Il Mulino Stanco/2

(Ovvero i ragionevoli dialoghi della famiglia Ferrero)

 

Moncheriè: Ma te lo ricordi cosa mi dicevi, una volta, quando facevamo l’amore? Te lo ricordi?

Raffaello: Certo che me lo ricordo! Stiamo insieme da 5 anni, mica da 100.

Moncheriè: Ah, te lo ricordi allora. E dimmi, perché adesso non riesci ad andare oltre un “bella porcona mia”?

Raffaello: Ma vedi, tesoro, i rapporti cambiano, s’intimizzano, radicalizzano, approfondiscono. Insomma, i rapporti non sono cristallizzati. Si evolvono, cazzo!

Moncheriè: Si evolvono? Passare da “amoremiotesoroquantotidesideroseistupenda” a “avantimaialasucchiamelotutto” secondo te è un’evoluzione?

Raffaello: In un certo senso si.

Moncheriè: In un certo senso? In quale senso?

Raffaello: Nel senso della libertà di potermi esprimere liberamente perché sto con te.

Moncheriè: Bene. Perfetto. Devo quindi dedurre che ascoltare i tuoi deliziosi rutti aggraziati, dopo cena, sia un’ulteriore testimonianza di questa evoluzione.

Raffaello: Ovvio. Quale maniera migliore per esprimerti la mia soddisfazione per come cucini. Se consideri che tali manifestazioni posso farle solo con te, capisci bene che grado d’intimità c’è tra noi. E tutto questo, cazzo, vorrà pure dir qualcosa!

Moncheriè: Che mi ami?

Raffaello: Brava. Bravissima. Che ti amo e che il nostro è un rapporto solido, intimo e profondo.

Moncheriè: Scusami un attimo.

Raffaello: Dove vai?

Moncheriè: In bagno. E perdonami se non ti amo abbastanza da vomitarti  sui piedi.

 

Quesiti

Se la famiglia che sponsorizza le caramelle per il mal di gola si chiama BOCCASANA.

Come si chiama la famiglia che sponsorizza le supposte per la febbre?

Il Mulino Stanco

(Ovvero, i ragionevoli dialoghi della famiglia Ferrero la mattina, nella loro bellissima casa, davanti ad una bella colazione, la tovaglia appena stirata ed il sole che entra dalla finestra della cucina)

 

Moncheriè: Non la senti mai, tu, la nostalgia?

Raffaello: Di cosa?

Moncheriè: Dell’innamoramento, del primo sguardo, dei pensieri nascosti, dei misteri.

Raffaello: No, amore. Preferisco pensare al presente, al nostro rapporto consolidato, alle nostre belle abitudini, ai vantaggi della profonda conoscenza reciproca.

Moncheriè: D’accordo, ma, il batticuore, l’emozione del primo appuntamento, del primo bacio. La prima volta insieme.

Raffaello: Sono fasi del rapporto. Passano, e ne subentrano altre. Diverse, ma non per questo meno  belle.

Moncheriè: A me non piace girare nuda per la stanza e accorgermi che tu neanche alzi gli occhi dal libro. Tre anni fa mi saresti saltato addosso e adesso invece.

Raffaello: A parte che addosso e adesso, messi così vicini, sono bruttissimi, ma poi la verità è che dopo alcuni anni sono altre le cose che suscitano il desiderio.

Moncheriè: Vuoi dire che una volta ti bastava vedere le mie tette per eccitarti e adesso non più?

Raffaello: No, non è questo. È che adesso apprezzo tante altre cose di te, non solo le tette. Dovresti esserne felice.

Moncheriè: Mentre di Sonia apprezzi solo le tette.

Raffaello: Ma che stai dicendo?

Moncheriè: La verità. Quando viene Sonia da noi, con quelle scollature giro ombelico, tu le guardi costantemente le tette.

Raffaello: Non è vero!

Moncheriè: E’ vero.

Raffaello: D’accordo, può anche darsi che sia vero, ma lo faccio senza malizia, istintivamente.

Moncheriè: Beh, allora sappi che c’è chi fa la stessa cosa con me.

Raffaello: E quindi? Cosa vuoi dire con questo?

