Dopo l’Addio

Siamo una musica dolce sbattuta sul muso. Un vecchio cinema chiuso, in disuso.

Siamo i cartelloni strappati, i vetri spaccati, i cancelli bloccati. Ferrati.

Siamo numeri cancellati, fogli da gettare via, umidi e stropicciati.

Siamo telefoni che non rispondono. Spiegazioni che non spiegano. Ali che non volano.

Siamo anelli gettati sul sofà, un libro lasciato a metà.

Siamo una citazione, un malessere, una cattiva abitudine. Né martello né incudine.

Siamo la strada su cui non passare. Il balcone verso cui non guardare.

Siamo l’indirizzo da dimenticare. Il volto da cancellare, modi di dire da eliminare.

Siamo orari da cambiare, locali da evitare, gente nuova da vedere. Un profumo che non si vuol sentire.

Siamo foto a metà, siamo un’altra città, ricordi senza età.

Nessuna pietà, per la sofferenza di chi verrà, e per noi pagherà.

Siamo la condanna di chi ha il nostro nome, sagome di cartone, fotocopie di persone.

Siamo una spiaggia vuota, un ombrellone aperto, tutto l’inverno, al gelo e al vento.

Siamo un cane da portare giù. Un film da non vedere più.

Siamo una domanda senza risposta. Una domanda riposta. Nascosta.

Siamo “quella là”. Siamo “ma come mai”, “ma perché”.

Siamo “da quando”. Siamo i “mi dispiace” seguiti dagli “a me no”.

Siamo “io l’ho sempre detto che quella”.

Siamo passato scacciato che torna.

Siamo quel posto vuoto, nel letto, di cui è rimasta l’orma.

Siamo qualcuno da chiamare al buio, di notte, nel momento del bisogno.

Siamo qualcuno da lasciare fuori dal sogno.

Siamo i tasti bianchi del pianoforte, le maniglie di tutte le porte.

Siamo il prima di quello che verrà.

Siamo il rimpianto di chi tornerà.

Siamo cenere di un fuoco spento.

Siamo lo scorrere del tempo.

Ma prima, prima di questo, siamo state semplicemente tutto.

Ci vorrà una vita, per dimenticarlo. 

Metamorfosi

Oggi voglio segnalare questa splendida prosa poetica con lettura video di Francesca Mazzucato. Qui trovate il video, che rapisce al punto da dispiacersi della breve durata, qui il testo integrale di Francesca, su Mentelocale.

Buona lettura e buona visione.

I giorni della memoria

Il giorno della Memoria è stato celebrato. Giornali e televisioni hanno dato giusto spazio e rilevanza a questa triste ricorrenza mostrando immagini e testimonianze di quei momenti. Di fronte a crimini e atrocità di quelle dimensioni è difficile dire qualcosa di sensato, si può solo osservare attoniti e sconvolti per come l’umanità abbia perpetrato scientificamente simili aberrazioni e mostruosità.

Ho sentito ricorrere da più parti la frase “è importante ricordare perché ciò che è accaduto potrebbe accadere di nuovo”. Questo mi ha colpito molto, e per due motivi particolari.

Il primo è che ricordare non è mai stato difficile, per l’uomo. Siamo bravissimi a ricordare, purché tra il presente e il fatto da ricordare ci sia tempo sufficiente a permetterci di ricordare senza dover necessariamente intervenire. Insomma, l’importante è che lo sforzo consista solo nel ricordare, per poi tornare al nostro quotidiano senza troppi problemi.

Il secondo è che queste cose, sebbene in scala minore e mascherate meglio, sono avvenute e avvengono tuttora.

Mentre ricordiamo attoniti e sconvolti i massacri operati dalla bestialità nazista, chiudiamo gli occhi su atrocità commesse ieri e oggi in Africa, in Medio Oriente, in Asia. Abbiamo festeggiato dai nostri caldi salotti la caduta del muro di Berlino come una vittoria dell’umanità, ed ora assistiamo in religioso e vigliacco silenzio alla costruzione di un nuovo muro, in Israele, che ne è l’ideale prosecuzione storica.

