Le donne di Genova

È davvero strano come il destino, alle volte, si diverta alle nostre spalle. È cosa nota, almeno per chi mi conosce un po’, quanto io sia dalla parte delle donne. Spesso ho notato stupore negli interlocutori quando ho dichiarato, e non senza prove a sostegno, che i miei migliori rapporti di amicizia, di affetto, di lavoro, di collaborazione, sono sempre con altre donne. Amo le caratteristiche peculiari delle donne, e non provando invidia o competizione anzi, esattamente il contrario, ecco che i miei rapporti e la mia considerazione ne guadagnano a dismisura.
Il punto è che oggi riflettevo sulle ultime cose accadute. Una bellissima collaborazione di cui vi parlerò lunedì, un dialogo che mi porterà un’altra bella soddisfazione, di cui vi parlerò tra qualche settimana, ebbene mentre rimettevo a posto carteggi e scritti mi sono resa conto che le tre donne che più mi stanno insegnando, coinvolgendo e gratificando sono nate a Genova. Non una. Tutte e tre.
Potremmo dire due e mezza, visto che una non è propriamente nata a Genova, ma in verità ci vive da così tanto tempo che può considerarsi genovese a tutti gli effetti. C’è un’altra donna, quella che per prima mi ha scoperta e che mi ha offerto la possibilità, per la prima volta nella mia vita di pubblicare un mio testo in un libro, che ha con Genova un legame fortissimo e particolare. E ce n’è un’altra ancora, adesso che ci penso, che è genovese anch’essa e che mi ha offerto la possibilità di scrivere in rete nel suo portale.
Tutte donne, tutte legate a Genova. Chissà qual è il disegno, dietro tutto questo.
All Along the watchtower
Ci guarda mentre non guardiamo, ci invita ad ascoltare mentre ci tappiamo le orecchie, vuole andarsene mentre noi, sordi, continuiamo a trattenerla. Fumo che scivola via, fumo che resta e occhi che guardano lassù, in cerca solo di pace, dopo tanto vissuto.
Tutto intorno, spesso, è silenzio assordante.
Birra Awards

Martedì 3 ottobre dovreste essere liberi. Non è un sabato, non è una domenica, e alle 20:30 di norma non si celebrano matrimoni, battesimi, tantomeno si prendono appuntamenti per tac o mammografie.
Quindi, ovviamente, scuse plausibili non ce ne sono, a meno che non vi troviate a Bolzano marittima. Sul sito di quella banda di matti trovate tutte le info necessarie su luogo, orario, menù e preventivi di spesa. Visto che attualmente il rapporto uomini/donne si è stabilizzato sul 10 a 1, sarebbe cosa gradita se le femminucce rompessero gli indugi e vincessero la timidezza. Diversamente dovrò indossare il classico abito rigido da palombaro.
Le adesioni si accettano tra i commenti qui o su Noantri, dove tra l’altro potrete leggere la lista aggiornata dei partecipanti. Siateci, poiché faremo le nomination per il blogger più alcolico della blogosfera.
PS: Visto che lunedì è anche il mio compleanno, se vi avanza qualche gioiello in casa io non mi offendo.
Miserabilandia
Ogni tanto capita, ad intervalli irregolari come l’apparizione del lume della ragione in alcune teste di eminenti luminari della scienza moderna, di leggere o ascoltare dichiarazioni di qualche presunto “esperto” della rete, di qualche “valente” studioso del fenomeno internet, il quale ci informa più o meno dettagliatamente che quello che stiamo facendo, online, è tutto inutile, sbagliato, irrilevante. Fastidioso quando addirittura stupido e dannoso. Internet, e più precisamente i blog. Blog come punta di un iceberg di gente per lo più perditempo, malata di protagonismo, paladini del nulla che hanno dentro. Pascal Lardellier, su Repubblica delle Donne.
Tutto questo pone dei quesiti ai milioni e milioni di matti che su internet, e attraverso i blog, hanno trovato prima di tutto un utile strumento di comunicazione, aggregazione, conoscenza, svago.
Gli aspetti che stuzzicano maggiormente la mia curiosità, e la mia vena polemica, quando mi capita di leggere interventi simili, sono prettamente due.
