I buoni maestri
È stato circa dieci anni fa. Leggevo “L’idiota” di Dostoevskij. Non c’erano state avvisaglie, nessuna anticipazione, neanche qualche pensiero di avvicinamento al concetto. Scesi in strada, l’accompagnai per le vie del suo lavoro, e capii che le belle cose si osservano, ove possibile si godono, e poi magari si cerca di cavarne qualcosa di buono. Un insegnamento, un’idea, un guizzo dell’intelletto che ci guidi verso nuove idee, nuovi orizzonti, emozioni ancora da svelare.
Da allora, e sempre, quando mi capita la fortuna di conoscere qualcuno dotato di qualità che mi mancano, o che trovo meravigliosamente superiori alla media, lascio che i miei sensi traggano da esso tutta la bellezza che c’è, evitando le inutili invidie e i pericolosi paralleli. È l’ammirazione che mi nutre.
Così io cresco, ogni giorno un po’ di più, figlia illegittima di molti padri, e madri.
È solo un caffè
La storia, per me, comincia qui. Dico per me perché a sua volta, seguendo il link, potrete scoprire che la storia comincia altrove, ma sarebbe troppo lungo spiegarlo.
Mentre commento, mi rendo conto che la faccenda necessita di ulteriore spiegazione, e quindi mi ci dilungo quivi, con la scusa d’esser in casa mia. Si parla, ovviamente, di caffè.
Il “marocchino” è, ormai, una piaga nazionale. Dal MonBianco alla Trinacria, con i più svariati appellativi, esso rappresenta al meglio quel che di più terribile possa affliggere un moderno barista: l’aggettivazione.
L’aggettivazione è il male baristico di questo ultimo decennio, in un mondo che prevede di svolgere il proprio lavoro male e lentamente, pretendendo dagli altri l’esatto contrario: bene e subito.
Parliamone, invece di bearci di presunte ricette originali conservate nei municipi dei nostri orticelli, parliamone seriamente.
Un tempo, quando avevamo tempo, andavamo al bar e le opzioni erano: caffè, cappuccino, succo di frutta. Di gusti ve n’erano esclusivamente tre: pera, pesca e albicocca, e ancora non c’era stata l’invasione dei “senza zuccheri” (illusoria e truffaldina, giacché subito dopo la parola zuccheri c’è “aggiunti” il che significa che quelli propri del frutto te li becchi tutti). Nessun creativo del marketing si era ancora azzardato a proporre il pesca/mango, il banana e mela, il mirtillo e limone ed altre aberranti associazioni. I più “in” si lasciavano andare al Campari. Qualche operaio sceglieva la sambuca o lo stravecchio.
Il bar serviva per socializzare, per perdere un po’ di tempo con gli amici prima di tornare a casa, per fare colazione quando la moglie o la mamma erano malate. Oggi, che non esiste più una tavola comune, il bar serve, tra una pausa e l’altra dei mille impegni quotidiani, per nutrirsi rapidamente e senza sforzi. Avete presente quei tizi che ordinano un aperitivo e prima ancora che il barista poggi il bicchiere sul bancone proferiscono queste parole: ce l’hai qualche tramezzino, le arachidi, le patatine, i pistacchi, due spiedini? Ecco, questa è gente che torna a casa, si siede sul divano, guarda la foto della ex moglie e dice: hai visto, cosa ci vuole per cenare?
Oggi, solo per un caffè, (70 centesimi di euro al centro italia) si pretende di scegliere: tipo di tazza, tipo di caffè, tipo di latte, tipo di zucchero, temperatura di tazza, latte, caffè, qualità della macchia, solo latte, solo schiuma, misto. Moltiplichi tutto questo per i venti clienti al bancone e non ti domandi più perché, oggi, i baristi sono tra le categorie più a rischio per quanto riguarda uxoricidi et similia. 20 caffè per tre aggettivi a bevanda fanno 60 bevande diverse, da ricordare e preparare in circa due minuti.
