Vallettopoli

Nina Moric, Fernanda Lessa, Aida Yespica, Francesco Totti. Molte tra le più famose bellezze del mondo dello spettacolo nostrano sono cadute nella rete di gente senza scrupoli, avida di denaro, pronta a tutto pur di fare soldi.

Tra queste, potevo forse mancare? Ebbene si, lo confesso, anche io sono caduta vittima di questa nuova professione italica, evoluzione della vecchia abitudine di infilare la testa nelle sagome di cartone per far finta di essere un pistolero del west o la regina d’Inghilterra nelle foto ricordo delle vacanze. Gente che ti viene messa accanto apposta per realizzare un foto compromettente da vendere, in maniera ricattatoria, allo stesso fotografato.

Quindi, prima che il pm di Potenza mi convochi, prima che Corona o Lele Mora mi tirino dentro lo scandalo, offro la mia confessione libera, nella speranza di uscirne fuori al più presto, e soprattutto pulita, anche se la vicenda Gregoraci mi ha fatto riflettere parecchio sulla bontà della scelta, considerando le offerte di lavoro che ha ottenuto dopo le visite a domicilio al Ministero.

È successo lo scorso anno. Mi trovavo al matrimonio di mia cugina, evento strettamente personale, la quale mi aveva anche rassicurata sul fatto che non era stata ceduta alcuna esclusiva per le foto della cerimonia e che, anzi, farsele fare le era costato un patrimonio.

Pertanto, in virtù di queste rassicurazioni, mi ero accompagnata e soffermata a chiacchierare con molte persone, senza ovviamente badare troppo a chi, in quel momento, si offriva di abbracciarmi e baciarmi, cosa peraltro abbastanza consueta in circostanza simili.

Non ho badato agli abbondanti scatti che mi sono stati rivolti, tanto meno ai flash che ci accecavano tutti senza parsimonia. Ingenuamente ho pensato che sarebbe finito lì e che, dopo qualche mese avrei potuto ammirare il meglio di quegli scatti durante le cena a casa dei novelli sposi, magari annoiandomi durante la lunga proiezione del famigerato filmino. E invece.

Durante il pranzo, in un noto ristorante fuori città, lontano da occhi indiscreti, immerso in uno splendido parco naturale, ecco che un tizio si avvicina alle mie spalle, furtivo e circospetto. Inaspettatamente, con un movimento rapido, lascia cadere sul mio tovagliolo un cartoncino per poi svanire nel nulla. Per niente intimorita apro il cartoncino e resto di sasso: sul lato sinistro c’è la foto dei novelli sposi nell’atto di scambiarsi l’anello e sul lato destro, orrore, io e mio zio Silvano. Abbracciati. Sorridenti, apparentemente felici e complici di chissà quale mistero.

Chiudo il cartoncino, mi guardo intorno, ma del fantomatico fotografo non c’è traccia. Del resto, quella che ho davanti è una semplice miniriproduzione, è evidente che il materiale scottante è ancora tutto nelle sue mani. Mi alzo, esco fuori dal ristorante per fumare una sigaretta e distendere i nervi quando il tizio di prima, sempre furtivo e alle spalle, mi raggiunge.

“Se la vuoi sono dieci euro”, mi sussurra.

Mi volto, lo squadro per bene. Ora, non che mi aspettassi Fabrizio Corona in persona, non che mi attendessi un foto meno nitida, magari fatta con un super teleobiettivo, per dare l’idea dello scatto rubato.

Ma dieci euro. Dieci euro.

Non ho ceduto al ricatto, caro Woodcock, e quella foto, se manderà i suoi 007 da “Poletti foto e figli”, la troverà ancora nel loro archivio. Sono una ragazza per bene io, sotto i duemila euro.

L.B.

Per chi non pensa, è almeno consigliabile riordinare i propri pregiudizi, di tanto in tanto.

Raccontami una storia

Racconta una storia

Il più è stato fatto, adesso serve la collaborazione attiva della blogosfera. Serve che chi sa scrivere scriva, che chi ama leggere legga, che chi ha veramente a cuore la solidarietà, la beneficenza, non quella fatta attraverso sms i cui costi ingrassano solo le compagnie telefoniche e le strutture enormi che gestiscono il denaro destinato agli aiuti, si dimostri pronto a farla, soprattutto perché stiamo parlando di una malattia che colpisce in particolar modo i bambini.

La storia nasce qui, su PiùBLOG, e sono felice di raccontarlo perché l’idea è stata casualmente mia. Attraverso il sito di Comicomix, che già da tempo si occupa del problema, siamo venuti a conoscenza della situazione. Quindi la grande partecipazione nei commenti a questo post, poi la mobilitazione, l’entusiasmo, le capacità organizzative ed il tempo dedicato da parte di Marina Bellini, il lavoro tecnico di Stragatto, l’interesse dell’AIE e poi della casa editrice Sinnos, tutto questo ha contribuito a fare il resto.