Il primo è che prendersela con i blog ed i blogger, benché appaia ormai lo sport mondiale per eccellenza di questi pseudo esperti, non fa che certificare l’importanza primaria che gli stessi rivestono in ambito internet. Ricordo ancora quando anche la tv nazionale si interrogava sul fenomeno chat, arrivando a fare trasmissioni in cui si mettevano in contatto persone che s’erano conosciute e innamorate attraverso questo mezzo. Tempi lontani, oggi di chat e di forum si parla sempre meno, specialmente sui grandi mezzi d’informazione. Si chiedono invece sempre più spesso pareri sui blog e questo, per chi ama e utilizza questo strumento tentando di conoscere e sfruttare appieno tutte le sue potenzialità, quand’anche scoprirne di nuove, è senza dubbio un bel successo.
Il secondo aspetto è che queste dichiarazioni non sono mai delle semplici opinioni. I toni sono sempre accesi, le parole spesso e volentieri sopra le righe, se non addirittura offensive e fuori luogo. Si percepisce facilmente il fastidio e l’astio che queste persone provano nei confronti del blog ma più ancora dei blogger. Non solo sembra impossibile riuscire a farne una critica obiettiva e costruttiva, non solo sembra impossibile che qualche blogger possa essere degno di stima, ma neanche sembra possibile, e questo è decisamente più grave, evitare di fare sempre il solito discorso generalista: i blogger sono…
Eppure personaggi degni di essere definiti esperti o studiosi dovrebbe usare l’accortezza di valutare che quando parlano di blog parlano di qualche milione di blog, con dietro e dentro qualche milione di persone. Se non mi stupisce la superficialità di chi, su un autobus o al bar, si lascia andare a considerazioni tipo “gli italiani sono…”, “i gay sono…”, ecc ecc, la cosa mi lascia invece esterrefatta quando si tratta, appunto, di persone che hanno funzione e fruizione pubblica, e che basano le proprie considerazioni su un tale, assoluto, qualunquismo, pressappochismo, razzismo culturale. Quando questo arriva da sedicenti studiosi, docenti, scienziati vari, la faccenda assume contorni diversi.
Possibile che sia così difficile accettare che il mondo vada avanti? È possibile che in ogni nuovo strumento si debba vedere sempre e comunque un pericolo? Non sarebbe il caso di smetterla di vedere fantasmi dappertutto?
Fonti: Babsi Jones – Manteblog
Libri, lettori, editori
Alcuni giorni fa, ho letto questo articolo su “La gazzetta del mezzogiorno” online:
“Libro sconosciuto: quasi 6 italiani su 10 non leggono mai "
E’ il desolante quadro che emerge dalla ricerca dell’Associazione Italiana Editori sul valore di sviluppo economico della lettura, presentata oggi a Roma durante gli Stati Generali dell’Editoria
ROMA – Libro, questo sconosciuto. Più della metà degli italiani, il 57,7 per cento, non ne ha letto neanche uno durante tutto il 2005, e il 20,1 per cento ne ha letti, sì e no, tre. Il che attarda inesorabilmente l’Italia nella corsa allo sviluppo, vista la strettissima relazione tra indice di lettura e Pil. E’ il desolante quadro che emerge dalla ricerca dell’Associazione Italiana Editori sul valore di sviluppo economico della lettura, presentata oggi a Roma durante gli Stati Generali dell’Editoria che hanno il significativo titolo «Investire per crescere».
Questa è solo una piccola parte dell’articolo, che potrete leggere integralmente sul sito del giornale. La riflessione che nasce, tra le altre, è questa:
interessanti le considerazioni sul valore storico e sociale del libro, sulla relazione tra lettura e crescita economica, tra lettura e risultati scolastici, tra lettura e maturazione del grano. Ma le motivazioni, le cause, quali sono?
Si legge sempre meno perché il libro è stato sostituito da altri oggetti, perché il tempo libero è sempre meno e lo si adopera per altre attività, perché leggere non è di moda quanto ascoltare musica con i lettori mp3, oppure è un problema che sussiste da tempo, troppo tempo?