Tutto ha un limite, memoria e pazienza quelle che lo hanno più limitato. In tazza o in vetro. Lungo o ristretto, macchiato caldo o freddo. Macchiato con schiuma o senza. Con latte scremato. Ad alta digeribilità. Zucchero bianco, di canna, dolcificante dietetico, aromatizzato. Caffè decaffeinato, caffè d’orzo (contraddizione in termini che nessuno si sogna di contraddire, ma il caffè è un ingrediente, così come l’orzo, non il nome di un cocktail).
Un tempo c’era la zuccheriera gigante, con dentro due cucchiaini, sempre aperta e alla mercé di tutti. Poi il ministero della salute deve aver ricevuto dati sulle morti bianche (dovute allo zucchero bianco esposto) ed ha inventato le bustine. Bustine di ogni tipo e colore, carta sprecata gettata a tonnellate ogni giorno, insieme alle bustine mezze piene di zucchero che vengono quotidianamente gettate nel secchio. Una vergogna nazionale anche questa.
Io sogno che un giorno, mentre sto sorseggiando il mio cappuccino amaro, con latte freddo scremato, un barista guardi dritto negli occhi il cliente tipo (quello che il caffè non è mai abbastanza caldo, o corto, o macchiato) e gli dica semplicemente:
“Stai zitto, e beviti il tuo strac**** di caffè”.
Update: un’occhiata agli ultimi sessanta secondi di questo filmato, a proposito di bar e caffè.
http://www.youtube.com/watch?v=nETLAgH9w6g
Trenta piccole marlboro
C’era una volta una bella associazione, quella dei direttori del personale d’azienda, che dovendo giustificare l’esistenza della stessa (impresa invero difficile, lo dobbiamo ammettere) s’inventò una proposta.
Il presidente prese la parola, e avanzò il progetto di ridurre lo stipendio dei fumatori i quali, in base alle norme e alle leggi restrittive contro il fumo, erano costretti ad uscire in strada, o a recarsi nelle apposite salette riservate ai fumatori, per godersi la sospirata cicca, e quindi a perdere del tempo, quantificato in 45 minuti circa al giorno sottratti al lavoro.
Dalla sala partì un lungo applauso, si levarono cori di elogio e di encomio per la lodevole iniziativa, in modo particolare dagli stessi colleghi dei fumatori. Ce n’era uno in particolare che, dal fondo della sala, iniziò addirittura a gridare: evviva, era ora, basta con questi fannulloni che rubano lo stipendio.
Raccolti i meritati applausi il presidente dell’associazione proseguì: inoltre, a tutti coloro che verranno sorpresi, durante l’orario di lavoro, a mandare messaggini con il cellulare, o ad aver installato nel pc aziendale programmi non idonei al lavoro svolto, tipo videogiochi, chat e simili, verrà detratta un’ora e mezza giornaliera di stipendio.
A quelle parole, dal fondo della sala, s’udì l’impiegato di prima gridare: a Presidè, non esageriamo. Che vuole che sia una sigarettina ogni tanto.
Un link
G.B. Show
L’affaire Claudio Lippi
Credo che la faccenda Lippi meriti qualche riflessione che, attualmente, non sento fare. Comprendo che tv e giornali, fabbricatori di trash e volgarità a ritmo impressionante tendano a negare la vicenda, fingendo come sanno fare benissimo, che non sia mai accaduta, eppure qualche piccola riflessione possiamo farla anche adesso.
Qualcuno ha rotto il fronte compatto. Qualcuno dall’interno, e non importa adesso se ci sono motivi reconditi e quali sono, ha finalmente detto basta al progressivo e apparentemente inarrestabile declino del mezzo televisivo, avviato verso una deriva fatta di personaggi senza basi e qualità, unicamente in nome della volgarità visiva e linguistica, della rissa a tutti i costi, salvo poi bandire dal video chi supera i limiti di chissà cosa, visto che l’ultimo baluardo è rimasta la bestemmia.
