Secondo racconto della serie Blogger-Life qui su Splinder, dopo quelli pubblicati già su Excite. Dopo "La farfalla allo specchio", dedicato a Niobe, eccovene un’altro. Ripeto, come al solito, che non si tratta di racconti volti a definire le reali caratteristiche delle persone in questione, bensì racconti che nascono da ciò che queste persone mi suscitano, a prescindere poi dal fatto che io possa o meno tratteggiare qualcosa che riguardi effettivamente la loro personalità.
Leo restò qualche secondo immobile, la maniglia in mano, poi richiuse la porta della sua stanza, e si mise definitivamente alle spalle l’idea di uscire di casa. Riaccese lo stereo, pressò nuovamente il tasto repeat, e si sedette sul letto, ricominciando a torturarsi l’anima con quell’unica canzone. Lo faceva da anni ormai, da sempre forse, e puntualmente riusciva a trovare la canzone che meglio rappresentava il suo stato d’animo per martellarsi il cuore fino a stordirlo.
C’era una sottile vena di masochismo in questo, come se il bisogno primario non fosse superare il malessere, bensì amplificarlo a dismisura, per rendere quella sensazione dolorosa immensa e totale. Come un calice di veleno da bere fino all’ultima goccia di spremitura, per trovare, in quel sentimento di disagio, i motivi e le finalità, la partenza e l’arrivo, senza curarsi invece di trovare il modo di uscirne e concedersi alla serenità.
Sarà che in fondo essere sereni è così noioso. Molto meglio un bel tormento interiore che ti devasta l’anima e ti costringe a sanguinare, quasi che in quel sangue ci sia la testimonianza della propria vita.
Guardò il telefono e si disse che forse sarebbe stato meglio chiamarla, evitando un confronto diretto che l’avrebbe di certo prostrato. Già perché Leo gli incontri non li viveva. Li desiderava e li ricordava, senza niente in mezzo. Amava il prima, quando la fantasia poteva svolazzare libera immaginando possibili scenari, amava il dopo, quando rivivendo l’accaduto modificava a suo piacimento azioni e dialoghi in un crescendo di “avrei dovuto fare questo”, “avrei dovuto dire quest’altro”. Rivivendo e reinventando dava a sé stesso una dimensione diversa e nuova, più simile a ciò che voleva essere e non riusciva a mostrare. Questo contrasto interiore era ciò che spesso gli impediva di uscire per andare ad un appuntamento, di fare una telefonata, di godersi una passeggiata o una cena tra amici.
Accantonò il proposito di telefonare quando lo stereo suonò per la quarta volta “brothers in arms”, prese carta e penna e si dedicò alla stesura di una lettera. Era indubbiamente la cosa migliore da fare, una lettera. Poteva scriverla e riscriverla tutte le volte che voleva, riflettendoci sopra per tutto il tempo necessario, cercando di renderla più vicina possibile al suo pensiero. Inoltre, vantaggio non da poco, poteva sbagliare frase e poi appallottolare il foglio per gettarlo nel cestino, cosa che, in una conversazione diretta, non gli sarebbe stato concesso.
Ne appallottolò almeno sei, prima di sentirsi soddisfatto del lavoro svolto, ma questo, ovviamente, non significava nulla. Avrebbe rimuginato per giorni sull’opportunità o meno di spedirla e poi, con maniacale ripetitività, sarebbe avvenuto qualcosa a modificare la situazione esistente rendendo inutili e obsolete le sue parole. A distanza di una settimana anche la lettera approvata sarebbe andata a fare compagnia, opportunamente appallottolata anch’essa, a tutte le altre.
Leo era perfettamente cosciente di questo circolo vizioso che si ripeteva da anni, tuttavia non riusciva a modificarlo né tanto meno, a farsene una colpa. Certe volte si crucciava, è vero, ma erano brevi momenti, solitamente figli di qualche delusione. Sono fatto così, non posso farci nulla, era una delle frasi preferite che si ripeteva, da un lato per giustificarsi, dall’altro per evitare di mettere mano a sé stesso e impegnarsi in un piccolo sforzo.
Quando Claudia spalancò la porta della sua stanza, Leo trasalì, per quell’apparizione improvvisa e inaspettata. Non si curò affatto dell’espressione carica di rabbia dipinta sul volto di lei, bensì si preoccupò unicamente del suo abbigliamento, che tirando un sospiro di sollievo giudicò idoneo all’occasione, e dell’ordine della sua stanza, in questo caso meno soddisfacente. Indossò la maschera dello stupore e cercò, nell’archivio degli atteggiamenti prestampati, quello più adatto alla circostanza.
Non sapeva, Leo, che stavolta non gli sarebbe servito a molto. Con uno scatto raggiunse lo stereo e lo spense, pensando che la musica non fosse adatta al momento o che forse lei non amava quella canzone o che forse il volume era troppo alto o qualche altro “forse” più confuso, e non appena lo ebbe fatto si ritrovò gli occhi fiammeggianti di Claudia ad un palmo dai suoi.
Senza dir nulla Leo cercò disperatamente di decifrare quei segnali. Perché Claudia era lì, perché era arrabbiata, e con chi? Cosa poteva averle fatto? In quale maniera poteva aver generato in lei quello stato d’animo, e quale reazione poteva attendersi? E poi, dato fondamentale, in quale maniera doveva porsi, nei suoi riguardi, in quella circostanza?