Ci sono delle responsabilità per la poca educazione alla lettura che si fa in famiglia e a scuola?
Oppure c’è un problema nella catena scrittore-editore-lettore?
È possibile che, complessivamente, si scriva male, o si produca male, o si legga male?
Sottilmente, in questo genere d’inchieste, s’insinua sempre che il male sia lì, nell’ultimo anello della catena, quasi come se il fruitore ultimo del prodotto fosse un essere acritico devoto alla lettura a prescindere, solo perché leggere è cosa buona e giusta. Invece, a mio parere, il problema risiede negli anelli precedenti, ed in una critica che non sa più rapportarsi al lettore come essere umano fruitore di un opera d’ingegno, bensì ad un semplice consumatore di prodotti di mercato. E allora, invece di suggerire chiavi di lettura e misurare le qualità di un’opera, il critico ci dice solo qual è quella che lava più bianco.
O forse c’è dell’altro, ed io non ci ho ancora pensato.
Ovviamente la crescita di cui si parla nel titolo della ricerca, non è certo umana e morale.
PS: ovviamente trattasi di discorso al momento sui generis, in attesa di approfondimento, ergo non TUTTI gli scrittori, non TUTTI gli editori, non TUTTI i critici. Che qua, nel momento in cui tocchi certe caste, gli anatemi si sprecano.
Genova
Tutte quelle maledette gallerie. Una dopo l’altra, sempre più lunghe, fastidiose, intempestive. Un po’ come quando la vita si diverte a spostarti, ogni volta un po’ più in là, il traguardo che aspetti da sempre. Arrivando in treno, da Roma, è come se qualcuno decidesse, a pochi metri dall’arrivo, di mostrarti le diapositive di un luogo incantato. Il mare, le scogliere, le piccole insenature e poi buio, rumori di fondo, vento e rotaie, poi di nuovo luce, tramonto sul mare, frange rosse e arancioni e una macchia scura, una piccola imbarcazione, un castello sospeso tra le onde. Un attimo, pochi secondi, poi nuovamente buio, un fischio, una sferragliata, e di nuovo luce, più bassa stavolta, e il mare che sembra grigio adesso.
Genova la incontri così, la prima volta, se nessuno s’è preso la briga d’avvisarti. Diapositive in movimento che ti preparano all’atmosfera, prima ancora che alla città.
Solo lì, dov’è, tra la storia e il presente, tra la riva e le colline che diventano presto montagne. È splendida. Bella e non solo. Accogliente, tiepida, che prima di uscire ti copri pensando faccia chissà che freddo e poi invece ti accorgi che no, non è affatto così, che le sue braccia calde t’avvolgono subito e t’accompagnano in giro per il porto antico e le stradine strette che salgono e scendono senza requie. I carruggi, dicono.
Cerchi il suo cuore e lei, distratta, te lo lascia trovare, come un ragazzo troppo presuntuoso per credere che tu possa fargli del male. Lo segui per i vicoli e ad un tratto t’accorgi che sei passata avanti, che lei s’è fatta di lato per lasciarti godere da sola, senza pressioni o imposizioni, della sua gente scolpita nella roccia, erosa dal mare, al tempo stesso dura e friabile, che basta grattare un pochino per vedere uscir fuori l’anima dolce dei pescatori che poco dicono con le parole, ma dentro lo sguardo nascondono la storia del mondo.
Genova non ti chiede di amarla. Non si offre lasciva come chi crede di non essere degno d’amore, come chi è stato troppe volte lasciato e rifiutato. Genova si mostra a chi la vuol vedere, ti accoglie senza fingere d’essere un’altra, che se decidi di restare con lei e di amarla, è perché l’hai capita, ci sei entrata dentro ed hai scoperto, con la bocca aperta e gli occhi sgranati, di assomigliarle più di quanto credevi, più della tua stessa città natale. Non si propone da amante, o da compagna di una notte. Se di notte, passeggiando, ascolti il suo profondo respiro, se la guardi negli occhi, lontana da tutti e da tutto, se accetti l’idea che qualcosa abbia il potere di renderti felice senza fare nulla, allora siediti in faccia al porto e chiedile di non lasciarti più andare via.
