua e speranzosa, chiamo all’istante il numero indicato (ovviamente perchè gratuito altrimenti…).

Una signorina registrata mi dice, con una voce che tradisce un po’ di elettronica sorpresa e nasconde, tra le pieghe della fibra ottica, un bonario rimprovero, che io non ho ancora dato il “consenso”. A cosa poi dovevo dare il consenso mi è francamente oscuro, e si che non sono proprio il tipo, io, da negare consensi.

Alla fine, durante la lettura di alcuni punti del programma OMNI-ONE cui sono iscritta per raggranellare, occasionalmente, qualche premio (sms gratis ecc. ecc.) comprendo che vogliono il consenso per utilizzare il mio cellulare come terminale di offerte commerciali di ogni tipo e spazzatura varia. Nella mia mente, in quel preciso momento, si materializza un NO che avrebbe, ai suoi tempi, separato il Mar Rosso senza bisogno dell’intervento di Dio, ma quella, rapida come una cellula fotoelettrica dalla Banca di Roma, mi dice quanto segue: Lei caro utente (mi sta dando della cretina lo so, ma con garbo lo ammetto) può anche rifiutare il consenso. In questo caso lei continuerà a essere iscritta al programma OMNI-ONE ma:

1) Non potrà più avere accesso alle informazioni sul suo SALDO PUNTI.

2) Non potrà più avere accesso ai PREMI.

3) Lo aggiungo io, la stiamo prendendo per il culo!

Possibile che il garante non abbia nulla da dire? Possibile che il diritto alla privacy e al trattamento dei dati personali sia diventata una burla?

Io dico che tutto questo è una VERGOGNA. Poi, come sempre, “cari” operatori delle telecomunicazioni, fate il vostro gioco, che la protezione è assicurata.

Regali di Natale Telecom

Sono appena rientrata in casa, sono le 14:00 ed è tardissimo. Ho le scarpe bagnate, le braccia occupate da borsa e buste della spesa, il piumino fradicio, i nervi talmente scoperti da doverli asciugare col phone.

Squilla il telefono. Impreco, maledico, lascio tutto per terra, mi sfilo le scarpe e scalza raggiungo l’apparecchio.

-Chi * è?- domando trafelata. (* qui ci stava benissimo un ca**o, ma non sapendo in anticipo chi sia l’interlocutore mi astengo dal dirlo)

-Buongiorno, è la Telecom.- risponde una signorina di cui mi sfugge il motivo di tanta ilarità.

-*, ah si, buongiorno, mi dica.- (*Qui ci sarebbe stato bene il participio passato di “masticai”, ma di nuovo mi astengo, per bontà d’animo e perché siamo prossimi al Natale)

-Sono lieta di comunicarle che lei è stata estratta per ricevere uno dei regali che Telecom fa ai suoi migliori abbonati in occasione del Santo Natale.- dice l’oca giuliva.

-Grazie! Sono contenta, grazie.- Rispondo ritrovando un minimo di buonumore e pensando già ad una forte riduzione della mia bolletta.

-Lei, in qualità di abbonato al servizio Alice Adsl Flat, avrà in omaggio la possibilità di vedere su Rosso Alice tutte le partite del campionato fino alla fine della stagione, al solo costo aggiuntivo di un euro a settimana, invece dei 5 euro a partita previsti dal contratto.- dice lei entusiasta.

-Ma, vede, signorina, io ho l’abbonamento a Sky, e quindi già vedo tutte le partite- le dico credendo di gelarla subito.

-Beh, pazienza, vorrà dire che per i prossimi mesi potrà vederle anche sullo schermo del suo pc.- insiste.

-Non voglio vederle sul pc, ho la tv in casa, io.- protesto.

-Cosa vuole che le dica, è un regalo, signora.- ribadisce la postulante.

-(Signora tua sorella!! Ho 28 anni io, hai capito cretina??) Un regalo non mi costa un euro a settimana, cara SIGNORA.- replico bonaria e conciliante.

-Un regalo non si rifiuta mai, cara abbonata. Arrivederci.- e riattacca.

Resto interdetta, la cornetta in mano, i pensieri che si affollano nella mente mischiati a un congruo numero di parole poco gentili. Poi, però, mi sovviene la magica atmosfera del Natale, l’albero illuminato, i pacchetti, la tavola imbandita, e allora mi rammento di come, a Natale, sia buona creanza ricambiare i doni che si ricevono, con affetto e sincerità.

Allora sollevo nuovamente il telefono, compongo rapidamente il numero e, con il sorriso natalizio sulle labbra dico:

-Pronto, TELE2? Buongiorno, vorrei fare un nuovo abbonamento ADSL.- e tanti auguri, signor Telecom.