Tutte queste domande caddero a terra frantumandosi come bicchieri di cristallo quando un violento ceffone raggiunse il suo viso spedendolo seduto sul letto alle sue spalle.
Gli occhi sbarrati, il cervello improvvisamente fuori uso, Leo guardò Claudia che in piedi, davanti a lui, teneva ancora la mano sospesa a mezz’aria. Cercò disperatamente una frase giusta per l’occasione ma il cervello, maledetto lui, sembrava proprio aver deciso di abbandonarlo al suo destino. Si tirò un po’ su, senza alzarsi, ma in quel momento Claudia si protese verso di lui, per fare in modo che le parole gli sbattessero per bene in faccia, senza pericolo di fraintendimento.
“Lo sai cosa sei Leo? Niente, non sei niente! Mi hai lasciato ad aspettare una tua telefonata per tutto il giorno ben sapendo che non aspettavo altro. E seppure non lo avessi saputo il desiderio di vedermi avrebbe dovuto darti il coraggio di rischiare e di chiamarmi. Ma non l’hai fatto. Ci sono due risposte, per questo. O non ti piaccio abbastanza, e allora avresti dovuto avere il buon gusto di dirmelo, oppure non hai avuto il coraggio di alzare quel telefono per invitarmi ad uscire. In entrambi i casi, Leo, questo schiaffo è esattamente quello che ti meriti.”
Detto questo Claudia girò i tacchi e uscì dalla stanza. Leo udì chiaramente il rumore della porta chiudersi, ed i suoi passi sulle scale mentre s’allontanava.
Si passò una mano sulla guancia indolenzita e arrossata, poi scattò in piedi e spalancò tutte le porte che lo separavano dalla strada. Quando finalmente raggiunse Claudia la prese per le spalle, la voltò verso di lui e la baciò, tanto a lungo e con tale passione da lasciarla senza fiato. Quando infine scese dalle sue labbra la guardò dritta in faccia, per avvalorare la fermezza delle sue intenzioni, e attese che lei riaprisse gli occhi.
Claudia riprese fiato, lo squadrò in volto e poi gli disse:
“Quanto ci hai pensato, prima di farlo?”
“Nemmeno un secondo.” Rispose lui di getto, sorpreso egli stesso da quell’immediatezza inconsueta.
“Sono le cose che riescono meglio…” disse Claudia, chiudendo gli occhi. Leo non ricominciò a pensare. La baciò soltanto. Un altro milione di volte.

Titty ho letto e sinceramente non ho parole per commentare questo racconto, i riferimenti a me sono fin troppo evidenti.
All’inizio nella premessa avvisi che non è detto che tratteggi per forza la personalità di una persona, ma segui solo le tue sensazioni. Posso dirti che ti sei avvicinata moltissima a come sono, hai sottolineato molto bene i miei dubbi e le insicurezze, non sai quanto vorrei che spesso il finale di una situazione assomigliasse a quello del tuo racconto.
Non so come ringraziarti per questo bel regalo, lo conserverò gelosamente insieme al racconto su Ivano il portiere che avevo già salvato sul mio PC. Grazie ancora!
<br><br>Bruce Lee
BRUCE: Niente Grazie, sono io che ringrazio te per averlo apprezzato. E’ tutto tuo, conservalo, stampalo, pubblicalo, fanne ciò che vuoi.
Riguardo il finale della storia, io sono convinta che dipenda solo da te modificare certi meccanismi che evidentemente ti fanno soffrire. Con questo non dico sia facile, anzi, se ne fossi capace modificherei intanto i miei, che sono tantissimi. Però credo che individuare il principale responsabile, ovvero noi stessi, sia già una gran cosa.
Ti abbraccio forte forte, credo che questo sarà l’ultimo della serie, almeno per ora. Un po’ me ne dispiace ma … pazienza.
Baci bà.
Già il titolo parlava di Brus…
Ma io ti bacio.
secondo me ci prendi completamente con questo racconto. E il finale è quello che tutti ci auguriamo x lui, lo merita davvero. Brava Titty!
Ciao titty!
ricambio gli auguri per un 2005 di sola felicità.
Un abbraccio vero,
alice
Non conosco BRUCE LEE, quindi non posso esprimermi sul contenuto .. ma vedo cha mi piace come scrivi!
zoe
(ah! ti ho letta un pò da Niobe e mi sono incuriosità
MAYA
Ti bacio anch’io, tantissimo. Guarda che sto aspettando la mail, voglio sapere tutto, tutto, e tutto.
ASIA
Sono molto contenta che gli sia piaciuto, e spero davvero che quel finale s’avveri al più presto. Se lo merita, il nostro Bruce.
Un bacio.
ALICE
)
Ti ho risposto da te, sul tuo splendido post di ritorno. Qui ti faccio ancora tanti auguri e ti abbraccio fortissimo. Cominciano ad essere un buon numero le blogger della tua città con le quali sto legando bei rapporti. Mi sa che prima o poi mi tocca fare un salto da quelle parti.
Tanti baci Ali.
ZOE
Ciao benvenuta. Sono molto contenta di leggerti qui, anch’io ti conosco un pochino tramite i commenti che lasci su parecchi blog che leggo. Niobe, poi, con i suoi splendidi post, ci “costringe” spesso a svelarci molto più profondamente di quanto vogliamo ed è facile, grazie a lei, conoscerci meglio tutti.
Abbraccio te e ne approfitto per mandare un bacio a lei.
una parabola sul perdono ?
No, direi piuttosto sul pensare e l’agire.