Lei lo farà. Io la porto dentro, con il rumore del mare e le facce della gente di cui non conosco il nome, certo, ma l’anima si. L’anima è la tua, Genova.
Pulsatilla style
Mentelocale.it, il portale ligure sul quale mi onoro di avere una rubrica giornalistica dedicata principalmente al mondo dei blog, ha rinnovato dopo qualche anno la sua veste grafica. Il motivo per cui vi invito a visitarlo è legato non solo ai nuovi contenuti grafici, peraltro molto apprezzati da me, ma anche per la ricchezza di contenuti e per la facilità d’uso e la completezza d’informazione che offre, non solo su Genova e dintorni. Ovviamente il motivo principale per cui andrete lì sarà leggere “Spunti di Vista”, su questo non nutro alcun dubbio, ma leggere qualcos’altro non potrà farvi alcun male.
Dopo qualche mese di pausa, durante la quale sono stata impegnata in cose letterarie e meno letterarie (si, va bene, anche in un trasloco può esserci della poesia, ma dopo averlo fatto ci mancherebbe pure scriverne), tornerò con un articolo sul fenomeno dei blogger che approdano alla carta stampata, prendendo spunto da Pulsatilla e dal suo libro rivelazione.
A questo proposito vi chiedo: secondo voi è vero che gli editori interessati alla blogosfera cercano principalmente testi alla Bridget Jones e Sex & the City, oppure erotismo alla Melissa P.? O c’è spazio e possibilità anche per una scrittura diversa? La pubblicità che ha supportato Pulsatilla sarà a disposizione anche di testi di natura diversa, come sicuramente saranno quelli di Babsi Jones e Manila Benedetto, oppure invece di trovare vetrine di librerie addobbate come a natale, saremo costrette a ordinarlo su IBS? In definitiva la domanda è: per quale ragione il blogger deve essere associato a sesso e risate? (E su questa faccenda la mia amica Dania si pone sempre pericolose domande)
Post Vacanze
Ormai il peggio è passato, ed il ciclo della vacanze si è concluso. Questo piccolo prontuario servirà a riconoscere in pochi attimi chi è il vacanziero che avete davanti, e nei limiti del possibile a disinnescarlo prima che vi faccia troppo male.
Il “Finalmente!”- Type
L’atteggiamento tipico di questo prototipo è esemplificato dalle parole: “Ah, era ora di tornare al lavoro. Alla fine non c’è niente da fare, il lavoro ti manca, e dopo tanto tempo senti quasi la nostalgia dei luoghi, dei colleghi, delle vecchie, care pratiche da smaltire.”
Ecco appunto, quasi. Ci vogliono tra i 5 e i 12 minuti per rendersi conto della stupidità di questo atteggiamento, anche meno per crollare e farsi nuovamente prendere dallo stressante e alienante tran tran quotidiano di ogni maledetto working day. Chi sa vivere (e può permetterselo), si concede una settimana di vacanza ogni due, tre mesi, ed è forse l’unico modo per rendere accettabile tornare alle catene del lavoro salariato.
Tutto questo non vale, ovviamente, per gli informatici. Quelli li avrete sicuramente visti in spiaggia, con il notebook o il palmare collegato ad internet tramite wireless o cellulare, con l’auricolare del telefonino nell’orecchio, la penna ottica in una mano, la videocamera nell’altra, il radio-microfono, intenti a risolvere problemi in aziende lontane centinaia di chilometri mentre, indefessi, giravano il filmino delle vacanze e lo montavano prima di rientrare in albergo, per poterlo inviare via mail a tutti gli amici. Gli amici sono quelli che, rientrati dalle vacanze hanno acceso il pc ed hanno immediatamente cestinato tutte le mail contenenti allegati, così, per sicurezza.
