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Archive for Febbraio, 2007

Maria tra quattro mura/2

Venerdì, Febbraio 23rd, 2007

Il ticchettio dell’orologio rimbalza tra le pareti decorate a fiori azzurri su fondo bianco. La Madonna è ancora lì, appesa al muro, con lo sguardo fiero e il suo bimbo tra le braccia.
Anche Remo è ancora lì. Perso e dissolto nel suo sonno profondo. Un sonno popolato da ricordi che fanno bramare la vita, se non fosse ormai solo attesa di morte.
Maria si scuote. Sono ancora le quattro. Sente quel respiro pesante. Greve. Che invade la stanza e la sua vita, piena soltanto di solitudine.
Lo sguardo cade su quel viso. Su quei lineamenti. È buffo pensare come un tempo fossero fonte di gioia e di vita. A guardarli adesso, sembrano solo solchi profondi, abbandonati da un aratro che non lavora più. Una vecchia, inutile vita gettata in un angolo, ad aspettare che finisca. Che si spenga.
Lo fissa, Maria. Quel volto. Quei segni. E ci parla. Con quel volto. Maschera di un carnevale finito da secoli. E gli chiede, e s’infervora e accusa:
Perché. Perché mi hai abbandonato, Remo? Perché sei andato via eppure sei ancora qui? Tu non hai idea di quello che ho nel cuore. I giorni che si fanno secoli. Gli anni persi su cui lascio le mie impronte fossili. E le tue grida, che hanno cancellato tutto lasciando solo questo male. Un male che oscura te, questa stanza e i miei occhi.
Le viene da urlargli contro: ma come hai potuto, come hai potuto farmi questo? Avrei voluto appoggiarmi a te, esausta e docile, negli anni lunghi della vecchiaia e invece… Lavoro, sofferenze, catene, questo mi hai dato. Insieme alle tue grida, che mi trapassano il cuore, e il tuo odio, contro la vita e contro di me, che con te l’ho condivisa e te la conservo. Quella tosse maligna, perfida, che c’impedisce di dormire. Quelle medicine che annientano i miei pochi risparmi e mi costringono, ogni giorno, a nuove rinunce.
Tutto ti sei preso Remo, tutto. La mia giovinezza. La mia maturità. Ora, non contento, stai torturando anche la mia vecchiaia.
Un’anteprima d’inferno, sei questo per me adesso Remo. Giorni lividi d’odio e di rancore per le catene che mi hai imposto. Ti odio perché non sono capace di andare via. Lasciarti qui. Da solo. A morire finalmente. Finalmente anche per te.
Mi hai sepolta viva, e ti odio per questo. Perché io sono ancora viva. Non c’è figlio che mi sia rimasto accanto, per colpa tua. Svaniti. Scomparsi. Tutti. E per colpa tua, Remo, per questa malattia che non si può mostrare ai bambini. Ai miei nipoti. Perché non è bello, non è giusto. Così li ho visti dissolversi nel nulla. Svanire. Loro insieme ai miei figli. Terrorizzati all’idea di doverti accudire. Di doverti accogliere in casa. Colpa tua Remo. Tutta colpa tua.
Come hai potuto farmi questo, dimmi. Tu che mille anni fa dicevi di amarmi. Vorrei strozzarti con le mie stesse mani, se ne avessi la forza. Ma m’hai tolto anche quella. Vorrei soffocarti con il cuscino, avvelenarti l’acqua, staccarti l‘ossigeno. Vorrei vederti morire, te, e con te il tuo male. Maledetto. Quanto tempo è, che va avanti così? Quanti ne ho sentiti di dottori pietosi che ti concedono altri giorni e poi ti lasciano qui, con me, mentre loro, sereni, se ne tornano a casa. Dalle loro mogli. Dai loro figli. Dal loro denaro. Che una volta era anche il nostro. Il mio. Prima di finire nelle loro tasche senza fondo. Sempre pronti ad addentare il ferito. Il naufrago. Il moribondo.
Sei mesi disse quel dottore, la prima volta che il male comparve. Sei mesi. E sono passati tre anni. Tre anni. Tutti così. Tutti uguali. Fatti da giorni tutti così. Tutti uguali. Tra medicine e brutte parole urlate alle mie spalle, nelle interminabili notti bianche. E da sola. Tutto da sola ho dovuto affrontare.
Perché tu non ci sei più. Nessuno c’è più, per me. E nessuno ci sarà più. Restano solo queste urla, queste medicine, queste notti. Questi passi strascicati, ogni giorno, dalla cucina alla camera da letto. Per un bicchiere d’acqua. O una minestra. O un’altra pasticca. E poi la speranza. Che tu smetta di chiamare. Smetta davvero. Per sempre.
Quando dalla finestra della cucina guardo la luna, e mi accorgo che è un po’ di tempo che non arrivano richiami, urla o bestemmie arrochite. Allora spero. Per pochi, lunghissimi, dolcissimi istanti, spero.
Speranza vana. Tormento dell’anima. Per questa prova, che Dio mi chiede di superare. Con l’amore e la pietà che non riesco più a sentire, dentro di me. Esaurita. Svanita. Usata e consumata tutta. Per sempre.
Rabbrividisce Maria, nel caldo torrido di quel luglio orvietano. Per quello che pensa, per ciò che dice. Anche se lui non l’ascolta più. Non l’ascolta mai. È il solo fatto di pensarlo. E le basta che, ad udirla, ci sia la sua coscienza.
Guarda fuori Maria. Oltre i vetri e il davanzale e i fiori. E fuori c’è Orvieto. Lo sa. Lo sente. Per esperienza. Per memoria storica. C’è la via in discesa del rione stella. Il Duomo. L’angelo con il suo bel martello per battere le ore. Poi ancora più giù. Verso il pozzo di San Patrizio. La fortezza spagnola. La piana di tufo. C’è tutto, ancora. Tutto quello che c’era un miliardo di anni fa. Quando era viva. Quando era vivo Remo. E il loro amore.
C’è tutto ma è come se non ci fosse più nulla. C’è tutto ma non c’è più per lei. E cosa vale allora, sapere che c’è. Cosa vale sapere che basterebbe aprire di nuovo il portone e percorrere ancora quel vialetto per vedere il Duomo, il maestoso portone, i bassorilievi e gli alabastri. Le navate e l’altare. Ma cosa vale saperlo, tanto non accadrà. Non accadrà mai. Mai più.
Maria torna bambina, nel cuore e nei pensieri. E l’odio per Remo diventa quello di una figlia che non ha mai visto il mare. E non può capire, no, non può comprendere perché il padre glielo neghi. Con perfida cattiveria. Con lucida malignità.
Orvieto è fuori. Con la vita e le strade e la gente e i prati, i fiori, i campi coltivati. Ma Maria è sull’altare. Ed è lei il sacrificio. È la sua vita, l’agnello. Quel che resta di lei. Una vecchia camicia da notte che a nessuno interessa più. Due vecchi reduci dalla battaglia della vita. Che ora non hanno più nemici, e si combattono tra loro. Vecchi e stanchi ed esausti. Logorati da mille guerre, combattute sul campo ogni giorno. Per mangiare, per una casa, per un futuro che andasse più in là del giorno dopo. Per qualcosa da lasciare ai figli. Figli che invece si sono affrettati a lasciare lei. Tanto soldi da prendere non ce ne sono. Solo fatica e noie. E nessuno ha voglia di prendersele. Senza un libretto postale in cambio. Abissi di crudeltà umana.
Ma ora forse accetterebbe anche quello, Maria, anche quella brutalità. Quella barbarie. Pur di staccarsi da lui. Da quelle catene. Dall’odio e la rabbia che le soffocano il cuore e i polmoni. Ma è un esercizio inutile, quel pensiero. Non la porta da nessuna parte.
Si volta ancora verso di lui. E posa una mano sulla sua bocca. Un flebile respiro le sfiora la pelle. Maria allora preme. Preme su quelle labbra secche e morenti. Con tutta la forza che ha. Forza che resta nei suoi pensieri, perché alla mano non arriva. Non può più arrivare. Si lamenta un po’, Remo. Volta impercettibilmente di lato il viso e Maria ritrae la mano. I suoi occhi sono rossi ora, e cerchiati. Lo guarda ancora una volta. Fisso. E dentro di sé pensa. Vorrei non arrivasse a domani. O che non arrivasse mai domani.

