Maria tra quattro mura/2

Il ticchettio dell’orologio rimbalza tra le pareti decorate a fiori azzurri su fondo bianco. La Madonna è ancora lì, appesa al muro, con lo sguardo fiero e il suo bimbo tra le braccia.
Anche Remo è ancora lì. Perso e dissolto nel suo sonno profondo. Un sonno popolato da ricordi che fanno bramare la vita, se non fosse ormai solo attesa di morte.
Maria si scuote. Sono ancora le quattro. Sente quel respiro pesante. Greve. Che invade la stanza e la sua vita, piena soltanto di solitudine.
Lo sguardo cade su quel viso. Su quei lineamenti. È buffo pensare come un tempo fossero fonte di gioia e di vita. A guardarli adesso, sembrano solo solchi profondi, abbandonati da un aratro che non lavora più. Una vecchia, inutile vita gettata in un angolo, ad aspettare che finisca. Che si spenga.
Lo fissa, Maria. Quel volto. Quei segni. E ci parla. Con quel volto. Maschera di un carnevale finito da secoli. E gli chiede, e s’infervora e accusa:
Perché. Perché mi hai abbandonato, Remo? Perché sei andato via eppure sei ancora qui? Tu non hai idea di quello che ho nel cuore. I giorni che si fanno secoli. Gli anni persi su cui lascio le mie impronte fossili. E le tue grida, che hanno cancellato tutto lasciando solo questo male. Un male che oscura te, questa stanza e i miei occhi.
Le viene da urlargli contro: ma come hai potuto, come hai potuto farmi questo? Avrei voluto appoggiarmi a te, esausta e docile, negli anni lunghi della vecchiaia e invece… Lavoro, sofferenze, catene, questo mi hai dato. Insieme alle tue grida, che mi trapassano il cuore, e il tuo odio, contro la vita e contro di me, che con te l’ho condivisa e te la conservo. Quella tosse maligna, perfida, che c’impedisce di dormire. Quelle medicine che annientano i miei pochi risparmi e mi costringono, ogni giorno, a nuove rinunce.
Tutto ti sei preso Remo, tutto. La mia giovinezza. La mia maturità. Ora, non contento, stai torturando anche la mia vecchiaia.
Un’anteprima d’inferno, sei questo per me adesso Remo. Giorni lividi d’odio e di rancore per le catene che mi hai imposto. Ti odio perché non sono capace di andare via. Lasciarti qui. Da solo. A morire finalmente. Finalmente anche per te.
Mi hai sepolta viva, e ti odio per questo. Perché io sono ancora viva. Non c’è figlio che mi sia rimasto accanto, per colpa tua. Svaniti. Scomparsi. Tutti. E per colpa tua, Remo, per questa malattia che non si può mostrare ai bambini. Ai miei nipoti. Perché non è bello, non è giusto. Così li ho visti dissolversi nel nulla. Svanire. Loro insieme ai miei figli. Terrorizzati all’idea di doverti accudire. Di doverti accogliere in casa. Colpa tua Remo. Tutta colpa tua.
Come hai potuto farmi questo, dimmi. Tu che mille anni fa dicevi di amarmi. Vorrei strozzarti con le mie stesse mani, se ne avessi la forza. Ma m’hai tolto anche quella. Vorrei soffocarti con il cuscino, avvelenarti l’acqua, staccarti l‘ossigeno. Vorrei vederti morire, te, e con te il tuo male. Maledetto. Quanto tempo è, che va avanti così? Quanti ne ho sentiti di dottori pietosi che ti concedono altri giorni e poi ti lasciano qui, con me, mentre loro, sereni, se ne tornano a casa. Dalle loro mogli. Dai loro figli. Dal loro denaro. Che una volta era anche il nostro. Il mio. Prima di finire nelle loro tasche senza fondo. Sempre pronti ad addentare il ferito. Il naufrago. Il moribondo.
Sei mesi disse quel dottore, la prima volta che il male comparve. Sei mesi. E sono passati tre anni. Tre anni. Tutti così. Tutti uguali. Fatti da giorni tutti così. Tutti uguali. Tra medicine e brutte parole urlate alle mie spalle, nelle interminabili notti bianche. E da sola. Tutto da sola ho dovuto affrontare.
