Non sempre il posto in cui vivi è il posto in cui sei. E nessun posto è un posto qualunque. Se ci sei, o per qualche motivo ti ci senti, è per una ragione ben precisa. Io, per esempio, vivo a Plymouth, anche se non ci sono mai stata. Inoltre, e questo è il particolare veramente curioso, ci vivo dal 1829 e oggi, secondo i miei calcoli, e quello che dice il calendario apposto accanto al lavello in rame battuto, è il 24 settembre 1851. Da ciò deduco che ho esattamente 22 anni e guardandomi allo specchio, accanto al letto a baldacchino, noto con piacere che non c’è nulla, nemmeno il più piccolo particolare fisico, che possa confutare questa rigidissima tesi.
Tutto ciò, a me, pare assolutamente plausibile, compreso lo stupore che mi pervade, quando ferma al semaforo che attraversa la via Cristoforo Colombo, incastrata in un groviglio di automobili fumose e rumoreggianti, che scaricano tutto all’esterno per fare in modo che, all’interno, non si avvertano né odori né rumori fastidiosi, riconduco tutto alla fase del sonno più visionaria, quella dei sogni avveniristici.
Plymouth è una bellissima città, anche perché mi sono occupata io stessa, non avendola mai vista dal vero, dell’architettura e del piano urbanistico. È ampia, vittoriana, qua e là un po’ barocca, con lineari viali dal fondo terroso, adatto alle passeggiate a cavallo, sul quale non sono mai salita ma che, a occhio, mi pare cosa buona e giusta.
Il mare è a pochi passi dal mio castello immerso nel verde, e le visite dei nobili, miei vicini, sono sempre gradite e divertenti. Unica concessione che faccio al moderno, la sera, dopo cena fingo di sognare di accendere un pc e di scrivere il mio blog. Benché, riflettendoci, io non sappia veramente bene cosa sia, né l’uno né l’altro.
Ora vi lascio, che devo andare a Londra, e ci vorranno almeno due giorni di carrozza.