Per un’Amica Unica e Speciale

Buon Compleanno

LISA

Ti voglio bene!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

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Per Oggi questo blog è tuo. Sai quanto conta per me,. ma tu più di questo, più di molto altro. Mi casa es tu casa.

Vorrei

Vorrei sentire l’odore del pane che esce dai forni, la mattina presto, e la pizza bianca da portare a scuola.

Vorrei il mio zainetto Invicta scarabocchiato con il pennarello “carioca” con dentro il diario del 92.

Vorrei stare sulle spalle di mio cugino, in prima fila, al concerto di Madonna al Flaminio, nel momento esatto in cui io e lei ci guardiamo negli occhi.

Vorrei la mia festa dei 18 anni, consapevole di quello che sta per succedere.

Vorrei gli occhi con cui ho visto “Dirty Dancing”.

Vorrei mia nonna, la sua casa piena di ragazzi che si fanno registrare le cassette da lei, che ha 60 anni e centinaia di cd.

Vorrei la Renault 4 di mio padre, quella con il cambio al volante con cui ho imparato a guidare.

Vorrei sentirmi chiedere di nuovo cosa farò da grande e rispondere non lo so, c’è tempo.

Vorrei i Natali che duravano 15 giorni e si stava tutti assieme e i regali erano un dettaglio, se avevi più di 12 anni.

Vorrei poter mettere la letterina sotto il piatto di mio padre, perché lui trascorre il Natale con noi.

Vorrei il tempo che ho buttato via. Vorrei che il tempo non fosse mai buttato via.

Vorrei gli amici di Lerici, l’appartamento in affitto per tutto il mese d’agosto, lo stereo gigante, in piazzetta, per cantare “Like a Virgin”.

Vorrei i mondiali dell’82, che avevo 6 anni e non ho capito nulla, ma tutti intorno a me erano felici.

Vorrei i 4 mesi di vacanza di quando andavo a scuola, senza dover andare a scuola.

Vorrei i miei 42 chili, senza anoressia.

Vorrei riascoltare per la prima volta “The Joshua Tree”.

Vorrei aver avuto il coraggio, allora, di essere Sara.

Vorrei un duplicato di Carlotta e Martina per averle sempre con me senza toglierle alle loro madri.

Vorrei il muretto dove ci si ritrovava a fumare le canne e risentire l’odore della paura di essere scoperte.

Vorrei la mia cameretta, i miei poster, la mia migliore amica nel letto, a parlare tutta la notte di ragazzi carini.

Vorrei non sentire più Max Biaggi dire che Vale vince perché ha la moto migliore.

Vorrei prendere il Diploma e vedere qualcuno orgoglioso di me.

Vorrei che sapere la lezione fosse il mio problema più grande.

Vorrei mi piacesse ancora “Lady Oscar”.

Vorrei avere un sogno e la speranza di realizzarlo.

Vorrei la Lazio di Eriksson, Veron e Nedved. Quella dello scudetto.

Vorrei fare l’amore per una notte e un giorno interi senza dover pensare che è tardi.

Vorrei che tutto fosse diverso ma non so come.

Vorrei non aver fatto tanti sbagli, ma forse nemmeno non averne fatti.

Vorrei avere più tempo per me, per le mie amiche e amici, e una casa grande per ospitarli tutti finché vogliono.

Vorrei uscire con Lisa e Silvia, camminare tenendole per mano senza sentirmi stupida, e dire loro quanto le amo.

Vorrei che mio padre e mia madre fossero stati sempre insieme.

Vorrei che chiunque leggesse questo blog lasciasse un segno.

Vorrei non sentire più nostalgia e malinconia per il passato, e per il futuro.

Vorrei essere convinta che tutto questo, in fondo, è stata vita e che non c’è d’aver paura.

Vorrei che lui sentisse quanto lo amo.

Vorrei che non ci fosse nient’altro, oltre questo attimo che significa presente, e che questo attimo fosse tutto e per sempre.

Vorrei tornare a illudermi che davvero ognuno di noi può fare qualcosa per cambiare il mondo, e che Dio c’è, ed è buono.

Vorrei avere ancora l’ingenuità con cui obbligavo mia madre a mandare i soldi per gli aiuti umanitari convinta che arrivassero a destinazione.

Vorrei tornare ad alzarmi, la mattina, pensando a cosa succederà di meraviglioso oggi.

Vorrei che il sorriso di quella ragazza in foto, sul comodino del mio uomo, tornasse ad essere il mio.

Ricordi

Ore 8:30 del mattino. Ai tempi del bar.

Cliente: Perchè non parli?

Cassiera: Perchè non ho nulla da dire.

Cliente: Che peccato. Così bella e così silenziosa…

Cassiera: Già, il prototipo della donna ideale.