Il “Ci vuole una almeno settimana”- Type
Il secondo, patetico, prototipo è quello che, non appena rimesso piede in ufficio, comincia un meccanico via vai con il bar affermando che ci vuole almeno una settimana per riprendersi dalle vacanze e rientrare nel meccanismo lavorativo in piena efficienza. Questo prototipo si trova in quantità industriali negli uffici pubblici, banche, poste, ambienti dove la piena efficienza lavorativa non è stata mai raggiunta, neanche nei momenti di massimo splendore. Conosco impiegati statali che uscendo di casa la mattina sono soliti salutare la famiglia con le parole: “Ciao, io vado a lavorare”, suscitando così l’ilarità di tutti.
In questi luoghi, per rientrare nel ciclo lavorativo si impiegano, normalmente, circa 52 settimane, ovvero quelle che mancano alle prossime ferie. Fateci caso, quelli che rientrano in questa casistica sono gli stessi che, un paio di settimane dopo il rientro, cominciano a cerchiare di rosso, sul calendario, le prossime festività, calcolando la possibilità di ponti aggiuntivi, la distanza in ore, minuti, secondi, e facendo scattare il countdown per le ferie natalizie. Sono quelli che, incontrandoli lungo i corridoi, vi diranno con fare cospirativo: mancano 103 giorni, 4 ore e 37 minuti a natale. Le persone normali, davanti a simili soggetti, hanno grosse difficoltà a resistere al desiderio di strozzarli sul posto, lasciando sul luogo del delitto una quantità spropositata di impronte digitali, e l’impronta della scarpa sulla faccia della vittima, per prendersi tutti i meriti della soppressione.
Il “Se sapessi…” – Type
Questi qui sono tanto pericolosi quanto evitabili. Si perché, grazie a Dio, si possono riconoscere anche a distanza, anche da un capo all‘altro di un corridoio. Li vedi arrivare in ufficio, il primo giorno utile, imbracciando 10 cd, 25 portafoto e l’aria visibilmente soddisfatta di chi, durante l’estate, se l’è goduta anche per voi. Questi tipi, se lasciati fare, devasteranno il vostro già precario equilibrio psichico per almeno una settimana o più se, oltre ai luoghi visitati, vorranno mostrarvi anche le mitiche imprese compiute a Zanzibar, tipo rompere una noce di cocco o comporre tristissime ghirlande di fiori. Se non sarete abbastanza forti da opporvi con tutte le vostre forze ai loro tentativi di circuirvi, vi propineranno, senza neanche chiedervi il permesso o il gradimento, filmini assolutamente insulsi nei quali potrete ammirare anonime scogliere flagellate dai marosi, tristissimi ombrelloni chiusi durante una mattinata di pioggia, cime tanto innevate quanto desolate, indigeni plasticamente sorridenti, il tutto talmente mosso e sfuocato da farvi credere che, durante le riprese, fosse in atto uno dei terremoti più violenti della storia dell’umanità, o un nuovo attacco terroristico con venti aerei kamikaze.
Le foto, se possibile, saranno ancora peggio. La difficoltà maggiore consisterà nel cercare di capire quale sia il soggetto reale, in considerazione del fatto che ogni singola cellula del vostro cervello si rifiuta di credere sia la grassona spettinata e battuta dal vento che occupa circa il 70% del campo visivo.
Il “Ma per favore!” – Type
Ed eccolo qui, il vero purista antivacanza per eccellenza. Lo snob schizzinoso che “schifa” anche Porto Rotondo. Lui non si mischia con le orde di turisti a caccia della prima fila di ombrelloni. Lui non lo troverete mai in paziente attesa di un check-in o, peggio ancora, in sudaticcia fila al casello autostradale tra bambini addormentati e mogli lamentose. Lui non fa e non disfa valigie, non fa foto ricordo, non colleziona brochure di alberghi extralusso da lasciare distrattamente sulla scrivania per l’invidia dei colleghi. No. Lui trascorrerà il primo mese post-ferie snobbando con alterigia ogni minimo accenno ai trionfi estivi e l’incauto malcapitato che si avventurerà nel chiedergli un parere verrà sommerso da volgarità e cinismo da restarne annientato. Seguirà minuziosa spiegazione di quanto sia stupido e deleterio ammazzarsi di fatica anche durante le vacanze, di come sia bello vivere la città quando si svuota, godersi le meraviglie che offre senza dover combattere con milioni di concittadini (non conta che la città sia Monfalcone. Per lui è lo stesso).