E qui, purtroppo o per fortuna, ci dobbiamo fermare.

Maria tra quattro mura

Domenica, Febbraio 18th, 2007

Questo brano è parte di un lavoro più ampio. Lo condivido con voi, in anteprima, perché c’è ancora chi pensa che io scriva solo un genere di cose. 

C’è mezza luna, fuori della finestra, e mezza vita dietro ai vetri. Mezze gioie, mezzi dolori, mezzi sorrisi, mezze misure. E due occhi azzurri a guardare.È mezzanotte e la cucina è in ordine. Il tavolo, le sedie, la credenza. Tutto ordinato, ben allineato, sistemato a modo. La tovaglia è stirata e i fiori, a centrotavola, sono ben curati.

C’è un caldo torrido, estenuante, dentro casa. Ma è normale che sia così, che sia soffocante, a luglio. Il fatto è che quel caldo estrae i nervi dal corpo e li scuote, li frusta. A contatto con quell’aria bruciante s’infiammano, ardono, divampano.

Maria ha settantanni. Più o meno. Ne ha avuti meno, in passato. A volte ne ha avuti di più, e gli occhi che sfiorano quella mezza luna, sono i suoi. Quel che resta dei suoi sguardi. Dei suoi occhi. Occhi un tempo accesi e vivi. Oggi oscurati da tende pesanti. Grigie. Uno sbiadito tessuto di lacrime respinte al mittente. C’è rassegnazione nei gesti. Estranei a qualunque volontà.  Rigidi. Meccanici. Monotoni.

Come allontanarsi dalla finestra per raggiungere il lavandino, prendere un bicchiere e riempirlo. A metà. D’acqua. Sempre muovendosi come un dolente burattino. Un automa. Svuotato d’ogni energia.

Dalla stanza da letto, di tanto in tanto, giunge una voce. Un pianto. Un lamento. A volte è una preghiera. Altre volte un’invocazione. Altre ancora soltanto una lunga sequela d’imprecazioni. Volgari. Violente. Figlie del male. Di quel male. Che brucia dentro e corrompe l’anima.

Maria non sente. O meglio, non sente più. Perché non reagisce, a quei suoni. Sgraziati. Rochi. Faticosi. Faticati.

Le parole attraversano le stanze. Rimbalzano tra i muri e i mobili senza lasciare traccia. Sembrano arrivare da altri luoghi, da altre dimensioni.

E sembrano lì per caso. Di passaggio. Per altri luoghi ancora. Metafisici. Trascendentali. Ultraterreni.

Intanto Maria prende una pillola, la solita, e la lascia scivolare nel bicchiere. Non sente. Non vede. Dio solo sa se pensa, mentre tiene faticosamente insieme i pezzi del suo cuore.

Lo sfrigolio curioso della pillola, a contatto con l’acqua, le provoca un brivido. L’acqua diventa torbida. La schiuma bianca. Come i suoi occhi cerei. Come la sua pelle livida. Ma non c’è stupore. Non c’è meraviglia.

È tutto normale. Tutto consueto. Ordinario. Come la vestaglia di lei. Di Maria. Come i lamenti di lui. Di Remo. Il vecchio Remo. Che in camera da letto consuma lenzuola e fragili respiri. Di quelli che ognuno può essere l’ultimo.Trenta chili sì e no. Un fruscio di vita deposta tra i guanciali ingialliti. A fare l’abitudine all’eterno riposo che verrà. Che sta già arrivando. Nonostante le finestre chiuse, le porte sprangate. Sigillate. Che rendono quel caldo afoso ancor più insopportabile.

Si volta verso la mezzaluna, Maria. E i vetri riflettono il suo volto. Un gioco geometrico. Due mezze lune a formare un’unica, circolare, tristezza.

Ipocondria da vedova bianca. Crocerossina invocata. Svociata. Sfocata. È un sottofondo muto di masochistico abbandono. Per il tempo fuggito. Sfuggito. Dilapidato.

Non ha parole, Maria. Non ne ha più. E allora restituisce silenzio, e presenza fisica. Minima. Labile. Aerea. Passa il dorso della mano sulla fronte rugosa. Un gesto lento. Pesante. Carico solo d’angosciata stanchezza. D’inutilità.

Asciuga il sudore. Cerca di trattenere un urlo che sarebbe di rabbia e disperazione. Per quella mezza vita che scivola via stanca. Che si scioglie pigramente come la compressa nell’acqua.

Remo, nell’altra stanza, continua ad invocare. Ma più rabbioso, adesso. Arrochito. Sembra sia il male a parlare. Ad urlare. Non chiede adesso. Pretende. Impone. Di essere accudito. Assecondato. Aiutato. A tirare avanti. A sopportare il dolore. Chissà poi perché.