Moncheriè: Niente più di quello che ho detto. Ci sono uomini che mi guardano le tette dimostrandomi apertamente che muoiono dalla voglia di mordicchiarmi i capezzoli.

Raffaello: Mordicchiarti i capezzoli??

Moncheriè: Già, hai capito benissimo, mordicchiarmi i capezzoli. Tu quanto tempo è che non mi mordicchi più i capezzoli?

Raffaello: Di preciso adesso non ricordo. Me lo chiedi così, su due piedi. Sarà un mese?

Moncheriè: Un anno. È esattamente un anno che non mi mordicchi i capezzoli. Per non parlare del resto.

Raffaello: Quindi è per questo che sei arrabbiata. Perché non mi sono ricordato l’anniversario dell’ultima volta che ti ho mordicchiato i capezzoli. Beh, se è così, dovrei essere arrabbiato anch’io, visto che proprio in questi giorni cade anche il decennale dell’ultimo pompino.

Moncheriè: Fossi in te non farei tanto lo spiritoso. Potrebbe darsi che io non abbia alcun decennale da festeggiare.

Raffaello: Ascolta tesoro, tu sei una ragazza bellissima ed è normale che ci siano uomini pronti a saltarti addosso. Ma usare questo per risvegliare in me antichi desideri, o per riportarci ai tempi in cui eravamo due fidanzatini non funziona. Non si può tornare indietro, purtroppo, ogni periodo ha le sue cose. E quel particolare periodo si può ritrovare solo ricominciando con un’altra persona. Con una persona nuova, sconosciuta, di cui non sai nulla.

Moncheriè: Quindi mi stai dicendo che devo trovarmi un perfetto sconosciuto, se voglio farmi mordicchiare nuovamente i capezzoli.

Raffaello: No. Sto dicendo che il mordicchiamento dei capezzoli viene affiancato o  sostituito da altre cose.

Moncheriè: Per esempio?

Raffaello: Per esempio, ecco, per esempio, che so, andare in banca ad aprire un conto a nome di entrambi.

Moncheriè: Io dovrei sostituire i capezzoli mordicchiati con un conto corrente?

Raffaello: E’ solo un esempio.

Moncheriè: Io esco.

Raffaello: Dove vai adesso?

Moncheriè: A una riunione degli alcolisti anonimi.

 

La scrittrice erotica

Durante queste ultime settimane mi sono appassionata al dibattito sul futuro della letteratura, sulle politiche editoriali di grandi e piccole case editrici, sulle correnti letterarie e la loro validità.

Diversi blog e webzine hanno trattato la questione, offrendo la possibilità di interagire, attraverso i commenti, con editori e scrittori interessati al tema. A parte un’occasione, su un blog che frequento da parecchio tempo, mi sono limitata a leggere con l’unico desiderio di imparare, senza sentire particolarmente forte la voglia d’intervenire. Qui, invece, voglio inserire alcuni pensieri su una tipologia di scrittrice che m’interessa da vicino. Ho fatto un parallelo con lo scrittore noir perché si prestava bene, non perché non ami il genere, anzi. Ovviamente, come diceva Benigni parlando con Dio: qui si scherza eh.

 

La scrittrice erotica, per motivi tuttora oscuri, è una che compie esattamente gli atti che descrive nei suoi libri. Ergo, è una puttana.

Lo scrittore noir non si sogna assolutamente di compiere gli atti che descrive nei suoi libri. Ergo, non cercate in lui l’assassino.

La scrittrice erotica, per quanto possa negarlo, se non ha fatto le cose che narra, comunque le ha pensate, sognate quindi desiderate. Ergo, resta pur sempre una puttana.

Lo scrittore noir, per quanto possa apparire esaltato o psicologicamente disturbato, e pur se ha lo sguardo allucinato di Stephen King, non ha alcun desiderio di compiere gli atti efferati che narra. Ergo, è una persona normalissima.

La scrittrice erotica, in realtà non esiste. È opinione comune che dietro una scrittrice erotica c’è sempre un uomo. Il fatto che lei s’affanni a sostenere che dietro non c’è nessun uomo e se c’è, è per altri motivi, non convince nessuno.

Lo scrittore noir non solo è abilitato ad esistere, ma di norma è anche belloccio e ha diritto all’apparizione televisiva, in tutte le trasmissioni che trattano di serial killer.