Oh si, a ricordare siamo bravi, ad agire nel presente molto meno. Quante popolazioni sono state sterminate dopo l’Olocausto? E quante guerre stanno mietendo milioni di morti per puro interesse economico? Chi sa che Saddam Hussein non è certo l’unico dittatore sanguinario del pianeta? Chi sa che in Guinea equatoriale ce n’è uno al cui confronto Saddam è un pivellino, e che si è guadagnato l’appoggio degli Stati Uniti semplicemente cedendo alla Mobil il suo petrolio? Se volete saperne di più, leggete queste poche righe, sono parecchio illuminanti a riguardo. E non sono state prese da un giornale sovversivo, ma da un semplice sito di guide geografiche.

Io non ci vedo molta differenza tra la povera gente della Guinea e quella irachena, eppure le Forze di Pace Statunitensi nel primo paese africano produttore di petrolio non ci sono andate.

Almeno ai tempi della seconda guerra mondiale c’era la scusa che l’informazione era meno diffusa e di difficile accesso. C’erano poche radio e i giornali non raggiungevano certo tutta la popolazione, per problemi di costi e di analfabetismo. Non c’erano né la televisione né internet a far volare le notizie da un capo all’altro del mondo in pochi secondi.

Oggi invece, nonostante un’informazione a volte faziosa e drogata, sappiamo cosa accade nel mondo. Lo sappiamo oggi come lo sapevamo ieri, ai tempi della guerra nell’ex-Jugoslavia, con i Serbi che uccidevano i maschi delle altre etnie e poi stupravano le loro donne per ragioni razziali. Abbiamo visto in tv le immagini dell’Afghanistan, i massacri umani e culturali, come la distruzione delle statue dei Buddha di Bamiyan annunciato e messo in atto senza che il mondo muovesse un dito. Sapevamo dello sterminio in Ruanda, dei curdi in Turchia, in Iraq e in Iran. Vogliamo parlare di come, 50 anni dopo la creazione dello stato d’Israele, ancora non sia stata trovata soluzione al problema palestinese? Di come le guerre religiose o economiche abbiano preso il posto di quelle razziali senza modificare il costo in vite umane?

Probabilmente per tutte queste cose, tra 50 anni, avremo una data che ci aiuterà a ricordare morti e atrocità stando ben attenti però, oggi, a non fare nulla. E questo lo dico a chi, a differenza di me, avrebbe in mano armi e strumenti per fare davvero qualcosa, ai Capi di Stato, ai politici, agli intellettuali, a quelli che domani si laveranno mani e faccia per dirci, con il cuore straziato, che certe cose non dovranno più accadere.

Quando ho visto Putin parlare ad Auschwitz, ieri, non ho potuto fare a meno di pensare ai bambini della scuola di Beslan e a quello che non è stato capace di fare, per evitare quella strage. Alcune verità, in proposito, stanno già emergendo. Tra 20 anni, in occasione dell’ennesima commemorazione, sapremo che si sarebbe davvero potuto fare qualcosa per evitarlo, ma non c’era nessuno disposto a farlo.

Il 27 Gennaio abbiamo ricordato le vittime dell’Olocausto. Ricordiamo anche oggi, 28 Gennaio. Ricordiamo quello che avremmo potuto fare, e non abbiamo fatto, e tutto quello che, complice il nostro silenzio, invece è stato fatto. 

Stare bene

Cambiamenti. Altri cambiamenti. Novità, vita che improvvisamente accelera e dà strattoni forti, risvegliando le membra dal torpore. La vita chiama e il sangue, se ce l’hai, risponde. Poca voglia di scrivere, poca voglia di gironzolare per guardare, dal buco della serratura, la vita altrui. Capita quando la tua ti prende per un braccio e ti trascina fuori, in strada, tra la gente e le cose che credevi di non vedere più, eppure erano lì, al solito posto.

Per tanti giorni sono passata davanti a questo pc senza degnarlo di uno sguardo. Cancellata l’ansia da tempo virtuale che fugge, sostituita dalla febbre della vita che scorre. E’ una nuova dimensione, questa, forse più equilibrata, meno arrogante e aggressiva. Una scelta, non più un’ansia. Se posso bene, altrimenti sarà domani. Se comprendo bene, altrimenti sarà per un’altra volta, per un’altra lettura.