Per torturarla, questo pensa Maria. Che quel male, che cresce dentro Remo, ne stia annientando due, di vite. Lentamente, inesorabilmente, attimo dopo attimo, la malattia sgretola Remo e, con lui, Maria. Vinta, ogni giorno di più, dallo strazio. Dalla stanchezza. Dalla pena.

Ma lui la vuole. La pretende. La invoca. E usa tutto quel che resta di lui pur d’averla lì, accanto. A condividere anche quello. Dopo aver condiviso una vita intera.

Sposati cinquanta anni prima. Ad Orvieto. Il viaggio di nozze fu una passeggiata al pozzo di S. Patrizio. Per gettare la preziosa monetina nell’acqua. Il prezzo di un desiderio. Quello di restarsi accanto per sempre.

E quel soldino il suo dovere lo fece. Lo fece in pieno. Anche se oggi Maria si getterebbe scalza nell’acqua pur di ritrovarlo, raccoglierlo e gettarlo via. Il più lontano possibile e spezzare così quell’incantesimo, oggi sventurato. Maligno. Beffardo.

Per lei. E anche per Remo. Compagno di viaggio inciampato per strada. Caduto in disgrazia. Dimenticato da Dio.

Si avvia, Maria. A passo lento. Misurato. Studiato. Con estrema cura spenge la luce, uscendo dalla cucina.

La luna, adesso, occupa quasi tutta la finestra e travolge d’argento i suoi occhi. Mezzi aperti. Mezzi chiusi. Mezza lacrima ferma sul ciglio della strada.

Ha il bicchiere in  mano, Maria. Mezzo pieno. Dentro c’è la compressa. Mezza sciolta. E c’è mezzo corridoio da fare, per raggiungere la camera da letto.

Una lucina gialla, impalpabile, illumina quel poco che resta di Remo. Indifeso e offeso. Come fosse tornato bambino. Gli solleva il capo, Maria. E ogni volta si stupisce di quanto sia fragile. Esile. Con delicatezza lo aiuta a bere. Momenti di persa umanità.

Infatti è in quel momento che accade. Solo e sempre in quel momento. Quando l’acqua attraversa le labbra secche e la lingua arida. Perché in quel momento i loro occhi s’incontrano. E si parlano. Gli occhi. Unica cosa a restare uguale mentre il tempo passa e distrugge. Perché non invecchiano con noi, gli occhi. Non invecchiano mai. Niente rughe né segni. Né colori sbiaditi. Ed è in quegli occhi che Maria cerca Remo. E per un attimo s’illude che ci sia ancora. Remo, il suo Remo. In uno scintillio diverso. In uno sguardo antico di gioventù spavalda.

E se lo ricorda ancora, Maria, il suo Remo. Se lo ricorda bene. Quando folle d’amore, ebbro di gioia, la prese per la vita e per le mani e la condusse giù, per il rione Stella, di corsa fino al Duomo. E poi ancora più giù. Sempre di corsa. Il vento nei capelli. L’aria rosa nei polmoni, in un turbine di sorrisi e di parole. Fino alla fortezza spagnola. Ai bordi della piana di tufo. E finalmente quel bacio. Eterno. Liberatorio. Pianure verdi ai piedi che si concedono agli sguardi di chi si ama. E ama tutto ciò che lo circonda.

Nacque lì quell’amore. Su una panchina di legno verde, scheggiato qua e là da improvvisati poeti. Tra le parole d’amore sussurrate all’orecchio e i cuori disegnati con la punta delle scarpe, smuovendo la ghiaia bianca. Ora invece Remo è lì. Sul letto. Esanime. Spento. Uno straccetto bagnato gettato tra le lenzuola. Lo depone sul cuscino, Maria. Dolcemente, stavolta. Come farebbe una madre. Il bicchiere, ora vuoto, finisce sul comodino. Per l’ennesima volta la cerimonia è compiuta. Espletata. Formalità inutile da ripetere per tradizione senza più ragioni. Surrogato scientifico alle parole consolanti di un prete misericordioso.

Remo la chiama. Ancora. Ossessionante. Ossessionato. Ma stavolta per dirle grazie. Inaspettatamente. In un fugace lampo d’inattesa lucidità. Poi torna subito roco. E cattivo. Per rinfacciarle il dolore che dentro lo divora. Lo lacera. Lo strazia. E Maria… Seduta su tre guanciali. La camicia da notte come non se ne vedono più. Il cuore frantumato. Lo sguardo perso che incrocia quello della Madonna, nel dipinto appeso davanti al letto mentre culla il bambino. Dolce eppure fiera, nel dipinto davanti al letto. Ora solo una feroce metafora, per Maria. Che allunga una mano e sfiora quel poco di pelle che ancora protegge le fragili ossa di Remo. È un gesto che profuma d’umanità. Forse un saluto. Una buonanotte. O forse un addio. Per il Remo che non c’è più, in quel corpo straziato. In quella gelida voce roca.

Il respiro di lui si fa pesante, regolare. Si percepisce la fatica e lo sforzo che quel respiro impone. Ma per lo meno è riposo. Per quel che resta di Remo. E per quel che resta di Maria, che ha esaurito il suo compito quotidiano, e gli occhi finalmente possono chiudersi, mentre i cuscini l’accolgono. Soffici. Pietosi.Il sonno la vince senza colpo ferire. In pochi istanti. Pochi istanti di silenziosa pace. Per una notte che sa, sarà ancora lunga.

Afrodite

Venerdì, Febbraio 16th, 2007

Alcuni giorni fa ho ricevuto una mail, da parte di Mariella Calcagno, che annunciava (ovviamente non solo a me) la nascita di una nuova collana in seno alla giovane casa editrice Graphe.it. In considerazione di quanto si è spesso dibattuto in rete, nei lit-blog, a proposito di editoria, ho ritenuto fosse il caso di porre qualche domanda, nel comune interesse di tutti noi blogger, per fare maggiore luce sul progetto e non limitarsi al semplice comunicato-stampa.

Sono felice di averlo fatto, le risposte che ho avuto dall’editore e da Mariella sono risposte importanti, precise, e ci offrono l’immagine di una casa editrice seria, attenta e aperta alla Rete.

Vogliono leggervi, vogliono le vostre storie, sono disposti a dare attenzione agli autori a prescindere da nome e titolo. Cercano testi, emozioni, storie, senza preclusioni e pregiudizi. Questa la nostra breve chiacchierata con Mariella Calcagno, direttrice di Afrodite, e Roberto Russo, direttore di Graphe.it.

 

1 – Prima di tutto, parlaci della tua casa editrice, e del tuo ruolo all’interno di essa.