La scrittrice erotica che va in tv, in primo luogo deve rispondere al quesito se è o no una puttana. Se risponde si, bene, altrimenti le sarà riproposta, in forme diverse, la stessa domanda.

Se la scrittrice erotica non appare, allora è certo che si tratta di un uomo.

Se la scrittrice erotica appare, non è lei che scrive, ma un ghost-writer, ovviamente maschio, che vive nell’ombra.

Se la scrittrice erotica è bruttissima, allora può essere che sia realmente lei, la scrittrice erotica, e che non abbia fatto nulla di ciò che ha scritto. Ma non per merito suo, per una legge di natura.

Se la scrittrice erotica, nel frattempo che se ne discute, ha il buon gusto di morire allora si può anche accettare, con notevole sforzo critico, che l’opera sia un valido esempio di letteratura. Tuttavia permarranno sempre alcuni dubbi.

La scrittrice erotica morta, non essendo più potenzialmente scopabile, può addirittura essere definita “brava”.

La scrittrice erotica se vuole essere considerata, oltre che viva, anche brava, deve almeno avere il buon gusto di essere francese.

Solo nel caso in cui la scrittrice erotica ammette di essere una puttana, e si mostra sinceramente contrita e pentita, allora è una scrittrice erotica.

Nessuna speranza, tuttavia, di essere considerata semplicemente una scrittrice. 

Il signor De Marco

Il signor De Marco era un genio. Assolutamente. Il signor De Marco era talmente genio che si comportava da genio, ragionava da genio, si poneva nei confronti degli altri da genio e, ovviamente, si trattava con il dovuto rispetto e la rigida deferenza che spettavano al genio.

In tutta questa storia, apparentemente semplice e lineare, c’era un solo neo, una sola falla, ed era che l’unico a considerare il signor De Marco un genio, era il signor De Marco medesimo. Questo, naturalmente, dava una connotazione del tutto originale alla faccenda, portando a concludere frettolosamente che il signor De Marco, purtroppo per lui, non era oggettivamente un genio.

Non lo era per il mondo, non lo era per il suo capoufficio, e non lo era nemmeno per la sua portinaia la quale, invero, si concedeva persino il lusso di trattarlo con una sufficienza e un disprezzo decisamente fuori luogo, considerando i ruoli e le diverse classi sociali cui i due appartenevano. Questo fatto lo imbarazzava non poco, poiché lo riteneva, in cuor suo, un atteggiamento profondamente ingiusto.

Il signor De Marco aveva cercato a lungo una spiegazione per questo fenomeno, trovando rifugio nell’unica tesi consolatoria che aveva trovato: il mondo, evidentemente, non era ancora abbastanza evoluto da prendere atto della sua indubbia genialità.

Tuttavia il signor De Marco sapeva bene che il mondo non lo considerava un genio per un motivo molto semplice e cioè che mai, in vita sua, aveva dato dimostrazione di tale genialità, quindi tutta la faccenda non poteva che restare strettamente circoscritta alla sua persona.

Eppure il signor De Marco era un genio. Assolutamente. Ne era così convinto da essere pronto a scommettere qualunque somma sulla sua genialità, e la ragione, ai suoi occhi, era così chiara che presto, ne era certo, sarebbe stata altrettanto chiara a tutti.

Per esempio sapeva benissimo che sarebbe stato in grado di governare qualunque nazione molto meglio di chiunque altro, compreso chi la stava governando. Sapeva, senza ombra di dubbio, che sarebbe stato capace di realizzare film da Oscar se solo gli fosse stata concessa l’opportunità e i mezzi per farlo. E che dire, poi, della letteratura. Ogni qualvolta terminava di leggere un libro, non poteva esimersi dal constatare che lui, indubbiamente, sarebbe stato capace di scriverlo molto meglio, con parole più appropriate e con una profondità di pensiero sconosciuta a qualunque autore, che fosse contemporaneo o meno. Certo, non lo aveva ancora scritto, il signor De Marco, un libro tutto suo, ma questo non significava niente.

Circolava, per casa De Marco e solo lì, una sua versione di “Guerra e Pace” che, secondo lui, avrebbe fatto arrossire di vergogna e d’inettitudine Tolstoj in persona.