Vado per strade che conosco, in un continuo rimescolio di sentimenti e sensazioni, e vedo attorno a me compagni di viaggio nuovi e antichi. Amo entrambi allo stesso modo, come amo, nel ricordo, chi non c’è più. La comprensione aiuta, la consapevolezza ancor di più. La voglia di cercare il bene, anziché il male, rilassa i muscoli e la pelle del viso.

Voglio stare bene e, strano a dirsi, ci sto riuscendo. E’ bastato togliere lo sguardo dal particolare per fissare il tutto, e accorgersi che il bello c’è, e fa stare bene.

Fumo & Smog

 Mi domando quanti non fumatori accoglieranno bene la notizia che non potranno inquinare l’atmosfera per un giorno, convinti, come sono, che il problema siano solo le sigarette. Magari adesso, riflettendo su quanto ognuno di noi, a suo modo, inquina l’ambiente circostante, leggeremo un po’ meno livore nei confronti di chi s’accende una sigaretta.

(ANSA)-ROMA,14 GEN-Domenica 16 gennaio a Roma, Milano e in altre citta’ lombarde blocco totale della circolazione a causa dello smog. Nella fascia verde della capitale il fermo e’ dalle ore 10 alle 18. La circolazione sara’ consentita solo ai veicoli alimentati a Gpl, Metano e trazione elettrica. In Lombardia, il blocco totale della circolazione domenica e’ dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 18 nelle zone critiche di Milano-Como-Sempione, Bergamo e Brescia.

MAX di Gennaio

Su MAX di questo mese vado a cercare, come faccio sempre, la rubrica fissa di Francesca Mazzucato e Aurelio Picca “Un uomo, una donna”. La trovo a pagina 18 e vedo che tratta un argomento molto interessante, di cui si è parlato a lungo, non molto tempo fa, sul blog di Asia: il tradimento.

Il pezzo di Francesca è, come sempre, splendido e godibile ma in più, stavolta, c’è una parte finale che avrei potuto tranquillamente, in quanto a contenuti, scrivere io, se solo fossi capace di scrivere così chiaramente e così bene.

 

Lei dice: ”L’infedeltà affascina, può essere un fragore simile a tuono. Ma solo se te lo dice. Nessuna fuga, nessuna codardia. Allora si può fare, crederci ancora. Complici. Amici amanti che hanno compreso cosa vuol dire vita, movimento, flusso, desiderio che imbizzarrisce. Allora si può fare, ma se lui mente bisogna lasciare. L’inganno è la forma più triste di disaffezione. Sempre.”

 

Che bello leggere, così ben espressa, la mia stessa opinione. Che poi non vuol dire che le altre siano meno valide o meno rispettabili di questa. Semplicemente che questa opinione, che faccio mia al 100%, è rispettabile quanto le altre.

Forse, magari, solo un pochino più leale, di altre. Almeno questo.

 

L’ultimo Samurai

Secondo racconto della serie Blogger-Life qui su Splinder, dopo quelli pubblicati già su Excite. Dopo "La farfalla allo specchio", dedicato a Niobe, eccovene un’altro. Ripeto, come al solito, che non si tratta di racconti volti a definire le reali caratteristiche delle persone in questione, bensì racconti che nascono da ciò che queste persone mi suscitano, a prescindere poi dal fatto che io possa o meno tratteggiare qualcosa che riguardi effettivamente la loro personalità. 

 

Leo restò qualche secondo immobile, la maniglia in mano, poi richiuse la porta della sua stanza, e si mise definitivamente alle spalle l’idea di uscire di casa. Riaccese lo stereo, pressò nuovamente il tasto repeat, e si sedette sul letto, ricominciando a torturarsi l’anima con quell’unica canzone. Lo faceva da anni ormai, da sempre forse, e puntualmente riusciva a trovare la canzone che meglio rappresentava il suo stato d’animo per martellarsi il cuore fino a stordirlo.

C’era una sottile vena di masochismo in questo, come se il bisogno primario non fosse superare il malessere, bensì amplificarlo a dismisura,  per rendere quella sensazione dolorosa immensa e totale. Come un calice di veleno da bere fino all’ultima goccia di spremitura, per trovare, in quel sentimento di disagio, i motivi e le finalità, la partenza e l’arrivo, senza curarsi invece di trovare il modo di uscirne e concedersi alla serenità.