La Graphe.it è una piccola casa editrice sorta nel 2005, e nata dal desiderio di realizzare un sogno, quello di poter pubblicare i sogni degli altri.

Riuscire a dare voce agli sconosciuti, agli esordienti, a chi ha voglia di raccontarsi in modo nuovo, non banale, forse meno commerciale ma vero.

Il mio ruolo è quello di direttrice di una collana di romanzi erotici, Afrodite. Collaboro anche con altre idee e con entusiasmo coltiviamo piccoli progetti da poter realizzare.

 

2 – La collana “Afrodite”. Come nasce, cosa si propone, quali sono le linee guida sulle quali vi muoverete.

Afrodite nasce da un mio desiderio di dare voce ai sensi, quelli veri e viscerali. Nasce anche dalla voglia di dare voce a tutti quegli autori che sparsi nella rete non trovano un loro spazio, mi capita di leggere pezzi di autori davvero belli e che magari non vedranno mai luce in un libro.

La collana si propone di raccogliere romanzi erotici dove chi legge possa ritrovare un po’ se stesso, non amo il sesso troppo romanzato, la realtà è quella che vorrei leggere, una realtà che sappia anche eccitarmi e farmi sognare, ma reale deve rimanere. I testi erotici che valuteremo riguarderanno tutti gli aspetti erotici, eterosessuali, omosessuali, transessuali, tutti avranno la loro voce.

 

3 – Afrodite sarà, a sua volta, suddivisa in “Imero” e ”Phobos”. Perché due percorsi, due anime all’interno dello stesso cuore?

I due percorsi sono stati scelti per segnare due aspetti della sessualità in modo diverso, Phobos coprirà tutte le trasgressioni forti, illegali, maniache, le fobie da nascondere, i segreti indicibili. La parte gialla dell’eros, dove il sesso viene usato per sfogare istinti diversi da quelli che Imero invece accompagnerà in una narrativa più sensuale, più erotica, più segnata dai sensi e dalla passione, dalle voglie lussuriose che talvolta desideriamo leggere perché nella realtà ci verrebbe difficile realizzare.

 

4 – Gli autori. La vostra scelta seguirà quali motivazioni? Sarà possibile per tutti inviare manoscritti, con la certezza di essere letti, oppure, come molte altre realtà editoriali, sarà il direttore commerciale a decidere le pubblicazioni?

Qui ti rispondo in sinergia con Roberto Russo, direttore di Graphe.it.

Tutti potranno inviare i manoscritti e la casa editrice con la direttrice della collana assicurano che leggeranno tutto. Del resto è politica della casa editrice leggere tutto quello che le viene sottoposto. La decisione di quale opere pubblicare sarà presa valutando tutti gli aspetti dell’opera e operando in sinergia tra la direttrice della collana e la casa editrice. (Roberto Russo).

Gli autori saranno scelti per la loro bravura nel riuscire ad emozionare chi legge con i loro testi, è mia intenzione come direttrice della mia collana rispondere sempre ad ogni autore comunicando l’esito della lettura. (Mariella Calcagno)

 

5 – La Graphe.it sosterrà i suoi autori, organizzando reading, presentazioni e quant’altro, nel tentativo di promuovere i libri nel comune interesse?

Anche qui interviene Roberto Russo editore.

Nel corso dell’anno la casa editrice organizza varie presentazioni. Alcune sono legate alla presentazione dei singoli libri altre sono eventi “collettivi”. Per quel che riguarda le presentazioni di singoli libri, la casa editrice prevede sempre uno spazio per presentare anche gli altri testi attinenti all’argomento trattato. Le presentazioni collettive sono organizzate in “serate sotto le stelle”, “tè con l’autore” e simili. Un occhio di riguardo poi è sempre dato alla stampa locale: solitamente i giornali tendono a porre in evidenza le opere letterarie nate all’interno del proprio bacino di utenza. “Fissazione” della casa editrice, poi, è quella di abbinare alle presentazioni un buffet o un drink in modo da poter stringere rapporti diretti con gli intervenuti e fra l’autore e i suoi lettori. (Roberto Russo).

Io credo che non solo la casa editrice debba organizzare, ma anche l’autore stesso deve essere motivato con idee e proposte per poter promuovere al meglio il proprio libro, spesso, specialmente nell’erotismo si ha un po’ paura ad esporsi. (Mariella Calcagno)

 

6 – La Rete. Un luogo dove pensate di poter incontrare autori, o solo veicolo pubblicitario?

Senza dubbio, un luogo dove poter incontrare autori… e anche veicolo pubblicitario. I modi possono essere vari e siamo sempre disponibili a nuove proposte.

Per questo l’idea di proporre la collana a blog e non solo a siti o giornali è un modo per comunicare meglio con gli autori, credo sinceramente che fra i bloggers si trovino spesso bravi scrittori, sono in cerca di questi soggetti pazzi e pieni di voglia di dire qualcosa, di scrivere, di dare voce ai propri sogni.

Purtroppo non tutti sono capaci poi di arrivare a scrivere un romanzo intero, non è facile, ci vuole anche tecnica di scrittura, non solo una buona idea e un racconto breve scritto bene, reggere per duecento pagine è diverso. Spero anche grazie a te che mi concedi il tuo spazio e tempo, di poter trovare (è questo il mio intento), autori nuovi e non banali, scrittori già affermati ma che ancora non lo sanno.

Io, Mariella, sono qui. In attesa di vostre idee, dei vostri testi, dei vostri sogni, anche incubi, l’importante è che li abbiate scritti bene.

 

Non credete sia il momento di aprire quella cartella segreta nel vostro computer e mettersi in gioco? Io dico di si.

Altre informazioni, oltre che sul sito della casa editrice, le trovate qui, su Delirio.net, con un’altra intervista ad opera di Eliselle.

Cortissimi

Giovedì, Febbraio 15th, 2007

Frammenti di progetto filmico

 

 

Max, 30enne, indica una foto appesa alla parete in cui appare bambino, su una spiaggia, con un cucchiaino in mano.

SCENA  2

Esterno - Spiaggia - Giorno

Max, bambino, cammina sulla spiaggia come se fosse alla ricerca del posto ideale. Trovatolo si siede ed inizia a mangiare la sabbia con il cucchiaino che aveva in mano nella fotografia. Dopo un paio di cucchiaiate viene raggiunto dalla madre che gli strappa il cucchiaino dalle mani e lo sculaccia mentre, trascinandolo per un braccio, lo riconduce all’ombrellone.