Ma la sua genialità non si esauriva certo nel campo della politica o dell’arte, benché in questi ambiti, a suo giudizio, si esprimeva meglio. Anche nelle faccende di tutti i giorni il signor De Marco dispensava saggi di superiore intelletto che avrebbero dovuto indurre il mondo a riflettere. Quando, per esempio, si presentava in casa sua un idraulico o un elettricista, era un continuo consigliare, suggerire, interagire con loro, nel tentativo di cavare da quelli che considerava degli autentici incapaci, un lavoro degno d’essere considerato tale.

La lettura mattutina dei quotidiani, per il signor De Marco, era un’autentica tortura. Si domandava per quale oscura ragione gente che aveva difficoltà insormontabili con le più basilari regole della lingua italiana avesse l’opportunità di scrivere su giornali importanti e lui, che era un genio, invece no.

Questo spiccato senso critico che permeava le sue valutazioni, e che sgorgava spontaneo di fronte ad una qualunque attività umana, l’aveva vieppiù convinto d’essere un genio e francamente, a sentirlo parlare, non v’era dubbio alcuno che lo fosse veramente, tale era la forza delle sue perentorie affermazioni.

Insomma, il signor De Marco era un genio, assolutamente, e sarebbe stato in grado di fare qualunque cosa meglio di chiunque altro. Da questo concetto, a suo modo di vedere, non si poteva prescindere.

A dire il vero, da un’attenta analisi della sua biografia, alcuni particolari potevano indurlo a dubitare egli stesso delle sue qualità, di quella presunta genialità, ma in fondo erano piccoli insignificanti dettagli. Piccoli, stupidi, insignificanti dettagli, retaggio di trascorsi infantili e adolescenziali che non potevano, in alcun modo, macchiare un così fulgido esempio di cristallina e sovrannaturale genialità.

È vero, i suoi risultati scolastici erano stati pessimi, e il conseguimento del diploma era stato accolto, in famiglia, come un piccolo miracolo tanto che il padre, alla sua richiesta d’iscriversi all’università, aveva risposto con una fragorosa risata. Ma il giovane De Marco non s’era certo perso d’animo, e nonostante il percorso verso la laurea si fosse trasformato ben presto in un autentico calvario, era comunque riuscito nell’intento, sebbene con la votazione minima e tra i sonori fischi del pubblico. Il signor De Marco aveva però, anche per questo, una chiara e indiscutibile spiegazione. L’ostracismo nei suoi confronti nasceva dall’irriducibile avversione che da sempre i docenti avevano nutrito nei suoi riguardi, proprio in virtù di una genialità che, nell’ambito accademico, risultava sempre ingombrante e fastidiosa.

Anche nel privato questa presunta genialità s’era scontrata spesso con i fatti. Ma i reiterati insuccessi con le donne, a detta del signor De Marco, erano anch’essi riconducibili, senza sforzo, a quella sua condizione di privilegiato mentale. Aveva, infatti, la radicata convinzione che le donne trovassero insuperabili difficoltà a rapportarsi con una mente siffatta. Troppo intelligente, troppo colto, troppo saggio, insomma, troppo tutto. Era fatale che una donna, accanto a lui, si sentisse irrimediabilmente frustrata. Il genio, si sa, è un elemento ingovernabile e questo, inutile negarlo, una donna non riesce proprio ad accettarlo.

Per questa ragione gli erano sempre stati preferiti uomini lineari, solidi, metodici, magari noiosi ma placidi, e sostenuti spesso da robusti conti bancari.

A tutto ciò il signor De Marco non poteva certo far fronte. Il genio, è cosa nota, si nutre di arte e di elevate forme di cultura. Il genio, e anche questo è cosa nota, volteggia aereo e impalpabile sulle umane traversie toccandole appena senza esserne sfiorato. Il genio, in sostanza, non può certo abbassarsi al vile, infimo livello di un accumulatore di denaro.

Il signor De Marco, da vero genio qual era, accettava con stoica fierezza gli inevitabili svantaggi imposti dalla sua condizione. L’unico guaio consisteva nel fatto che non essere unanimemente riconosciuto come genio gli impediva di usufruire di tutti i vantaggi dell’esserlo. Tuttavia riusciva ad affrontare anche questa controversia con ammirevole stoicismo. L’avere coscienza d’essere un genio, per lui, era motivo più che sufficiente per sentirsi realizzato. E tanto gli bastava.

