A che serve essere giovane
A cosa mi serve essere giovane se non posso essere libera. A cosa mi serve la strada se non la posso correre, e se già so dove arriva. Cosa me ne faccio di questa maschera che porto, uguale a quelle che incrocio per strada, se non ho più la possibilità di essere originale. Se questi pensieri in testa sanno di vecchio, di già pensato da altri, apposta per me.
A cosa mi serve essere giovane se poi non c’è tempo per esserlo. A cosa mi serve il futuro, se non lo posso modellare con le mie mani e le mie idee, se non c’è niente da conquistare, ma solo un piccolo avamposto da difendere.
È ora di detassare la gioia di vivere, che manca più dei soldi in busta paga.
Quel che dice il silenzio
Di cosa parlo quando sto zitta. Cosa ti dice il mio silenzio. Sto ad ascoltarti oppure ti lascio i miei occhi e tengo per me i miei pensieri? Dovresti imparare ad ascoltarli, i miei silenzi, ancor più delle parole. Perchè dicono di più, e dicono quello che non vuoi sentire. Ecco perché lascio al silenzio il compito di parlarti di me. Tu, se vuoi, continua pure a crederlo vuoto. Tu, se preferisci, continua a far finta che io non dica niente.
Un giorno, quando io non ci sarò più, saranno proprio i miei silenzi a parlarti di me. Ti diranno quello che non hai voluto sapere, quello che non hai saputo ascoltare. Ti diranno chi ero e com’ero. Ti diranno che hai ascoltato con le orecchie e mai, nemmeno una volta, con il cuore.
Ascolta i miei silenzi, fallo con attenzione, e ricordati il mio sguardo quando, in silenzio, ti ho detto che, nonostante tutto, io ti amavo, anche se non mi stavi ad ascoltare, quando stavo zitta.
Le mie parole andranno via, tra il tempo e i ricordi. I miei silenzi, quelli si, ti faranno sempre compagnia.
Il costo della vita
In questi ultimi anni, a detta di molti per colpa dell’euro, i prezzi sono aumentati in maniera vertiginosa. Tornando indietro nel tempo, e confrontando il potere di acquisto di ieri e di oggi, è facile notare come ogni cosa abbia raddoppiato di prezzo, senza che, per questo, sia aumentato il valore.
In questo quadro, indiscutibilmente deprimente, c’è però qualcosa che è sceso di prezzo, e che praticamente non vale più nulla.
Una vita umana vale cento euro. Una vita umana vale il gusto di un rapporto sessuale. Una vita umana vale una serata a bere alcolici. Una vita umana vale un po’ di orgoglio ferito, un posto sull’autobus, un cellulare, neanche troppo nuovo.
Una vita umana vale un po’ di disinteresse, un po’ di traffico, un’attesa per l’ambulanza. Una vita umana vale una cura troppo costosa, un rapporto che non funziona più, una separazione non gradita. Una vita umana vale un bambino che piange troppo, un vicino fastidioso, una riga sulla carrozzeria. Una precedenza non data, una ragazza guardata troppo.
Questo è quanto vale. Volete sapere quanto costa? Una vita umana costa un breve periodo in casa, senza poter uscire. O doversi recare ogni tanto, per una quindicina d’anni, in un’aula di tribunale, per un processo che non finirà mai.
Una volta c’era la prigione a vita. Se non è risparmio questo…
Quattro
Quattro anni. Ho posato la prima pietra (post) del mio primo blog nel lontano 26 febbraio del 2004.
Successe di sera, sul tardi. Erano circa un paio di mesi da quando una strana cosa chiamata connessione ad internet aveva fatto irruzione in casa mia. E circa 4 mesi prima avevo saputo che l’ennesimo concorso letterario non era andato a buon fine. La parola blog m’aveva incuriosita parecchio e così passai i primi due mesi di navigazione nel tentativo di capire come funzionava la faccenda e cos’erano questi blog.
Ne aprii tre, uno su Clarence (che non esiste più), uno su Splinder ed uno su Io.bloggo. Dopo pochi giorni optai per Clarence, che mi sembrava di utilizzo più semplice e più immediato. E mi piacevano di più i template di default, per me che allora ne capivo ancor meno di adesso (e ho detto tutto).
Un anno su Clarence, poi trasferimento su Excite, dove c’era una fantastica comunità di amici blogger con i quali ero entrata in perfetta sintonia. Un bellissimo periodo, di quelli che entrano a far parte dei ricordi di vita vera. Vissuta.
Da Excite, a causa di problemi di piattaforma, ci trasferimmo in molti su Splinder, che nel frattempo era cresciuto ed offriva molto a costo zero. Infine, un anno e qualche mese fa, il sito personale.