(Voce fuori campo di Max adulto)

Ero piccolo e facevo già cose un po’ insolite. Niente di eccezionale, sia chiaro, non voglio passare per un bambino prodigio, però ero già molto avanti rispetto ai miei coetanei. Sicuramente ero più pronto, più svelto come si diceva allora.

SCENA  3

Studio medico - Interno - Giorno

Max bambino e sua madre sono nello studio del medico di famiglia. Il dottore, dietro la scrivania, ha un atteggiamento molto professionale, mentre la donna appare disperata e nevrotica. Max, nel frattempo, mastica gomma americana e si distrae continuamente.

 

MADRE: Ma lei si rende conto, dottore!!

La sabbia! Mangia la sabbia!!

Con il cucchiaino!!

Mio figlio mangia la sabbia con il cucchiaino!!

Santo Dio, ma si rende conto!!!

DOTTORE: Vede, signora ….

MADRE: Mangia la sabbia.

Mio marito fa dei sacrifici incredibili. Lavora tutta l’estate per fargli fare tre mesi di mare e questo che fa?

Mi mangia la sabbia!!

DOTTORE: Ma non deve allarmarsi, signora ….

MADRE: Non mi devo allarmare!

Mio figlio mangia la sabbia ed io non mi devo allarmare!!

Dottore, ma si rende conto che questo mangia la sabbia?

Qui non stiamo parlando di dieci gelati al giorno.

Parliamo di sabbia!!

Sabbia, capisce!!!

DOTTORE: Io credo che ….

MADRE: Noi siamo una famiglia normale, dottore.

Non gli facciamo mancare niente. Nessun bambino ha quello che ha lui. Non ha bisogno di fare cose assurde. Non è che gli manchino i vestiti o i giocattoli. Ha tutto. Tutto!!

E allora perché mi mangia la sabbia! Perché!!

DOTTORE: Forse ha solo bisogno di ferro.

MADRE: FERRO!!!!

Ma cosa vuole che ne sappia mio figlio di ferro!!

Crede che si faccia analizzare la sabbia prima di mangiarla?

Crede forse che abbia un senso quello che fa questo qui!!

Questo si mangia la sabbia dottore, la sabbia!!

Intanto Max apre una vetrina dove sono conservate scatole di medicinali facendone cadere alcune.

DOTTORE: Io non credo che sia il caso di preoccuparsi, signora.

 

La madre va a recuperare Max e lo riporta sulla sedia trascinandolo per un braccio, sempre continuando a rivolgere l’attenzione al medico.

 

DOTTORE: E probabilmente tra un paio di mesi smetterà da solo e senza traumi.

MADRE: Bella scoperta, tra un paio di mesi le vacanze saranno finite. Dove vuole che vada a trovare della sabbia a Roma!! Mangerà l’asfalto.

Il problema è un’altro. Io voglio sapere perché mangia la sabbia. Voglio sapere cosa c’è che non va nel suo cervello!!

(Molla a Max un ceffone sulla testa)

Dopo tutto quello che ho fatto per lui, questo mi mangia la sabbia!!!

DOTTORE: ( Scrive una ricetta )

Non c’è niente che non vada nel cervello di suo figlio, signora, e comunque questa cura a base di ferro non potrà fargli che bene.

MADRE: A chi? Certo non a mio figlio!

Questo ha bisogno di uno psicologo, ecco di cosa ha bisogno!

E poi, con quello che costano le medicine!!

DOTTORE: Forse suo figlio sta solo cercando di avere più attenzioni.

MADRE: Più attenzioni!! Più di quelle che ha!! Vuole scherzare!!

Non esiste bambino al mondo che abbia più attenzioni di lui. Questo ha il cervello bacato, ecco cos’ha!

Ma la conosco io la cura giusta. A base di legno. Sul sedere sotto forma di cucchiarella!!

 

La madre si alza dalla sedia e, incurante del disordine che Max ha disseminato nello studio e della ricetta che il medico le ha preparato, prende Max per un braccio e lo conduce fuori dalla stanza.

Fare la Rete

Mercoledì, Febbraio 14th, 2007

Uno dei nodi affrontati spesso, sulla differenza tra la rete, internet, e altri mezzi di comunicazione e/o informazione e/o produzione, è stato quello dell’interazione e dall’attività, in contrasto con univocità e passività degli altri esempi presi in considerazione. Il blog, per la sua forma naturale di produzione di contenuti offerta a tutti, non solo allo scrivente amministratore del blog, ha assunto un ruolo principale in questa visione della rete. Uno produce contenuti, suggerisce temi, informa, altri aggiungono.

Questa visione schematica e un po’ semplicistica non tiene conto del fattore umano. Uno strumento non è fine a se stesso, ma ha tanti usi quanti mente umana è capace di concepirne. Vi è mai capitato di girare una vite con il manico di un cucchiaino?

Non tutti vivono questo desiderio di “fare la rete”. Alcuni desiderano solo usarla, altri studiarla, altri ancora sfruttarla. Il bene o il male sta nella singola persona, non certo nello strumento. Ma queste sono ovvie banalità. Fare la rete è però esigenza di alcuni, non di tutti. L’invenzione delle macchine avrebbe portato la rivoluzione che oggi conosciamo, ma non tutti hanno avvertito il bisogno di costruirle, di studiare il modo di crearne sempre di migliori. Molti, la maggior parte, hanno pensato al vantaggio che potevano trarne dall’uso, altri hanno visto in questo un motivo di interesse fine a se stesso, altri ancora motivo di curiosità e svago.

Il web, internet, sono certamente qualcosa i cui confini sono tuttora insondabili. Possiamo immaginare, fare supposizione, ma certamente delineare il campo è prematuro. In sostanza, tutti procediamo per tentativi, tutti tentiamo di farne il miglior uso possibile per quello che è, allo stato attuale, la nostra percezione del mezzo, ma non dobbiamo dimenticare che questo mezzo è potenzialmente alla portata di ogni singolo individuo presente sul pianeta. Stupirci per un uso errato, in condizioni di tale vastità, è come stupirsi perché qualcuno, con un coltello da pietanza, ha ucciso un altro uomo. (Parlo di stupirsi dell’oggetto, non dell’atto)

Considerando che questo post è un’ulteriore estensione di quello pubblicato sotto, a sua volta estensione del post di Babsi, rispondo ad alcune domande che lei pone in seguito al dibattito.

Babsi:”Qualcuno ha il coraggio di sostenere che due blog che io ritengo molto interessanti (Arsenio e Arkangel), che non hanno i commenti, *non* siano blog?”