Perché, detto in confidenza, il signor De Marco era veramente un genio. Assolutamente. A testimoniare e sostenere questa tesi v’era un fatto reale, tangibile, di fronte al quale nemmeno il più accanito oppositore avrebbe potuto controbattere. Un fatto che accadde pochi giorni prima del suo matrimonio.

Il signor De Marco aveva dato alla signorina Laura, sua futura sposa, le chiavi del loro nuovo appartamento, per consentirle di portare lì parte delle sue cose nell’attesa della cerimonia, a seguito della quale si sarebbero trasferiti. Quella stessa sera però, aveva deciso di andare anch’egli nella casa, con la lodevole intenzione di aiutare la signorina Laura nel trasporto e la sistemazione.

Quando s’affacciò silenziosamente sulla camera da letto, il signor De Marco si trovò davanti ad una scena sorprendente. La signorina Laura stava facendo l’amore niente meno che con il testimone di nozze, nonché miglior amico, del signor De Marco. La futura sposa, completamente nuda, cavalcava selvaggiamente l’uomo il quale, sdraiato sotto di lei, ne assecondava i movimenti tenendo le mani strette sui suoi seni rigogliosi e incitandola con frasi irripetibili.

Il signor De Marco, senza cedimento alcuno, osservò la scena per tutta la sua durata, senza lasciarsi sfuggire una sola parola e seguendo le sensuali evoluzioni dei due amanti con distaccato ma palese interesse. Osservò attentamente le posizioni, i movimenti, registrò persino gemiti e mugolii, annotando mentalmente quello che accadeva davanti ai suoi occhi con la freddezza e l’obiettività di una telecamera.

Quando i due ebbero finito, e cedettero esausti al sonno dei giusti, il signor De Marco riavvolse il suo nastro mentale ed uscì silenziosamente di casa, lasciando gli amanti al meritato riposo.

Scese furtivo le scale, raggiunse il portone e una volta in strada, mentre le immagini scorrevano nuovamente davanti ai suoi occhi, scrollò il capo e si concesse una sonora risata. Alla portinaia, che lo guardò esterrefatta dalla finestra livello suolo del seminterrato il signor De Marco rivolse queste semplici, illuminanti parole:

-Che pena, signora mia, che pena. Lei non ci crederà, lo so, ma io l’avrei scopata mille volte meglio di lui!-

Non c’era alcun dubbio. Il signor De Marco era davvero un genio. Assolutamente. 

Princess

( what else i can do…)

 

Battito lento. Battito violento.

I sensi vagano. Alternati. Alterati.

Assopiti e poi destati, tra profumi e fogli gettati, perduti.

A caso, lasciati.

Siamo morti pensando d’essere immortali.

Convinti, sicuri, certi.

Abbiamo bruciato ceppi e fantasmi

volgendo altrove gli sguardi.

Volevamo cambiare restando intatti,

statue di ghiaccio tra i ghiacci.

Siamo evaporati svanendo sentimenti lacrime e stracci,

parole e schiaffi,

sussurrate e gridati dentro spenti orecchi.

Davanti ai nostri occhi.

 

Battito lento, battito violento.

Abbiamo inventato il tempo,

scivolato tra le dita,

tra fessure dove il vento s’infila, e grida,

sulle nostre labbra chiuse, senza vita.

Su nari che hanno perduto i fremiti, dell’adolescenza i brividi,

ricordo di ricordi lividi. Sterili. Inutili.

 

Battito lento, battito violento,

nemmeno la paura può, nemmeno il disincanto,

di un anno o altri cento.

Non l’abbiamo consolato, quel camino spento,

cenere immobile, pronta a sciogliersi,

millenni di luce fioca pronti a dissolversi.

Dentro silenzi taciuti. E ottusi.

Incompiuti e odiati.

 

Battito lento, battito accelerato,

spuma bianca che sfiora il passato,

e cancella il già cancellato,

dal tempo, dal pianto, dal perduto incanto.

Inevitabilmente spento, come il canto.

Orme sulla sabbia che girano in tondo,

senza inizio senza fine, senza fondo.

Avremmo voluto, avremmo potuto.

