Il signor De Marco era un genio. Assolutamente. Il signor De Marco era talmente genio che si comportava da genio, ragionava da genio, si poneva nei confronti degli altri da genio e, ovviamente, si trattava con il dovuto rispetto e la rigida deferenza che spettavano al genio.
In tutta questa storia, apparentemente semplice e lineare, c’era un solo neo, una sola falla, ed era che l’unico a considerare il signor De Marco un genio, era il signor De Marco medesimo. Questo, naturalmente, dava una connotazione del tutto originale alla faccenda, portando a concludere frettolosamente che il signor De Marco, purtroppo per lui, non era oggettivamente un genio.
Non lo era per il mondo, non lo era per il suo capoufficio, e non lo era nemmeno per la sua portinaia la quale, invero, si concedeva persino il lusso di trattarlo con una sufficienza e un disprezzo decisamente fuori luogo, considerando i ruoli e le diverse classi sociali cui i due appartenevano. Questo fatto lo imbarazzava non poco, poiché lo riteneva, in cuor suo, un atteggiamento profondamente ingiusto.
Il signor De Marco aveva cercato a lungo una spiegazione per questo fenomeno, trovando rifugio nell’unica tesi consolatoria che aveva trovato: il mondo, evidentemente, non era ancora abbastanza evoluto da prendere atto della sua indubbia genialità.
Tuttavia il signor De Marco sapeva bene che il mondo non lo considerava un genio per un motivo molto semplice e cioè che mai, in vita sua, aveva dato dimostrazione di tale genialità, quindi tutta la faccenda non poteva che restare strettamente circoscritta alla sua persona.
Eppure il signor De Marco era un genio. Assolutamente. Ne era così convinto da essere pronto a scommettere qualunque somma sulla sua genialità, e la ragione, ai suoi occhi, era così chiara che presto, ne era certo, sarebbe stata altrettanto chiara a tutti.
Per esempio sapeva benissimo che sarebbe stato in grado di governare qualunque nazione molto meglio di chiunque altro, compreso chi la stava governando. Sapeva, senza ombra di dubbio, che sarebbe stato capace di realizzare film da Oscar se solo gli fosse stata concessa l’opportunità e i mezzi per farlo. E che dire, poi, della letteratura. Ogni qualvolta terminava di leggere un libro, non poteva esimersi dal constatare che lui, indubbiamente, sarebbe stato capace di scriverlo molto meglio, con parole più appropriate e con una profondità di pensiero sconosciuta a qualunque autore, che fosse contemporaneo o meno. Certo, non lo aveva ancora scritto, il signor De Marco, un libro tutto suo, ma questo non significava niente.
Circolava, per casa De Marco e solo lì, una sua versione di “Guerra e Pace” che, secondo lui, avrebbe fatto arrossire di vergogna e d’inettitudine Tolstoj in persona.
Ma la sua genialità non si esauriva certo nel campo della politica o dell’arte, benché in questi ambiti, a suo giudizio, si esprimeva meglio. Anche nelle faccende di tutti i giorni il signor De Marco dispensava saggi di superiore intelletto che avrebbero dovuto indurre il mondo a riflettere. Quando, per esempio, si presentava in casa sua un idraulico o un elettricista, era un continuo consigliare, suggerire, interagire con loro, nel tentativo di cavare da quelli che considerava degli autentici incapaci, un lavoro degno d’essere considerato tale.
La lettura mattutina dei quotidiani, per il signor De Marco, era un’autentica tortura. Si domandava per quale oscura ragione gente che aveva difficoltà insormontabili con le più basilari regole della lingua italiana avesse l’opportunità di scrivere su giornali importanti e lui, che era un genio, invece no.
Questo spiccato senso critico che permeava le sue valutazioni, e che sgorgava spontaneo di fronte ad una qualunque attività umana, l’aveva vieppiù convinto d’essere un genio e francamente, a sentirlo parlare, non v’era dubbio alcuno che lo fosse veramente, tale era la forza delle sue perentorie affermazioni.
Insomma, il signor De Marco era un genio, assolutamente, e sarebbe stato in grado di fare qualunque cosa meglio di chiunque altro. Da questo concetto, a suo modo di vedere, non si poteva prescindere.
A dire il vero, da un’attenta analisi della sua biografia, alcuni particolari potevano indurlo a dubitare egli stesso delle sue qualità, di quella presunta genialità, ma in fondo erano piccoli insignificanti dettagli. Piccoli, stupidi, insignificanti dettagli, retaggio di trascorsi infantili e adolescenziali che non potevano, in alcun modo, macchiare un così fulgido esempio di cristallina e sovrannaturale genialità.