4 anni di blog, centinaia di post pubblicati su tanti di quei blog che forse neanche li ricordo più tutti. I blog multiautore, le rubriche, gli inviti, e poi tre libri, tre belle pubblicazioni che mi hanno aiutata a credere di più in me stessa, nel mio lavoro. E poi, cosa forse più importante di tutte, la stima di persone che mai, senza il blog, avrei avuto modo di avvicinare e conoscere. Gli scrittori e le scrittrici, i grandi e i futuri grandi.
Se tornassi indietro rifarei tutto quello che ho fatto. Unica differenza: comincerei prima. Un ringraziamento sussurrato e discreto a tutti coloro che mi hanno dato fiducia, a chi ha creduto in me, a chi ha perso parte del suo tempo prezioso per darmi consigli e suggerimenti di cui ho fatto tesoro. Alle case editrici che mi hanno concesso l’opportunità di pubblicare i miei scritti, agli autori che mi hanno inviato i loro libri, alle persone che grazie al blog ho potuto conoscere ed abbracciare.
Grazie a tutti quelli che sono passati di qui lasciando un segno. Grazie a chi, senza chiedere nulla in cambio, mi ha dato tantissimo. Grazie a chi è nella mia rubrica telefonica, e grazie a chi è riuscito a sopportare il mio insopportabile carattere chiuso e scontroso che solo qui, in rete, si addolcisce e mostra quello che realmente sono.
4 anni. Se non ci fosse il blog non mi ricorderei neanche com’ero, 4 anni fa.
“I cancelli dell’Eden”

“I cancelli dell’Eden”
Ethan Coen
Traduzione di Marco Pensante
Intervista di Antonio Monda all’autore
Einaudi – ET Scrittori – 2006
Euro 10,50 – ISBN 88-06-18303-6
Avete presente i fratelli Coen? Quelli che hanno appena vinto diversi Oscar con “Non è un paese per vecchi” ma lo avevano già ampiamente meritato con film splendidi quali “Fargo”, “Il grande Lebowski”, “Fratello, dove sei?”, “L’uomo che non c’era”?
Ethan è quello più giovane, ha un sorriso perennemente stampato sul volto e gli occhi attenti sul mondo. Ed è con quegli occhi e quel sorriso che probabilmente si guarda intorno per raccontare la vita, usando un’ironia e una leggerezza che fanno delle sue storie qualcosa di surreale, si, ma in fondo neanche poi tanto.
“I cancelli dell’Eden” è composto di 14 racconti che potrebbero essere altrettanti spunti per altrettanti film. A dire il vero alcuni produttori hanno anche fatto qualche proposta, ma E.C. non ha voluto saperne. Questi racconti sono completi così come sono. Storie tagliate intorno a personaggi che possono nascere solo nella mente di uno come lui. Avete presente il barbiere di “L’uomo che non c’era” (se non lo avete visto affrettatevi a farlo)? Ecco, gente così.
La scrittura di Ethan Coen è molto cinematografica. Dialoghi secchi, molto americani, laddove non è molto importante il luogo esterno quanto quello interiore. Anzi a dire il vero il luogo dove si svolgono le storie sembra quasi un’estensione del territorio emotivo dei protagonisti. Squallido quando lo è l’anima, claustrofobico quando il cuore è prigioniero. Che dire, per esempio, di “Johnnie Ga-Botz”, un racconto composto semplicemente dei dialoghi di tre telefonate in tre diversi momenti e che, senza farne assolutamente cenno, mostrano luoghi, azioni, personaggi con una semplicità e una comicità irresistibili. È impossibile, leggendo Coen, resistere alla tentazione di vedere scorrere davanti agli occhi quelle storie e quelle facce, quelle stanze e quelle strade.
Aprendo il libro, dopo la lettura dell’intervista che illumina sulle intenzioni e le motivazioni dell’autore, il racconto che apre la raccolta, “Destino”, è la cartina tornasole con la quale valutare la propria sintonia con i temi e lo stile dello scrittore. C’è tutto Ethan Coen, in questo racconto e amarlo significa proseguire con gioia la lettura per rammaricarsi poi al termine della stessa. Diversamente vorrà dire non essere in sintonia con le sue corde e sarà inutile proseguire una lettura che non darà soddisfazione alcuna.
Mi sento di consigliarlo senza dubbio alcuno a chi ama il cinema dei fratelli Coen: vi sembrerà di sbirciare non visti il loro tavolo di sceneggiatori. E poi a chi ama scrivere. A mio parere è un ottimo materiale di studio.
Pierre Auguste Renoir

“La maturità tra classico e moderno“
Mostra di Pierre Auguste Renoir al Vittoriano
8 Marzo – 29 Giugno
Sabato è stata inaugurata la mostra dedicata al grande pittore francese Renoir. Al complesso del Vittoriano, nella consueta e splendida cornice dei Fori, nonostante il tempo non fosse invitante, una lunga fila di persone ha atteso pazientemente di entrare nei saloni per ammirare opere uniche giunte da ogni parte del mondo. Una mostra che ha offerto molti motivi di interesse grazie alla vastità di opere esposte(130), e alla loro bellezza. Stavolta, infatti, oltre ad alcuni dei capolavori più noti al grande pubblico in esposizione hanno trovato posto anche opere meno note, lavori preparatori di altre opere, sculture in bronzo e in marmo, oggetti appartenuti all’artista, lettere originali scritte da Renoir ad altri artisti come Monet, o agli amici più cari.