Tutto vero. Tutto perduto. Finito.

Quegli spettri, riflessi negli specchi, davanti ai nostri occhi,

sono le nostre anime, come balocchi

in mano al fato, senza fiato, destino ingrato.

L’amore amato, poi perduto, poi riusato e fottuto.

 

Battito lento, battito violento, battito muto.

Suono cupo.

Dove volevamo andare, e poi come,

se abbiamo diviso tutto, tranne cuore e nome.

Siamo i ricordi di chi ci ha già dimenticato.

Siamo nelle foto di chi ci guarda smarrito,

che senza risposta si chiede chi siamo.

Come noi che un tempo, per saperlo,

bastava un semplice Ti Amo.

Contributo al dibattito

Se è vero che leggere, criticare e recensire tanti libri fa diventare bravi scrittori,

allora mio cugino Ermanno è il più grande attore vivente di film porno.

(Si ringrazia Aristotele per il format)

Tempo al Tempo

Sono così brava a procrastinare ogni cosa che, probabilmente, morirò con tre giorni di ritardo.

Genialità

Tutte le mattine, alle 6 in punto, mi vengono in mente idee geniali.

Il guaio è che io mi sveglio alle 7:04.

Aggiornamento

La situazione è grave. Il dottore che ha in cura il mio Acerino non si è fatto sentire, e questo lo ritengo un elemento preoccupante.

Nel frattempo ho idealmente fatto un conto dei danni: centinaia di foto perdute tra cui le mie personali, quelle preziose delle mie nipoti, Carlotta e Martina, quelle del mio incontro con Asia, quelle con Ale, la laurea di Lisa. Una decina di racconti già scritti. Una decina di cd musicali. Filmati vari.

E’ inutile adesso chiedere con quell’aria di biasimo e di malcelato rimprovero, nascosti dietro i vostri pc: Ma come? Non avevi fatto una copia di back up? Non avevi salvato le tue cose su cd o floppy? Ma sei cretina?

No, non l’avevo fatto. Si, sono una cretina.

Tra tutte le cose che potevano capitare non mi sarei mai aspettata che il mio Acerino decidesse di cancellare un’intero hard disk arrivando perfino a disconoscerlo. Quando è arrivato il dottore l’ho visto scuotere la testa nel momento in cui è apparsa la scritta HDD=none. L’ho visto cercare con cura le parole per chiedermi se, per caso, avevo salvato da qualche parte le cartelle documenti.

Alla fine, senza aggiungere altro, si è portato via Acerino dicendo con voce flebile: vedrò quello che posso fare. Non sono tranquilla, so che, nella migliore delle ipotesi, mi riporterà un pc smemorato, al quale dovrò ripresentarmi. Non conoscerà i miei nick, i miei login, le mie password. Sarò una sconosciuta, per lui, e lui per me.

Nel frattempo sto lavorando su un pc gentilmente offerto da mia cugina Francesca, che si blocca ogni 5 minuti e decide lui quali blog aprire e quali no. Inoltre, alla fine della sessione non si spenge mai, per quanto io faccia tutto il possibile per chiuderlo come si deve.

Ci sono momenti in cui ti sembra che tutto quello che tocchi smetta di funzionare. Sarà per questo che adesso anche “Lui” mi gira alla larga?

Mah, aspettiamo. Sono sicura che domani il Dottore si farà sentire, e devo farmi trovare pronta. Psicologicamente.

Non so se riuscirò a pubblicare questo post, sono già due volte che ci provo e il pc si blocca, tanto per cambiare. Nel caso ci riuscissi vorrei aggiungere alcuni brevi messaggi.

BRUCE: Grazie di tutto.

CARLOS: La sensazione che senti la percepisco anch’io, ti ringrazio di gironzolare ancora da queste parti.

ASIA: Ti voglio bene. Vorrei tanto che tornasse tutto come prima.

NIOBE: Ti voglio bene. Vorrei tanto che tornasse tutto come prima.

FABIANA: Grazie per la bellissima emozione che mi hai regalato. Vedere Carlotta è stato meraviglioso. E se capita così di rado è solo colpa mia.

ALIXEL: E’ ufficiale che sarò a Torino :) ) Spero tanto di abbracciare te e Kiara.