Perché tu non ci sei più. Nessuno c’è più, per me. E nessuno ci sarà più. Restano solo queste urla, queste medicine, queste notti. Questi passi strascicati, ogni giorno, dalla cucina alla camera da letto. Per un bicchiere d’acqua. O una minestra. O un’altra pasticca. E poi la speranza. Che tu smetta di chiamare. Smetta davvero. Per sempre.
Quando dalla finestra della cucina guardo la luna, e mi accorgo che è un po’ di tempo che non arrivano richiami, urla o bestemmie arrochite. Allora spero. Per pochi, lunghissimi, dolcissimi istanti, spero.
Speranza vana. Tormento dell’anima. Per questa prova, che Dio mi chiede di superare. Con l’amore e la pietà che non riesco più a sentire, dentro di me. Esaurita. Svanita. Usata e consumata tutta. Per sempre.
Rabbrividisce Maria, nel caldo torrido di quel luglio orvietano. Per quello che pensa, per ciò che dice. Anche se lui non l’ascolta più. Non l’ascolta mai. È il solo fatto di pensarlo. E le basta che, ad udirla, ci sia la sua coscienza.
Guarda fuori Maria. Oltre i vetri e il davanzale e i fiori. E fuori c’è Orvieto. Lo sa. Lo sente. Per esperienza. Per memoria storica. C’è la via in discesa del rione stella. Il Duomo. L’angelo con il suo bel martello per battere le ore. Poi ancora più giù. Verso il pozzo di San Patrizio. La fortezza spagnola. La piana di tufo. C’è tutto, ancora. Tutto quello che c’era un miliardo di anni fa. Quando era viva. Quando era vivo Remo. E il loro amore.
C’è tutto ma è come se non ci fosse più nulla. C’è tutto ma non c’è più per lei. E cosa vale allora, sapere che c’è. Cosa vale sapere che basterebbe aprire di nuovo il portone e percorrere ancora quel vialetto per vedere il Duomo, il maestoso portone, i bassorilievi e gli alabastri. Le navate e l’altare. Ma cosa vale saperlo, tanto non accadrà. Non accadrà mai. Mai più.
Maria torna bambina, nel cuore e nei pensieri. E l’odio per Remo diventa quello di una figlia che non ha mai visto il mare. E non può capire, no, non può comprendere perché il padre glielo neghi. Con perfida cattiveria. Con lucida malignità.
Orvieto è fuori. Con la vita e le strade e la gente e i prati, i fiori, i campi coltivati. Ma Maria è sull’altare. Ed è lei il sacrificio. È la sua vita, l’agnello. Quel che resta di lei. Una vecchia camicia da notte che a nessuno interessa più. Due vecchi reduci dalla battaglia della vita. Che ora non hanno più nemici, e si combattono tra loro. Vecchi e stanchi ed esausti. Logorati da mille guerre, combattute sul campo ogni giorno. Per mangiare, per una casa, per un futuro che andasse più in là del giorno dopo. Per qualcosa da lasciare ai figli. Figli che invece si sono affrettati a lasciare lei. Tanto soldi da prendere non ce ne sono. Solo fatica e noie. E nessuno ha voglia di prendersele. Senza un libretto postale in cambio. Abissi di crudeltà umana.
Ma ora forse accetterebbe anche quello, Maria, anche quella brutalità. Quella barbarie. Pur di staccarsi da lui. Da quelle catene. Dall’odio e la rabbia che le soffocano il cuore e i polmoni. Ma è un esercizio inutile, quel pensiero. Non la porta da nessuna parte.
Si volta ancora verso di lui. E posa una mano sulla sua bocca. Un flebile respiro le sfiora la pelle. Maria allora preme. Preme su quelle labbra secche e morenti. Con tutta la forza che ha. Forza che resta nei suoi pensieri, perché alla mano non arriva. Non può più arrivare. Si lamenta un po’, Remo. Volta impercettibilmente di lato il viso e Maria ritrae la mano. I suoi occhi sono rossi ora, e cerchiati. Lo guarda ancora una volta. Fisso. E dentro di sé pensa. Vorrei non arrivasse a domani. O che non arrivasse mai domani.