Nessuno parla del progressivo allontanamento del “pubblico” da spettacoli quali la tv ed il calcio, e nessuno ancora mette in relazione questo con la violenza che entrambi questi teatri mettono in scena. Violenza, falsità, truffe, a cominciare dalle partite di calcio per finire ai quiz a premi.
Quando un paese che vuole dichiararsi civile delega la critica e la denuncia a programmi come Striscia la notizia, signori miei, dovrebbe essere chiaro che qualcosa non va per il verso giusto.
Pochi dicono che il pubblico televisivo è in costante diminuzione, pochi dicono che il pubblico di stadi e pay per view è ai minimi storici. Eppure, presto, un potente mezzo d’informazione ci dirà come stanno le cose: la pubblicità. Quando gli investitori cominceranno a mancare allora forse sarà possibile squarciare il velo di omertà che c’è, da sempre, su queste faccende.
Intanto seguo la vicenda Lippi. Chissà che, dopo di lui, altri siano capaci di rinunciare a qualche contratto, inducendo qualche autore a smettere di vomitare sui copioni, per scriverne qualcuno.
Il Mito
L’anziano signore abita da cent’anni nella stessa casa. Dalla finestra guarda sempre la stessa via, lo stesso vecchio e fuligginoso quartiere, eppure questo è tutto quanto gli resta del passato. Fermo, sul bordo del marciapiede, osserva il traffico congestionato del lunedì mattina, incerto sul momento giusto per attraversare, e non nasconde più lo stupore mischiato all’amarezza con cui, inutilmente, si domanda com’è passato, tutto questo tempo. Chi è stato, mentre lui metteva faticosamente insieme il pranzo con la cena e cresceva figli da mantenere all’università al prezzo netto della vita, a cambiargli tutto quello che aveva intorno, e a metterci quelle macchine infernali, quei missili a due ruote che tracciano l’asfalto ruvido, là dove prima c’era la terra battuta e i lastroni di travertino. E dov’era lui, mentre il mondo cambiava? Possibile che addormentarsi la sera con la testa sul tavolo, distrutto dal lavoro, tra il piatto vuoto della cena ed il caffè, gli avesse impedito di accorgersi di quel che accadeva, intorno a lui?
Una volta qui era tutta campagna, sussurra più a se stesso che alla giovane ragazza di fianco a lui, nell’attesa anch’essa che il semaforo diventi verde. Ed è vero, sacrosanto, innegabile. Eppure fa ridere chi, quella campagna, non l’ha vista mai e forse, quando legge storie di boschi e torrenti cristallini, sorride ironica proprio come faceva secoli fa il vecchio, sentendo storie di astronavi e di lontani pianeti. Fantascienza, luoghi mitici e mai visti veramente. Quando tutto cambia, qualcosa inevitabilmente si perde. Come nei traslochi o nelle fughe. Le lettere lasciate agli amanti, le foto tagliate a metà, per far sparire la faccia dei vecchi amori. E qualcosa di quello che si è perduto inevitabilmente, improvvisamente, come per gioco o per malizia, a volte torna in mente. Basta un attimo, un pensiero inatteso, il fondo di un cassetto dimenticato e improvvisamente vuoto che svela qualcosa di creduto perso. Un oggetto, un foglio, un ritaglio di giornale.