Si, io, e qualcun altro qui. Il fatto che non siano blog non significa che il loro valore contenutistico sia scarso, anzi. Sono citati due blog molto ricchi, in quanto a contenuti. Ma non sono blog. Mettiamo l’ipotesi, come si fa cenno nei commenti di Babsi, che i lettori di Arsenio inviino delle mail con le loro impressioni. Il proprietario, volontariamente, ci preclude la condivisione di questi contenuti. Decide, in totale autonomia (rispettabilissima) che di questi contenuti lui è il solo ad aver diritto di accesso.

Mi viene in mente il prete che sale sul pulpito e fa la sua predica, tutti i fedeli lì sotto ad ascoltare. Poi qualcuno va via, qualcuno fa qualche riflessione personale, qualcuno borbotta qualcosa ed altri, ognuno per proprio conto, vanno in canonica a parlarne. Ognuno singolarmente con il prete. Il prete conosce il pensiero di tutti ma i tutti, tra di loro, no. È uno strumento vecchio, questo. Una struttura che crea gerarchia. Non è blogging. Il prete può anche affermare cose diverse, in contrasto tra di loro, a persone diverse, in barba all’onestà intellettuale ed alla coerenza. Tanto chi verrà a saperlo?

Arkangel è piacevolissima da leggere, produce contenuti interessanti, non rinuncerei a leggerla. Ma la leggo come leggerei un libro di Pirandello: a senso unico. Posso leggere, di lei, solo quello che lei decide di scrivere. È lei a stabilire cosa. Una scelta rispettabilissima, ma in contrasto con una delle diversità del blog: posso essere chiamata a dire altro, oltre quanto ho scritto, oppure altri possono aggiungere, a vantaggio di tutti, non solo miei, cose che ho omesso, di cui non sono a conoscenza, di cui ritenevo inutile e superfluo parlare, sbagliando. Posso confrontarmi non con una, ma con tutti. Il messaggio che arriva da una tv è per tutti, ma singolarmente. Il blog è per tutti da tutti, nella consapevolezza di tutti. Lo spazio commenti il modo più rapido e condivisibile da usare.

Babsi: La rete va fatta; siamo in pochi a starlo facendo, gli altri sono telespettatori passivi, e non va affatto bene: la rete, così com’è, va in loop e diventa “Amici” di Maria De Filippi, se qualcuno di noi non si dà una mossa. La smania di partecipare e di “dire” è fasulla; è la smania del telespettatore che vuol dire “ciao mamma” o essere inquadrato per dirlo agli amici (Warhol, ma all’ennesima potenza; non più 15 minuti, ma un solo fermo-immagine);

Dov’erano, cinque anni fa, quelli che oggi “fanno la rete”? Come crescevano, e davanti a cosa, da dove prendevano educazione ed insegnamenti, i ragazzi sedicenni che mettono su Youtube i filmati di violenze registrati con il telefonino? È la videocamera sul telefonino, il male? È il ragazzo che la usa per mostrare la sua insegnante che cade dalla sedia? Vogliamo fare una battaglia per togliere le fotocamere dai cellulari? Mettiamo del nastro adesivo sulla nostra? Non mi stupisco perché gente cresciuta davanti ad una scatola luminosa conosce solo due modi di vivere: davanti o dentro la scatola. Sono con te nel combatterla, questa percezione della realtà e della vita, ma non me ne stupisco. La detesto, la odio, fingo che non esista, ma c’è.

Quello che dici è vero, la smania di protagonismo, la fama ad ogni costo, la partecipante del grande fratello che pensa, seguendo la via Paris Hilton, di guadagnarsi celebrità e denaro semplicemente facendo sfoggio di sessualità promiscua. In fondo, se basta mettere qualche filmato hard su internet per risolversi la vita, perché non farlo (decodificando il suo atteggiamento). Il fatto è che non viviamo nel migliore dei mondi possibili e non credo che, chiudendo i commenti, si possa giungere naturalmente al migliore dei blog possibili, o alla produzione di contenuti di elevata qualità senza rumori di fondo. I rumori di fondo ci sono, e ci saranno sempre. Youtube è uno strumento fantastico, ma cosa pensiamo di chi, a fronte dei filmati di cui ho parlato in precedenza, avanza l’ipotesi di chiuderlo? Non so, a me viene sempre in mente l’immagine dell’uomo che, per fare un dispetto alla moglie, si taglia i testicoli.

La cosa bella, invece, è scoprire che tra quei rumori c’è una voce che arriva all’anima, che c’è compendio, arricchimento, aggiunte, altre esperienze da raccontare, altri personaggi. Che c’è vita lì fuori.

Ecco, io, quando apro i miei commenti, mi auguro sempre di scoprire che c’è vita, intorno a me. Posso aggiungere che raramente resto delusa e, quel raramente, anche se diventasse spesso, non credo mi spingerebbe ad impedire l’accesso agli altri.

Facciamo la rete, ma facciamola restando pronti a stupirci di scoprire chi ne sa più di noi, chi può indicarci una strada che non conoscevamo, e pazienza se, ad ogni angolo, c’è qualcuno che ci tira per la manica per i suoi piccoli interessi, o semplicemente per farci perdere tempo. Alle volte basta un po’ di decisione, e uno strattone più forte, per liberarsene. Anche di chi crede di avere in tasca la verità assoluta, o il gene dell’onniscenza.

Ma chiudersi tra quattro mura non è mai stata, per me, una soluzione da seguire.

Quelli che… i commenti

Domenica, Febbraio 11th, 2007

Da questo post è nata un’interessante discussione. La mia opinione, nello specifico del tema, l’ho espressa nei commenti ma qui, oltre a segnalare il post ed i commenti che ritengo interessante materiale su cui riflettere, vorrei rilanciare alcuni temi che Babsi pone ai suoi lettori.

Punto primo: quando leggete un libro, vi sentite grati verso l’autore, oppure ritenete che sia lui a dover ringraziare voi per il tempo che gli avete dedicato? Oppure ritenete che l’oggetto “testo” (non il libro, il testo) sia fonte di scambio reciproco, tra l’autore ed il lettore?

Una volta compreso il tipo di approccio verso il testo di un libro, ritenete di avere lo stesso approccio nei confronti del testo di un post? In sostanza, cambia l’approccio se si tratta di un blogger invece che di uno scrittore?