Oggi siamo qui per invitare tutti coloro che amano scrivere a farlo. Una storia per bambini, non più di 2000 battute, che saranno abbinate ai disegni degli stessi bambini, per un volume che sarà presentato alla prossima Fiera della piccola e media editoria di Roma, ed i cui proventi saranno tutti, interamente (escluse solo le spese di realizzazione del volume) devoluti alla ricerca per la cura del Neuroblastoma.

Su PiùBLOG troverete tutte le informazioni necessarie, i link all’associazione che si occupa di raccogliere fondi per questa causa, il sito dove potrete inserire il vostro racconto, la casa editrice e tutto il resto.

Inutile aggiungere che mi aspetto molto, soprattutto da coloro che hanno le qualità per dare al libro non solo la connotazione benefica, ma anche e soprattutto di grande cifra letteraria.

Penso, per esempio, a Luca Ricci, a Remo Bassini, a Roberto Tossani, a Giulia Blasi, a Manila Benedetto, a Babsi Jones, a Effe, a Mitì Vigliero Lami. Penso a Giammatteo Pellizzari, a Barbara Sgarzi, a Mariella Calcagno, a Giovanna Hugues, a Daniela Farnese, a Barbara Delfino, Pix e Stef. E poi Giuseppe Iannozzi, Stefano di Noantri, Spad, Malapuella, Phoebe. Insomma, siete tanti, considerando anche tutti quelli che al momento mi sono sfuggiti di mente, e soprattutto capaci di rendere questo progetto un’opera di valore.

Vi prometto che, se risponderete all’appello, eviterò di rovinare tutto scrivendoci anch’io. Dovrebbe bastare questo a rendervi entusiasti. In compenso acquisterò più copie possibile, perché è l’unica cosa che conta.

Vi ringrazio di cuore.

Blogversary

Era il 24 febbraio del 2004. Le undici di sera, più o meno. Internet era entrato in casa mia da circa quattro mesi, e ne avevo sentite, in precedenza, di tutti i colori. C’erano amici che giocavano online e mi raccontavano meraviglie, amiche che facevano le loro spese sul web, magnificando le lodi di una pratica tipicamente on the road, lo shopping, diventato improvvisamente salottiero. Ogni tanto, quando paventavo il desiderio di annullare la distanza tra me e la tecnologia, ecco venir fuori aspiranti tecnici che mi mettevano in guardia contro i pericoli della rete: i virus, il porno, i maniaci. In parte avevano ragione, visto che beccai un virus che mi spegneva il computer trenta secondi dopo averlo acceso, con un countdown che, la prima volta, mi gettò nel panico totale. Pensare che allora, a parte accenderlo e spegnerlo, sapevo fare ben poco altro.

Il primo approccio fu minimalista. Non mi resi realmente conto della vastità di questo mondo, e mi limitai a qualche piccola ricerca con yahoo, seguendo le luci dei miei interessi: i libri, l’informazione, il cinema, le scarpe. I miei preferiti, in confronto ad oggi, erano una piccola, tristissima lista di siti ufficiali.

Poi ci fu il forum. Incontrai quello dello scrittore Andrea De Carlo. All’inizio pensai fosse un luogo di scambio culturale ed allora provai a seguire. Avevo letto parecchi suoi libri, un paio non mi erano dispiaciuti. Durò una settimana, e me ne allontanai subito. Sembrava un gioco per bambini cresciuti, tutti a cullare l’illusione che lo scrittore leggesse realmente quelle righe. Ma era un confronto unilaterale, monco, inutile. Lui non interveniva mai.

Da lì a poco scoprii la chat. Una fregatura. La chat ti frega sempre, all’inizio. Cominci per gioco, come con le sigarette, poi ti accorgi di voler tornare in fretta a casa, per accendere il pc e vedere chi c’è. Qualcuno comincia a cercarti con insistenza, nasce il circolo degli amici, nasce il desiderio di restare in contatto, di raccontarsi le cose, anche qualche maldestro tentativo di approccio sessuale.

Però, almeno per me, fu bello. Dopo qualche tempo creai una stanza tutta mia, il “Salotto di Titty”. Eravamo, più o meno, sempre gli stessi, c’incontravamo la sera, dopo cena, e spesso tiravamo tardissimo, bel oltre la mezzanotte, sempre con un sacco di cose da dirci. Alla fine, però, mi accorsi che il centro pulsante di tutto era il sesso. Tutto era mirato ad ottenere un numero di telefono, un appuntamento, una conclusione, sempre uguale. I primi tempi, quando qualcuno, ed in chat accade spesso, metteva in dubbio la mia femminilità, non perdevo tempo e davo il mio numero, per sbattere in faccia al malcapitato non solo il mio essere realmente donna, ma anche la mia rabbia per quella sfiducia a priori. Ci misi un po’ a capire, beata ingenuità, che era solo un modo per accelerare i tempi, per giungere prima al contatto reale e diretto. Furono quattro mesi belli, intensi, per me che vivevo tutto con stupore, con curiosità mai appagata, con entusiasmo.