È vero, i suoi risultati scolastici erano stati pessimi, e il conseguimento del diploma era stato accolto, in famiglia, come un piccolo miracolo tanto che il padre, alla sua richiesta d’iscriversi all’università, aveva risposto con una fragorosa risata. Ma il giovane De Marco non s’era certo perso d’animo, e nonostante il percorso verso la laurea si fosse trasformato ben presto in un autentico calvario, era comunque riuscito nell’intento, sebbene con la votazione minima e tra i sonori fischi del pubblico. Il signor De Marco aveva però, anche per questo, una chiara e indiscutibile spiegazione. L’ostracismo nei suoi confronti nasceva dall’irriducibile avversione che da sempre i docenti avevano nutrito nei suoi riguardi, proprio in virtù di una genialità che, nell’ambito accademico, risultava sempre ingombrante e fastidiosa.
Anche nel privato questa presunta genialità s’era scontrata spesso con i fatti. Ma i reiterati insuccessi con le donne, a detta del signor De Marco, erano anch’essi riconducibili, senza sforzo, a quella sua condizione di privilegiato mentale. Aveva, infatti, la radicata convinzione che le donne trovassero insuperabili difficoltà a rapportarsi con una mente siffatta. Troppo intelligente, troppo colto, troppo saggio, insomma, troppo tutto. Era fatale che una donna, accanto a lui, si sentisse irrimediabilmente frustrata. Il genio, si sa, è un elemento ingovernabile e questo, inutile negarlo, una donna non riesce proprio ad accettarlo.
Per questa ragione gli erano sempre stati preferiti uomini lineari, solidi, metodici, magari noiosi ma placidi, e sostenuti spesso da robusti conti bancari.
A tutto ciò il signor De Marco non poteva certo far fronte. Il genio, è cosa nota, si nutre di arte e di elevate forme di cultura. Il genio, e anche questo è cosa nota, volteggia aereo e impalpabile sulle umane traversie toccandole appena senza esserne sfiorato. Il genio, in sostanza, non può certo abbassarsi al vile, infimo livello di un accumulatore di denaro.
Il signor De Marco, da vero genio qual era, accettava con stoica fierezza gli inevitabili svantaggi imposti dalla sua condizione. L’unico guaio consisteva nel fatto che non essere unanimemente riconosciuto come genio gli impediva di usufruire di tutti i vantaggi dell’esserlo. Tuttavia riusciva ad affrontare anche questa controversia con ammirevole stoicismo. L’avere coscienza d’essere un genio, per lui, era motivo più che sufficiente per sentirsi realizzato. E tanto gli bastava.
Perché, detto in confidenza, il signor De Marco era veramente un genio. Assolutamente. A testimoniare e sostenere questa tesi v’era un fatto reale, tangibile, di fronte al quale nemmeno il più accanito oppositore avrebbe potuto controbattere. Un fatto che accadde pochi giorni prima del suo matrimonio.
Il signor De Marco aveva dato alla signorina Laura, sua futura sposa, le chiavi del loro nuovo appartamento, per consentirle di portare lì parte delle sue cose nell’attesa della cerimonia, a seguito della quale si sarebbero trasferiti. Quella stessa sera però, aveva deciso di andare anch’egli nella casa, con la lodevole intenzione di aiutare la signorina Laura nel trasporto e la sistemazione.
Quando s’affacciò silenziosamente sulla camera da letto, il signor De Marco si trovò davanti ad una scena sorprendente. La signorina Laura stava facendo l’amore niente meno che con il testimone di nozze, nonché miglior amico, del signor De Marco. La futura sposa, completamente nuda, cavalcava selvaggiamente l’uomo il quale, sdraiato sotto di lei, ne assecondava i movimenti tenendo le mani strette sui suoi seni rigogliosi e incitandola con frasi irripetibili.
Il signor De Marco, senza cedimento alcuno, osservò la scena per tutta la sua durata, senza lasciarsi sfuggire una sola parola e seguendo le sensuali evoluzioni dei due amanti con distaccato ma palese interesse. Osservò attentamente le posizioni, i movimenti, registrò persino gemiti e mugolii, annotando mentalmente quello che accadeva davanti ai suoi occhi con la freddezza e l’obiettività di una telecamera.
Quando i due ebbero finito, e cedettero esausti al sonno dei giusti, il signor De Marco riavvolse il suo nastro mentale ed uscì silenziosamente di casa, lasciando gli amanti al meritato riposo.
Scese furtivo le scale, raggiunse il portone e una volta in strada, mentre le immagini scorrevano nuovamente davanti ai suoi occhi, scrollò il capo e si concesse una sonora risata. Alla portinaia, che lo guardò esterrefatta dalla finestra livello suolo del seminterrato il signor De Marco rivolse queste semplici, illuminanti parole:
-Che pena, signora mia, che pena. Lei non ci crederà, lo so, ma io l’avrei scopata mille volte meglio di lui!-
Non c’era alcun dubbio. Il signor De Marco era davvero un genio. Assolutamente.