Mi spiego meglio: io credo che scrivere sia un atto puramente altruista e che il transito sia a senso unico. Lo scrittore offre, consegna, dà. Il lettore prende. È come un rapporto d’amore dove c’è uno che ama, uno che usufruisce di questo amore. Non è vero, a mio parere, che il libro è un tramite tra l’autore ed il lettore. Il testo va oltre l’autore, il testo può anche prescindere dall’autore, il cui unico ruolo è quello di mettere su carta quel testo e lasciarlo andare. Il testo è lì, per tutti, a disposizione, in qualunque momento può essere consultato, letto, analizzato, riletto. L’autore no, l’autore ha esaurito il suo compito nella stesura del testo, ed a lui non dovrebbe essere richiesto altro, neanche l’esistenza in vita. Se così non fosse non sarebbero fruibili, ad esempio, i testi di autori non contemporanei, i testi anonimi, i testi di autori con pseudonimo, o scritti a più mani. Se domani, per esempio, si venisse a sapere che l’autore dell’Odissea non risponde al nome di Omero ma di tal Temistocle, il valore dell’opera e la sua fruibilità non ne risentirebbero affatto.

Pirandello non è in grado, oggi, di fare presentazioni dei suoi libri o di incontrare i suoi lettori, ma credo sia arduo dire che i suoi testi non giungano a noi interamente, pienamente, in tutta la loro forza e bellezza. Ho detto Pirandello, ma potevo dire Calvino, Pasolini , Dostoevski, Woolf.

Vorrei dire che non ci vedo, in questo, qualcosa di sbagliato. Lo scrittore, per sua natura, è anche lettore e quindi, se da un lato offre dall’altro, per merito di altri, sicuramente prende.

Come vi ponete dunque, di fronte al testo? Vi sentite più beneficiari o benefattori?

Punto secondo: quando leggete un blog, credete o meno alla buona fede di chi scrive? È una discriminante per la scelta delle vostre letture? È un fattore cui fate caso, o date per scontato l’una o l’altra?

Punto terzo: questo è indirizzato a chi ha un blog. Ogni blogger, attraverso i commenti che riceve, le mail, i contatti telefonici o tramite messaggistica istantanea, vede una propria immagine di ritorno che è figlia di questi mezzi. Quanto vi assomiglia? Vi sembra che la persona di cui parlano vi somigli, o vi sembra che sia parziale, inesatta, addirittura completamente diversa da quello che siete o credete di essere?

Vi siete mai stupiti/e per come qualcuno si è rapportato a voi scoprendovi a pensare: ma io non sono mica così.

Mi farebbe veramente piacere conoscere le vostre opinioni.

Nuove professioni

Giovedì, Febbraio 8th, 2007

In periodi difficili come questo, di precariato, di retribuzioni basse ai limiti della sopravvivenza, di necessità di trovare almeno tre, quattro amici per creare delle moderne comuni ed andare finalmente a vivere da soli(!!!), di contratti a progetto che durano 6 mesi, in un paese dove mediamente un progetto, per vedere la luce, impiega 10 anni, ecco che nuove professioni alternative si affacciano tra noi, offrendo nuove possibilità di guadagno.

Una di queste si nasconde dietro un’oscura sigla che recita così: RSCC.

La rscc è una forma di guadagno che non richiede alcuna particolare qualità, nessun titolo di studio e, soprattutto, né partita Iva né contributi da versare. Tutto quello che occorre è evitare di radersi la lingua e lo stomaco. Fatto questo basta un po’ d’iniziativa per evitare che qualcuno vi rubi il posto.

Non ci vuole molto, in un’azienda, per raggiungere un numero di dipendenti intorno ai 10, 12 elementi. Una redazione, una società di servizi, un supermercato, un pub, una sartoria. Dodici dipendenti significano, tra le altre cose, dodici compleanni. Se siete fortunati uno al mese, se non lo siete, e non lo siete quasi mai, ci saranno mesi più ricchi (per l’RSCC), mesi più poveri.

Eh sì perché tra le mansioni riconosciute e retribuite dall’azienda ce n’è una, facoltativa, che qualcuno un giorno decide di assumersi e che risponde al nome di: Raccoglitore di Soldi per Compleanno Colleghi. RSCC appunto.

Questo ruolo raggiunge due notevoli scopi:

-          Economico: gestione incontrollata dei fondi altrui.

-          Morale: riconoscimento di buon cuore, di sani principi, di elevato valore umano.

Tutto avviene così: un brutto giorno un collega vi avvicinerà, con fare guardingo e circospetto, e nella massima segretezza vi comunicherà un piccolo particolare di cui potevate tranquillamente fare a meno senza, per questo, perdere preziose ore di sonno. Avvicinerà furtivo la bocca al vostro orecchio e vi sussurrerà:

Lunedì prossimo è il compleanno di Bencivenga.”

Prima ancora che possiate proferire la prima frase che vi sale alle labbra, ovvero “echissenefrega” egli avrà già trovato il tempo di aggiungere “sono 20 euro, e manchi solo tu”.

Non è affatto vero, ma in quel momento siete comunque fregati. Non conta che sia una menzogna, potete essere effettivamente l’ultimo come anche il primo, tanto la formula è la stessa, perché egli gioca sulla consapevolezza che non andrete mai a chiedere ai colleghi se effettivamente hanno già versato la quota-pizzo, e soprattutto che l’onta dell’assenza del vostro nome sul tristissimo biglietto di auguri (donna con candelina fallica tra le tette enormi per il collega maschio, vecchia che lavora a maglia per la femmina, espressioni entrambe del maschilismo galoppante anche nelle piccole cose) l’assenza del nome, dicevo, non potreste moralmente sopportarla.

Ecco che, quindi, il nostro RSCC si troverà a gestire un montepremi per uso regalo-inutile di svariate centinaia di euro per ogni genetliaco. Pensate veramente che riuscirà ad acquistare qualcosa per l’esatta somma raccolta? Illusi, non è così. E la cosa sarà confermata da due frasi tipiche:

-          Non sono bastati, ma ho messo io la somma mancante. No, non fa niente, è andata così. (che cuore, che cuore!)

-          E’ avanzata qualcosina, la tengo io per aggiungerla al prossimo, così magari vi faccio risparmiare sulla quota. (che animo, che animo!)

In conclusione, se lavorate in un’azienda di almeno 12 dipendenti, e questa figura professionale è ancora vacante, affrettatevi. Se non lo fate voi, lo farà qualcun altro. E pagherete cara questa dimenticanza.

Buon lavoro.

Chiacchiere letterarie

Mercoledì, Febbraio 7th, 2007

Sul blog di Remo Bassini, giornalista, scrittore e, perché no, anche blogger, si parla spesso e volentieri di letteratura, editoria, scrittori conosciuti ed esordienti. Si parla anche di pre-scrittori, di aspiranti scrittori, di non-scrittori. Nel suo ultimo post ho rilasciato, riflettendo mentre scrivevo, un commento che desidero riportare anche qui, sviluppandolo, incurante del fatto che qualcuno le considererà chiacchiere sterili, di cui nulla resterà. Forse si, forse parlare delle cose, quali che siano, ha invece ancora il suo senso.