Il Mito. Io, mia giovane amica, avevo il Mito. Non quello che avete voi, fuggevole e spesso inappropriato. Io avevo il Mito, quello vero, quello fatto di imprese e di mistero, di cose da sognare e da immaginare, senza flusso continuo d’informazioni. Era una piccola foto, una parola ascoltata al cinematografo, senza pensare appartenesse ad un personaggio. Erano le epiche imprese di sportivi ascoltate alla radio, seguite con gli occhi chiusi attraverso le parole di un semplice cronista, che mai, in quel momento, avresti messo in discussione. Non era come oggi, che guardi e riguardi mille volte la stessa azione immaginando non già le imprese che sognavamo noi, ma sordidi tranelli, truffe miliardarie, muscoli rinvigoriti da chimica proibita. C’era il sudore, la fatica, la voglia di arrivare in cima alla salita prima di tutti, a costo di qualunque sacrificio. A costo della vita. C’erano i grandi campioni, quelli veri, quelli che i bambini sognavano d’imitare, che poi si saltava in bicicletta ed io sono Coppi e tu sei Bartali, e la catena ingrassata da sé, che soldi per una nuova non ce n’è. C’erano i giornali, solo il lunedì, che tutti i giorni non si possono comprare, per leggere le storie più volte, e ricamarci sopra altri particolari, che il Mito ha bisogno di quello, mica delle certezze e delle parole dei protagonisti. E le storie, tu non puoi saperlo perché non li guardi mai i film in bianco e nero, ma il cinema ci raccontava delle storie che… Dici che sono roba vecchia, mia giovane amica, e che preferisci i video musicali sul tuo cellulare, da vedere in due pollici con fotogrammi sparati venti al secondo che negli occhi ci rimane poco e nell’anima niente. E vuoi sapere tutto, e tutto puoi sapere, cercando informazioni che son talmente tante che alla fine, se ci pensi bene, sai più di loro che del tuo compagno di banco. E non tutto è vero. Anzi quasi niente. Perché c’è bisogno di notizie, di scandali, di nutrire la morbosità malata di tutti quelli cui hanno dato un buco della serratura dove guardare, non visti, la vita degli altri.
E il Mito è morto, nelle storie quotidiane di piccole manie, nelle storie sempre più brevi, più urlate, perché bisogna parlare del quotidiano, delle storie della gente comune, di superficialità e magrezza, di fotomodelle e comici saltimbanchi e sportivi cui non basta la medaglia olimpica per diventare Miti, no. Quelli preferiscono gettarsi tra le braccia dei comunicatori per rendersi ridicoli e guadagnare soldi, a spese del Mito. Non sanno, poveri diavoli, che del loro denaro non resterà traccia, e che si perderà insieme al ricordo delle vittorie, le stesse per cui altri, i vecchi Miti, saranno immortali.
Il Mito è morto, nelle terre scoperte senza più nulla cui dare un nome, nelle carte geografiche dove per ogni singolo piccolo secchio della spazzatura c’è un fotogramma, dall’alto, che te lo mostra nel punto esatto in cui si trova. Il Mito è morto, nelle canzoni martellanti senza parole, nelle fughe dalla realtà che finiscono nelle camere d’albergo, come se non ci fosse più, da nessuna parte, qualcuno capace di inventarsi un mondo ed una storia, perché non c’è nessuno, più, che ha voglia di starlo ad ascoltare. Il Mito è morto. Con lui la fantasia. Con loro la voglia ed il sogno di compiere un’impresa. Anche la più piccola e insignificante, come la conquista di un campo di terra per giocare a calcio, come una capanna nel bosco. Come inventarsi, quattro amici, una squadra di calcio e scoprire, cent’anni dopo, che è campione d’Italia. Come il “Cinema Paradiso” che viene giù, per far posto a un parcheggio. Come il sale di Max e Noodles, che si scioglie e porta a galla il malloppo.
Come poter sperare, ancora oggi, di poter battere il proprio destino.
Ondata di freddo, mista a neve e ghiaccio

- Pronto buongiorno, è la “Boutique del frigorifero”? - Si, buongiorno, mi dica?
- Ecco salve, io ho comprato un frigo da voi, la scorsa settimana e…
- Mi dia il codice alfanumerico di 25 caratteri che è stampato sulla targhetta posta sotto la base del mobile frigo.
- È un frigo alto 186 cm per 110, non so se è il caso.
- Mi serve il codice.
- Ok, aspetti.
Due ore dopo
- Ho il codice.- Lei chi è?
- Come chi sono. Ho chiamato prima, ho comprato un frigo la scorsa settimana e…
- Ma non ha parlato con me, prima.
- C’è differenza?
- Che tipo di problema ha?