Però avevo sentito già parlare dei blog. Non avevo ancora capito bene di cosa si trattasse, però sentivo uno strano richiamo, una voce che mi spingeva a capirci qualcosa di più. Quando il blog su Clarence prese vita, i miei primi lettori furono proprio gli amici del “Salotto”. All’inizio m’incoraggiarono, e lessero i primi post con interesse, quasi stupiti dei miei testi. Non sapevano che la scrittura per me era molto più che una passione, e che forse la chat era stata solo un periodo di ambientamento alla rete, alle modalità di scrittura e di rapporti su internet.

Quando cominciai ad abbandonare la chat per dedicarmi esclusivamente al blog non tutti capirono. Alcuni continuarono a leggermi per un po’, altri sparirono subito, seguiti poi, a breve distanza, da quelli che pensavano fosse solo una passione passeggera. Di loro, di tutti loro, è rimasta solo una persona a leggermi, una persona che ogni tanto, qua e là, mi lascia traccia della sua presenza, ed è, forse inconsapevolmente, il mio unico legame con il passato virtuale. Ma li ricordo con affetto tutti quanti.

Dal blog su Clarence al Tittyna Blog su dominio personale c’è stato un bellissimo intermezzo su Excite, blog nato dall’esigenza di dividere la mia necessità di postare da un lato i miei racconti, dall’altro la mia quotidianità. Su Excite, tra l’altro, si era creata una comunità di blogger, quasi tutti romani, della quale ho fatto parte e che è stata un’esperienza irripetibile. Un gruppo di almeno dieci, dodici blogger che scrivevano, si leggevano, commentavano, litigavano, si riappacificavano. Ricordo feste di compleanno e semplici pizze, ricordo telefonate, cene in casa, fotografie, discussioni fiume sul messenger, ed una volta, con Asia, arrivammo addirittura al mattino seguente. Vedemmo sorgere lo stesso sole, dopo un’intera notte passata a raccontarci vita, sogni e speranze, tutto condito da sentimenti così forti da lasciarci tanto stupite quanto felici di esserci incontrate. Di loro, di tutti loro, almeno qui, è rimasto solo Bruce Lee a leggermi. Lui è stato anche l’unico, di quel gruppo, a condividere con me il momento più bello vissuto da blogger: la presentazione del libro con il mio racconto. La prima copia che con estremo pudore e vergogna ho dedicato e firmato, è stata la sua.

Poi c’è stato il blog su Splinder, quello appena accennato su Wordpress, e qualche altro tentativo a caccia della piattaforma migliore.

Sono passati tre anni. Sono successe tantissime cose, fuori e dentro il blog. Ho cambiato lavoro almeno tre volte, ho realizzato il sogno di veder pubblicato qualcosa di mio. Ho incontrato persone straordinarie, mi sono trovata in luoghi impensati, mi sono svegliata ed il primo volto che ho visto è stato quello di una donna unica e meravigliosa che, fino a poco tempo prima, era solo un nickname. Tre anni. Solo tre anni. Addirittura tre anni. È vero che questa esperienza è qualcosa di totalmente personale, è vero che ognuno di noi ha provato almeno una volta il desiderio di chiudere tutto e dire basta. È vero che ancora nessuno, tra quelli che lo hanno detto e anche fatto, sono riusciti a resistere abbastanza da non caderci più. Sono tornati tutti, in un modo o nell’altro. Da una porta o da una finestra.

Io ho un solo rammarico, in tutto questo: di aver cominciato solo tre anni fa.

Auguri, mio blog, e cento di questi giorni.

Tutti in volo

Tu dici che si capisce, quando il momento che stai vivendo non è come tutti gli altri? Io dico di no. Io vivo in diretta, sono in onda da anni, e so che solo riascoltando potrei capire, interpretare, metterci dentro un qualche senso. Uno qualunque.

Dovrei staccare per un po’, chiudere le telefonate, dire stop al televoto. Dovrei dormire un po’ e poi, magari, riavvolgere il nastro e rivedere tutto. Allora si, forse si, che potrei capire. Ecco vedi, quello è stato il momento in cui avrei dovuto prendere una direzione nuova, svoltare l’angolo, saltare l’ostacolo e salvarmi la vita.

Invece no, l’aereo ha decollato e non atterrerà finché non sarà vuoto. Ogni tanto qualcuno passa sopra una botola che si apre, improvvisa, e lo trascina giù, nel vuoto celeste che in realtà è un buco nero.

Uno scalo, vorrei solo fare uno scalo, riflettere un po’. Invece niente, si continua a volare, volare alto, volare basso, radenti sulla vita come fosse qualcosa da guardare, che non ci riguarda.

Io non l’ho capito che era il momento. L’ho guardato ballare, allegro, sulla botola, senza pensare che poteva aprirsi, che era quello il momento. Non ero pronta, ma a pensarci bene, lo so, non lo sarei stata mai.

Guardo giù, inutile illudersi che tu sapessi volare. E allora mettiamola così: ora ci vado anch’io, a ballare sulla botola. Che si apra pure, sotto i miei piedi, che magari capita pure di imparare a volare.

Magari no.