Acquistare un libro è diverso, molto diverso, dall’acquistare un qualsiasi altro oggetto. Perché è, principalmente, un atto di fiducia. Questa fiducia viene riposta fondamentalmente in tre persone: l’Autore, l’Editore, il Libraio. Nelle grandi città, dove la distribuzione privilegia le grandi catene di librerie, l’ultima figura sta lentamente scomparendo, lasciando il posto a megastore del libro dove l’unica persona che potete incontrare è la cassiera.

Del libro che andiamo ad acquistare sappiamo poco o nulla. Possiamo leggere i risvolti di copertina, possiamo dare uno sguardo alle recensioni (altro discorso relativo alla fiducia), possiamo ascoltare i consigli del libraio (a meno di non trovarsi nelle grandi librerie di cui sopra ed allora neanche quello). Durante

la Fiera della piccola e media editoria, svoltasi a Roma nello scorso dicembre, sono rimasta abbastanza colpita da una serie di interviste fatte dalla televisione, dalle quali emergeva il dato, sconfortante, che molte delle persone interpellate sceglievano i libri basandosi sulla copertina.

Un’automobile possiamo guardarla, entrarci dentro, al limite anche provarla. Lo stesso vale per un qualunque altro prodotto. Un profumo di cui abbiamo ricevuto un campione da provare è già il prodotto, nella sua completezza. Due pagine di un libro, invece, non lo sono e non lo possono essere. Lo stesso vale per un detersivo, per una bibita che possiamo provare al bar e poi acquistare in confezione famiglia. Un libro non cessa mai di essere un libro. Non lo getti via, una volta letto. Non si consuma, non si esaurisce, non termina mai di essere utile. Al tempo stesso il libro, non essendo un genere di consumo e non esaurendosi, non può essere riacquistato, una volta finito. Un libro non necessita di manutenzione, non ha bisogno di essere revisionato ed intorno al libro non può prosperare altra industria.

Ecco perché, in ultima analisi, continuo a dire che un libro, la letteratura, non può essere un prodotto come gli altri, e non può sottostare allo stesso modo alle regole del mercato. Quello che è necessario, secondo me, è sostituire al concetto di marketing quello di fiducia.

Per questo trovo interessante e valida l’idea di Remo di realizzare un’inchiesta seria sull’editoria. Vorrei che le case editrici aprissero le porte al pubblico per mostrare come si lavora, quali sono le vere linee editoriali e commerciali, quali i meccanismi che regolano il tutto. Ed anche gli autori dovrebbero parlare. Senza vergogna, senza celare niente, e raccontare la loro esperienza, come sono arrivati o come non sono arrivati alle case editrici e quali sono i loro rapporti. Storie come quella di Giuseppe Iannozzi, che con uno stratagemma riesce a farsi rispedire il manoscritto dalla casa editrice scoprendo che non è stato neanche letto debbono essere conosciute, per far cambiare le cose.

Che si faccia luce, vivaddio.

Le invasioni barbariche

Domenica, Febbraio 4th, 2007

Ieri sera, ospiti di Daria Bignardi c’erano, tra gli altri, Gian Arturo Ferrari di Mondadori, Nicola Lagioia di Minimum Fax, e tre autori inseriti nell’antologia “Voi siete qui”, da me segnalata alcuni post fa, per via della presenza di Babsi Jones: Piero Sorrentino, Marco De Marco e Flavia Piccinni.

L’introduzione al tema fatto da Daria è stato, come suo solito, volutamente provocatorio: oggi pubblicare è facile, e vi spiegheremo come. La cosa ha suscitato lo stupore dei presenti e, ovviamente, acceso il dibattito. Ma non voglio annoiarvi.

Due cose mi hanno colpito, nel corso della discussione che ha fatto seguito alle interviste che la redazione ha registrato presso alcune importanti case editrici.

La prima: il rapporto tra i manoscritti di aspiranti esordienti che questi editori ricevono e quelli che poi vengono pubblicati. Feltrinelli ha dichiarato di riceverne circa 4000, di cui 4, al massimo 5, diventano libri. Baldini e Castoldi dichiara circa 1000 manoscritti ricevuti, forse uno pubblicato, quando va bene. Altri addirittura non menzionano il quantitativo, ma piuttosto lo zero assoluto nella categoria esordienti pubblicati.

A questo punto mi è sorta spontanea un’osservazione: giorni fa il signor Effe ha deciso, imprudentemente, di fare una giocosa mappatura dei blogger che sono approdati alla carta stampata. È partito dal proprio orto, ovvero da ciò che sapeva, e grazie all’interazione con gli altri blogger, nei commenti si sono via via aggiunti altri nomi, altri libri, fino a superare abbondantemente i cento autori pubblicati. Di questi, almeno due terzi lo hanno fatto dell’arco degli ultimi due anni. Parliamo, quindi, di almeno 80 esordienti. 40 l’anno. Non credo che ci siano, in Italia, più di 5000 blog di aspiranti scrittori, e quindi mi sorge spontanea la domanda: forse che il blog, come palestra letteraria per autori emergenti ed esordienti, funziona davvero? Può essere, i numeri dicono questo, ma non spargete la voce, che poi qualcuno ci rimane male.

La seconda: un’affermazione di Nicola La gioia: pubblicare non deve essere facile. Credo di aver compreso il senso che Nicola ha voluto dare alla frase, e mi dichiaro assolutamente d’accordo con lui. Pubblicare non deve essere facile. Deve essere difficile, deve essere frutto di talento, applicazione, duro lavoro, qualità, intuizione e perché no, quando capita, anche genio.

Pubblicare non deve essere facile per nessuno, nemmeno, come ha simpaticamente sottolineato lui, se sei il sindaco di Roma.

Deve essere semplice ed automatico, aggiungo io, soltanto per chi lo merita.

Paris Hilton

Sabato, Febbraio 3rd, 2007

Ecco, questo è un classico esempio di titolo che nulla c’entra con il contenuto del post. Inoltre, cosa non da poco, questo post è anche sprovvisto di contenuto, cosa che fa di esso un caso praticamente unico nel panorama della blogosfera italiana. Ad ogni modo è la scusa per mettere su una foto con annesso link all’ennesima intervista da me rilasciata in rete. E che nessuno si azzardi, da adesso, a chiamarmi Rome Hilton.

Intervista

 

Piccola avvertenza: cercate di non badare troppo alle risposte, e mandate a letto i più piccini.

 

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