E qui, purtroppo o per fortuna, ci dobbiamo fermare.

Comments

15 Responses to “Maria tra quattro mura/2”

  1. ramyNo Gravatar on febbraio 23rd, 2007 21:02

    E perchè ? Chi l’ha detto che ti devi fermare? tu lo sai cara Tittyna che ora nn mi puoi lasciare così,vero? Aspetto con ansia il seguito! TI VOGLIO TANTO BENE. BACI BACI

  2. GipuntoENo Gravatar on febbraio 23rd, 2007 23:37

    Grazie! ^_^

    @ Ramy: perchè deve esserci per forza un seguito? secondo me va bene così. allungando la storia si perderebbe di intensità emotiva…questo naturalmente IMNHO!

  3. Roberto TossaniNo Gravatar on febbraio 24th, 2007 10:29

    Adesso non mi viene da dire niente.
    Troppo dolore.
    Probabilmente vuol dire qualcosa anche questa mia incapacità di analizzare il testo oggettivamente.
    Magari lo farò più tardi.
    Intanto una carezza.
    Ciao.

  4. LoskaNo Gravatar on febbraio 24th, 2007 17:17

    brava :D

    bacio

  5. Fantedicuori67No Gravatar on febbraio 24th, 2007 17:32

    Nessuno si può fermare davanti a questi capolavori.
    Sai trarre gli spunti dalla vita quotidiana ed è molto difficile oggi trovare blogger cosi preparati.
    Mi emozionerai ancora?
    Credo di si…non ne dubito.
    Intanto se ti può far piacere, ti linko.
    Baci.
    Massimiliano

  6. TittynaNo Gravatar on febbraio 24th, 2007 22:19

    Ramy
    Non posso perché qui non è opportuno pubblicare un intero lavoro. Ma avremo modo di parlarne.
    Un bacio, ti voglio bene anch’io.

  7. TittynaNo Gravatar on febbraio 24th, 2007 22:20

    G.E
    Grazie a te, per averlo letto tutto.
    Ti abbraccio

  8. TittynaNo Gravatar on febbraio 24th, 2007 22:21

    Roberto
    Grazie, per l’emozione e la carezza, che mi prendo volentieri e ricambio con un abbraccio.
    Per tutto quello che poi ti verrà da dirmi, c’è la mail.
    Un bacio

  9. TittynaNo Gravatar on febbraio 24th, 2007 22:22

    Loska
    Grazie tesoro, soprattutto del tuo passaggio. Mi mancavi.
    Un bacio

  10. TittynaNo Gravatar on febbraio 24th, 2007 22:23

    Massimiliano
    Grazie, di cuore, per ogni singola parola. Spero di emozionarti ancora, si, lo spero veramente. Intanto, con queste prime parole qui, tu hai emozionato me.
    Un bacio

  11. Giuseppe IannozziNo Gravatar on febbraio 25th, 2007 10:11

    Tu che tipo di blogger sei?

    Sm@ckkk

    Beppe

    http://biogiannozzi.splinder.com/1172394831#11115392

  12. gaspareNo Gravatar on febbraio 25th, 2007 16:43

    splendido titty… veramente splendido…
    ti manderò una mail
    gaspare

  13. Mariella CalcagnoNo Gravatar on febbraio 26th, 2007 08:54

    Intenso e sentito, brava.

  14. Bruce LeeNo Gravatar on febbraio 26th, 2007 09:25

    Ben scritto ed emozionante, come sempre del resto, nessuno dei tuoi lavori mi lascia indifferente ed è impossibile staccarsi dal testo, fino a quando non si giunge all’ultima riga. Mi spiace che tu non possa proseguire oltre, ma ne comprendo le ragioni. Un abbraccio di rinnovata stima.

  15. giuliaNo Gravatar on marzo 28th, 2007 18:00

    L’odio e la pietà. In quella mano tutta la pietà dell’odio. E’ questo che sento. E la vita è spesso così!

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