Raccomandazione: se decidete di spiegargli che le città vuote sono ormai un luogo comune ed al tempo stesso un’utopia, e che in città come per esempio Roma, il rapporto tra cittadini che vanno via e turisti che arrivano è 1 a 20, e che ad agosto per entrare in un museo devi fare più fila che il 13 novembre, beh, assicuratevi di essere nei pressi della porta, per una rapida fuga.
Il distaccato – Type
Questo qui è il classico tipo che di andare in vacanza non aveva proprio voglia. Lo si riconosce dall’aria palesemente annoiata e dalla camminata stanca, di quello che è stato obbligato a lunghe passeggiate sul bagnasciuga di Papeete mentre avrebbe preferito di gran lunga bere un caffè nel centro di Legnano, insieme a tre pensionati della vicina bocciofila. Ha l’abbronzatura marcata tipica di chi ha trascorso lunghe ore a dormire in spiaggia, una varietà smisurata di ninnoli appesi al collo ed ai polsi. Questi soggetti sono andati in vacanza da soli, non sono stati in grado di instaurare il benché minimo rapporto sociale, e per questo hanno ceduto alle lusinghe dei venditori ambulanti indigeni, con l’unico scopo di scambiare due chiacchiere con qualcuno e non dimenticare l’uso del linguaggio.
Hanno letto moltissimo, hanno tentato qualche sortita nei locali notturni alla moda a caccia di compagnia femminile, ovviamente invano, ed hanno infine atteso con pazienza il giorno della ripartenza.
Il lato più triste della vicenda è che questi soggetti parlando noiosamente della loro vacanza, vi renderanno noto di essere stati nel luogo dove voi sognate da una vita di andare e che non potrete mai permettervi. E mentre voi, nonostante tutto, siete riusciti a godervi perfino Riccione, loro hanno la faccia da reduci del vietnam pure dopo tre settimane di polinesia.
Se vi dovesse scappare di strangolarli, fatelo senza indugio.
Ciò detto, se proprio non avete niente di meglio da fare, un voto al Tittyna Blog farebbe davvero felice la tenutaria di questo sito. In questo periodo una piccola soddisfazione necessita come il pane. Chiunque decida di compiere l’incauto passo e di affrontare il foglio excel adibito alla votazione può lasciare una traccia nei commenti. È prevista una lauta ricompensa.
Ciliegie a settembre
Ultime ore

È tutto calmo, tutto tranquillo, come il giardino assolato di una casa in campagna. Le parole sono rare, e quelle poche scivolano fluide e senza lasciare traccia, senza cambiare nulla. Passano via, come passa il tempo quando ti perdi nei ricordi. Non c’è vento, non c’è ansia, non c’è nemmeno un po’ di tensione. Pare come se tutta la rabbia e la paura e le angosce si fossero dissolte, come fossero appartenute ad altri, non a me.
C’è il sole alto, e le foglie degli alberi, immobili, sembrano aspettare senza troppa convinzione che arrivi un improbabile refolo di vento. Non c’è volo di uccelli, nessun suono in lontananza, nessuno che stia per arrivare, nemmeno un lontano rumore di auto o lo squillo di un telefono. Attraverso il cancello ed esco fuori per vedere se il mondo è ancora lì, ma non ho idea di quale mondo sto cercando. Il mio, quello altrui, o quello che nel profondo mi appartiene. Forse penso a quello che scorrerà senza di te. Anche senza di te.
Gli amici, l’amore, la voglia di correre, gli slanci emotivi, sarebbe bello ci fossero, ora. C’è solo silenzio invece, e calma piatta, e caldo soffocante, e nuvole rade e assenza. Cerco d’immaginare le parole che mi accompagneranno e che non sentirò, perché già lontana. Mi auguro siano altri silenzi, ma nutro poche speranze.
Aspetto che la terra tremi, che si apra sotto i miei piedi. Se solo avessi un po’ di coraggio scaverei da me.
Invece aspetto e mai come adesso non c’è niente da aspettare. C’è solo la mia vita, chiusa dentro gli scatoloni, da caricarsi sulle spalle.