Sarà che in fondo essere sereni è così noioso. Molto meglio un bel tormento interiore che ti devasta l’anima e ti costringe a sanguinare, quasi che in quel sangue ci sia la testimonianza della propria vita.

Guardò il telefono e si disse che forse sarebbe stato meglio chiamarla, evitando un confronto diretto che l’avrebbe di certo prostrato. Già perché Leo gli incontri non li viveva. Li desiderava e li ricordava, senza niente in mezzo. Amava il prima, quando la fantasia poteva svolazzare libera immaginando possibili scenari, amava il dopo, quando rivivendo l’accaduto modificava a suo piacimento azioni e dialoghi in un crescendo di “avrei dovuto fare questo”, “avrei dovuto dire quest’altro”. Rivivendo e reinventando dava a sé stesso una dimensione diversa e nuova, più simile a ciò che voleva essere e non riusciva a mostrare. Questo contrasto interiore era ciò che spesso gli impediva di uscire per andare ad un appuntamento, di fare una telefonata, di godersi una passeggiata o una cena tra amici.

Accantonò il proposito di telefonare quando lo stereo suonò per la quarta volta “brothers in arms”, prese carta e penna e si dedicò alla stesura di una lettera. Era indubbiamente la cosa migliore da fare, una lettera. Poteva scriverla e riscriverla tutte le volte che voleva, riflettendoci sopra per tutto il tempo necessario, cercando di renderla più vicina possibile al suo pensiero. Inoltre, vantaggio non da poco, poteva sbagliare frase e poi appallottolare il foglio per gettarlo nel cestino, cosa che, in una conversazione diretta, non gli sarebbe stato concesso.

Ne appallottolò almeno sei, prima di sentirsi soddisfatto del lavoro svolto, ma questo, ovviamente, non significava nulla. Avrebbe rimuginato per giorni sull’opportunità o meno di spedirla e poi, con maniacale ripetitività, sarebbe avvenuto qualcosa a modificare la situazione esistente rendendo inutili e obsolete le sue parole. A distanza di una settimana anche la lettera approvata sarebbe andata a fare compagnia, opportunamente appallottolata anch’essa, a tutte le altre.

Leo era perfettamente cosciente di questo circolo vizioso che si ripeteva da anni, tuttavia non riusciva a modificarlo né tanto meno, a farsene una colpa. Certe volte si crucciava, è vero, ma erano brevi momenti, solitamente figli di qualche delusione. Sono fatto così, non posso farci nulla, era una delle frasi preferite che si ripeteva, da un lato per giustificarsi, dall’altro per evitare di mettere mano a sé stesso e impegnarsi in un piccolo sforzo.

Quando Claudia spalancò la porta della sua stanza, Leo trasalì, per quell’apparizione improvvisa e inaspettata. Non si curò affatto dell’espressione carica di rabbia dipinta sul volto di lei, bensì si preoccupò unicamente del suo abbigliamento, che tirando un sospiro di sollievo giudicò idoneo all’occasione, e dell’ordine della sua stanza, in questo caso meno soddisfacente. Indossò la maschera dello stupore e cercò, nell’archivio degli atteggiamenti prestampati, quello più adatto alla circostanza.

Non sapeva, Leo, che stavolta non gli sarebbe servito a molto. Con uno scatto raggiunse lo stereo e lo spense, pensando che la musica non fosse adatta al momento o che forse lei non amava quella canzone o che forse il volume era troppo alto o qualche altro “forse” più confuso, e non appena lo ebbe fatto si ritrovò gli occhi fiammeggianti di Claudia ad un palmo dai suoi.

Senza dir nulla Leo cercò disperatamente di decifrare quei segnali. Perché Claudia era lì, perché era arrabbiata, e con chi? Cosa poteva averle fatto? In quale maniera poteva aver generato in lei quello stato d’animo, e quale reazione poteva attendersi? E poi, dato fondamentale, in quale maniera doveva porsi, nei suoi riguardi, in quella circostanza?

Tutte queste domande caddero a terra frantumandosi come bicchieri di cristallo quando un violento ceffone raggiunse il suo viso spedendolo seduto sul letto alle sue spalle.

