Antonio
Lo zio Antonio ha lavorato tutta la vita. Lavoro duro, in cantiere, di quelli che si comincia a 10 anni portando gli attrezzi ai capomastri per finire a dare consigli agli architetti neolaureati, che ti guardano con il ghigno arrogante di chi ha poca esperienza ma tanta presunzione. Che poi, sui solai appena costruiti con materiali di pessima qualità ci deve salire lui, mica l’architetto. Una volta un solaio si sbriciolò sotto i suoi piedi, e lui cadde tra i calcinacci e le travi da tre metri buoni. Da allora non è stato più lo stesso.
Lo zio Antonio, quando ascolta i giovani parlare di politica se ne sta in disparte, silenzioso, poi mostra le mani piccole e tozze, segnate dagli anni e dal lavoro, e dice: sono state queste, sempre, a darmi da mangiare.
Non scende mai in piazza per gli scioperi, semmai per discutere animatamente di calcio con gli odiati rivali cittadini, e lì si accalora, sciorinando dati, risultati, nomi di calciatori e statistiche indiscutibili. Ogni tanto s’impunta, cercando tra le pieghe della memoria qualche dato che era lì, un attimo fa, ed ora gli sfugge. Guai a suggerirgli qualcosa, ti blocca con la mano e ti dice “aspetta, che ne sai te”, e cambia discorso se la memoria continua a mancargli.
Eppure lui, come quelli della sua generazione, ha attraversato gli anni duri della ricostruzione, quelli delle lotte sindacali e delle conquiste inaspettate. Lui non si è neanche accorto, di quello che gli succedeva intorno. Non ha mai preso la patente, e sul treno dei pendolari attaccava bottone con tutte le donne che gli capitavano a tiro, con il solo scopo di sentirsi importante, in gamba, alla faccia dei ragazzotti che in cantiere facevano i bulli e poi, davanti a due occhi azzurri, perdevano l’uso della parola. Andare in vacanza in un albergo in versilia, o in romagna era fuori luogo persino parlarne. Al massimo affittava la cabina per la famiglia ad Ostia, dieci minuti di macchina da casa, per poi usufruirne solo qualche domenica d’agosto.
Per evitare che l’unica figlia andasse a convivere, ha investito tutto quello che aveva messo da parte negli anni, per comprarle una casa. La liquidazione dilapidata per il suo matrimonio. È orgoglioso, lo zio Antonio, dei sacrifici fatti per quella figlia, e la nipotina arrivata poco dopo è la nuova ragione della sua vita.
Quando gli ho detto che scrivo, mi ha chiesto perché mai, con il mio titolo di studio in lingue, non sono andata a lavorare in un’agenzia di viaggi, o non ho fatto un concorso al ministero. Quando ci vediamo, alle feste comandate, mi abbraccia forte e dice “ah già, tu scrivi”, come se parlasse di una mia piccola latente follia.
Lo zio Antonio ha rotto con tutti. Non ne vuole più sapere. In fondo al cuore, forse senza neanche saperlo, pensa che essere stato il primo figlio maschio lo abbia obbligato a sacrificarsi per tutti, e che ora nessuno gli renda merito. Pensa che le due sorelle, nel cuore, non nutrano alcuna riconoscenza nei suoi confronti, pensa che il fratello minore, il più piccolo, abbia goduto di vantaggi e fortune che a lui sono state negate.
Lo zio Antonio, da quando è caduto giù dal solaio, non è più lo stesso. Adesso, invece di cambiare discorso, dice sempre quello che gli pesa sul cuore.
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5 Responses to “Antonio”
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Davvero un bel personaggio questo zio Antonio, con tanta efficacia sei riuscita a descriverne i tratti, è sempre così interessante leggere i tuoi scritti, un’altra nuova perla che ci regali con l’anno nuovo.
Perla, è la definizione perfetta…una perla.
Non mi stancherò mai di leggerti…
Un ammirato mister X
Buon tutto, Tittyna, e un grande sorriso da Perugia per te…
Mi sono commossa per lo zio Antonio. Ma stasera (purtroppo!) ho le lacrime in tasca.
ehm…non c’entra nulla col post…ma complimenti per l’header nuovo! decisamente meglio!
^_^
Tu l’hai capito bene, lo zio Antonio. :-*