- Beh, ecco, io ho acquistato un frigo di marca ******** al prezzo di 1.892,00 euro, no-frost. Ora, c’è un iceberg che dalla parete di fondo del frigo si espande verso la porta impedendomi di chiuderlo. È ghiaccio, ne sono certa.
- È molto strano.
- È quello che ho pensato anch’io. Ho detto esattamente così, strano.
- Mi dia nome, cognome, codice fiscale, data di acquisto e numero progressivo dello scontrino fiscale.
- Ed il codice alfanumerico posto sotto la base del frigo? Sa, mi avevano chiesto quello, poco fa, e per reperirlo ho dovuto ribaltare il frigo e mio padre si è fratturato il femore.
- No, quello non serve, lo mettiamo noi per ricordarci chi ha tirato la fregatu… chi ha venduto l’articolo, ma ci regoliamo in base al colore del talloncino, il numero è semplicemente un vezzo.
- Aspetti che cerco lo scontrino.
Due ore dopo
- Ho lo scontrino.
- Di cosa?
- Del frigo, quello che mi avete venduto lo scorso mese e che dovrebbe essere no-frost invece sembrano le grotte di Frasassi, qui dentro.
- A quanto è regolato il termostato?
- A 2.
- Allora provi a fare così, lo metta a 3, e vedrà che il problema dovrebbe scomparire.
- La scorsa settimana stava su 1, e mi avete consigliato di metterlo a 2. Ora, questo termostato ha sette posizioni, ed io non posso aspettare altre 5 settimane, finché non li abbiamo provati tutti.
- Lei si è registrata sul sito della casa produttrice?
- No, perché, dovevo?
- Allora, mi ascolti, lei adesso va sul sito della ****, si registra, poi con username e password accede all’area privata. Lì, per ogni modello di frigo, troverà tutte le problematiche relative al suo frigo e le soluzioni.
Un’ora dopo
- Pronto “Boutique del frigo”?
- Si buongiorno mi dica.
- Mi sono registrata, ho la password, ma sul sito non c’è soluzione per me.
- Quale sito?
- Come quale sito, quello della casa produttrice del frigo, ma l’ha consigliato lei.
- Io? Ma scherza?
- Niente affatto. Il problema è che, essendo un frigo no-frost, non c’è nessuna soluzione ad un problema che non dovrebbe sussistere.
- Ah, queste case produttrici. Vendono a prezzi esorbitanti e poi lasciano a noi tutto il lavoro sporco. Fanno questi frigo di merda e poi tocca a noi subirci le lamentele dei clienti. Ma sa cosa le dico, che mi sono proprio rotto di combattere con tutte le telefonate di quelle come lei che solo perché hanno pagato si sentono in diritto di rompere le balle, ha capito? Lo spenga, lasci sciogliere il ghiaccio e lo riaccenda!
- Pronto? Pronto?
Un’ora dopo
- Pronto, la “Boutique del frigorifero”?
- Questa è la segreteria telefonica della “Boutique del frigorifero”. I nostri uffici sono aperti dalle 9 alle 13 e dalle 16 alle 19, tranne oggi che abbiamo chiuso un’ora prima. Sabato e domenica, ovvero purtroppo per lei domani e dopodomani, chiuso. Martedì è festa, lunedì facciamo ponte, mercoledì e giovedì chiuso per inventario. A questo punto penso le sia facile immaginare che neanche venerdì saremo disponibili a vagliare le sue richieste. In fondo, aprire il solo venerdì sarebbe alquanto stupido, specie per chi, come noi, approfitterà di questi giorni per usufruire delle ferie pregresse. Se tra dieci giorni non avrà trovato alternative per la risoluzione del problema, i nostri uffici saranno a sua completa disposizione per qualunque chiarimento. Le ricordiamo che il nuovo numero per i reclami è 899******, al costo di 2.50 euro ogni 10 secondi di conversazione, compresi quelli trascorsi nell’attesa che un operatore sia a sua disposizione. Arrivederci.
Syria, l’intervista