Gli occhi sbarrati, il cervello improvvisamente fuori uso, Leo guardò Claudia che in piedi, davanti a lui, teneva ancora la mano sospesa a mezz’aria. Cercò disperatamente una frase giusta per l’occasione ma il cervello, maledetto lui, sembrava proprio aver deciso di abbandonarlo al suo destino. Si tirò un po’ su, senza alzarsi, ma in quel momento Claudia si protese verso di lui, per fare in modo che le parole gli sbattessero per bene in faccia, senza pericolo di fraintendimento.

“Lo sai cosa sei Leo? Niente, non sei niente! Mi hai lasciato ad aspettare una tua telefonata per tutto il giorno ben sapendo che non aspettavo altro. E seppure non lo avessi saputo il desiderio di vedermi avrebbe dovuto darti il coraggio di rischiare e di chiamarmi. Ma non l’hai fatto. Ci sono due risposte, per questo. O non ti piaccio abbastanza, e allora avresti dovuto avere il buon gusto di dirmelo, oppure non hai avuto il coraggio di alzare quel telefono per invitarmi ad uscire. In entrambi i casi, Leo, questo schiaffo è esattamente quello che ti meriti.”

Detto questo Claudia girò i tacchi e uscì dalla stanza. Leo udì chiaramente il rumore della porta chiudersi, ed i suoi passi sulle scale mentre s’allontanava.

Si passò una mano sulla guancia indolenzita e arrossata, poi scattò in piedi e spalancò tutte le porte che lo separavano dalla strada. Quando finalmente raggiunse Claudia la prese per le spalle, la voltò verso di lui e la baciò, tanto a lungo e con tale passione da lasciarla senza fiato. Quando infine scese dalle sue labbra la guardò dritta in faccia, per avvalorare la fermezza delle sue intenzioni, e attese che lei riaprisse gli occhi.

Claudia riprese fiato, lo squadrò in volto e poi gli disse:

“Quanto ci hai pensato, prima di farlo?”

“Nemmeno un secondo.” Rispose lui di getto, sorpreso egli stesso da quell’immediatezza inconsueta.

“Sono le cose che riescono meglio…” disse Claudia, chiudendo gli occhi. Leo non ricominciò a pensare. La baciò soltanto. Un altro milione di volte.

 

Befana con Doni

 Grazie, Paolino!  

Dubbio crescente

Ultimamente devo aver fatto qualcosa di molto grave.

Cosa non lo so, ma deve essere stata davvero una brutta cosa.

Non essendo sonnambula, spero non ci sia in giro, di nuovo, un mio clone.

Silenzio, per favore.

Silenzio è la tua immagine riflessa allo specchio, e nessuno alle tue spalle.

Silenzio è il cuscino tra le braccia e un telefono che non suona.

Silenzio è un parco brullo di periferia, dove non vanno più neanche i bambini.

Silenzio è la notte senza sonno, e senza sogni.

Silenzio è lo sguardo lontano di un vecchio.

Silenzio è una morte incomprensibile.

Silenzio è qualcuno, accanto, che non ti vede più.

Silenzio è un padre che non vedi da secoli.

Silenzio è un figlio che ti ha dimenticata.

Silenzio è un tavolo apparecchiato per uno.

Silenzio è un attimo dopo aver capito che le parole non servono più.

Silenzio è un prato in fiore, una domenica assolata di maggio.

Silenzio è la paura, che dopo aver urlato, tace.

Silenzio è una valigia aperta sul suo lato del letto.

Silenzio è un dolore che non puoi dire.

Silenzio è il movimento furtivo del ladro.

Silenzio è lo spiare meschino dell’invidioso.

Silenzio è il professore che entra in classe.

Silenzio è la cima di una montagna innevata.

Silenzio è il vuoto di certe domeniche.

Silenzio è il ricordo di altre domeniche.

Silenzio è una piccola fotografia accanto a due date.

Silenzio è quando vanno via, e ti lasciano lacera nell’erba.

Silenzio è due occhi innocenti che ti guardano dentro.

Silenzio è l’abisso di malvagità dentro cui sprofondi.

Silenzio è un cuore che si nutre di odio.

Silenzio è la tua voce.

Silenzio è il tuo Destino.

Tutto il resto, è musica.