La mostra sarà a Roma fino al 29 giugno ed il consiglio è di visitarla più avanti, quando forse la presenza di pubblico sarà meno numerosa e sarà possibile gustare le opere in pace e con calma.
Ieri, curiosamente, c’era addirittura chi si lamentava della lentezza della fila all’interno, per ammirare le opere, come se si trovassero ad uno sportello della posta. Inevitabilmente, però, alcuni lavori non ti permettono di andare via facilmente, come per esempio “La zingarella”, un quadro che ha lasciato tutti incantati, incapaci di passare oltre. Ma anche “Fanciulle al piano” e “La lettera” hanno trattenuto a lungo i visitatori davanti alla tela.
Una mostra da non perdere, per chi ha la possibilità di essere a Roma da oggi fino alla fine di Giugno.
La giostra

“La giostra e altri racconti” – Marco Bertollini
Edizioni Progetto Cultura – Collana Le scommesse
Febbraio 2008 – Pag. 110 – Euro 12.00 – ISBN 978-88-6092-033-1
Quarta di copertina:quattro racconti sui problemi del sesso: l’omosessualità, l’impotenza, e la ricerca della propria identità sessuale. Un modo insolito di trattare temi così delicati, suscitando nel lettore a volte un sorriso, a volte una lacrima.
Marco Bertollini ha 41 anni. Scrittore e consulente, ha un blog sul quale scrive dal 2004. Collabora saltuariamente con il blog di Grazia e ha pubblicato racconti con le riviste online: Sagarana, Noluogo e Sacripante. Altri racconti dell’autore sono disponibili in diverse antologie. È molto piacevole costatare che l’editoria, alla fine, o in qualche caso, premia chi utilizza la rete per mettere a disposizione di tutti le proprie qualità letterarie. Che poi siano quasi sempre le piccole realtà editoriali a farlo, questo rientra nelle logiche di mercato che, obtorto collo, siamo costretti attualmente ad accettare. Marco Bertollini è in rete da molti anni, e da tempo gode meritatamente dell’apprezzamento di chi si occupa di letteratura. Era tempo, quindi, che gli fosse offerta l’opportunità di proporre un testo interamente suo, dopo la consueta trafila di racconti in antologie per le quali sembra inevitabile dover passare, a parte casi isolati.
I quattro racconti che compongono questo libro hanno in comune lo stile, la scrittura curata più per sottrazione che per ridondanza, e quindi agile e asciutta, il ritmo narrativo ottimamente gestito e che consente al lettore di soffermarsi a riflettere, o a rileggere una riga ove necessario ma anche a saltare con gli occhi sulle righe per giungere più in fretta possibile al nodo focale. E lì la scrittura si fa rarefatta, liquefa aggettivi ed avverbi per accompagnare la lettura verso il centro pulsante della storia. L’attenzione, in tutti i racconti presentati, è incentrata come un grandangolo sul protagonista della storia. Gli altri, o l’altro, è qualcosa di sfocato, rincorso ma irraggiungibile, presente quasi sempre solo per la percezione che ha di lui il/la protagonista.
Come, per esempio, il Filippo del primo racconto “Sulla punta delle dita”. Egli non c’è, è scomparso, e tutti si chiedono dove sia, qualcuno lo cerca o incarica altri di cercarlo, ma la sua presenza è solo nei ricordi di Marta, un’amica d’infanzia, o nell’atteggiamento di Fabio, l’amico del cuore che dovrebbe cercarlo. In realtà, però, quel che Fabio cerca è qualcos’altro, qualcosa che riguarda se stesso, più che l’altro.
Per non parlare del secondo racconto, “La casa romana”, dove il padre morente di Mario esiste veramente solo per lui. Gli altri, i parenti, gli amici, la fidanzata, sono a volte fantasmi che riemergono dal passato, altre volte semplici ostacoli ai voleri di Mario. Una storia che, a dispetto di quanto afferma incompiutamente la quarta di copertina, affronta argomenti che vanno molto oltre l’identità sessuale. È un racconto che affronta il problema dell’accanimento terapeutico e della libertà di scelta. Affronta il discorso della famiglia intesa non più come è stata rappresentata fino agli anni 70, un focolare di affetti e di reciproco sostegno, e nemmeno con l’ipocrisia del ventennio seguente, laddove resistono ancora modelli improponibili in stile Cesaroni, dove convivono amabilmente genitori, 6 figli e magari pure una suocera e parenti che entrano ed escono dalle case altrui con naturalezza estrema. La famiglia di Bertollini, quella del protagonista Mario, è composta da un padre che ama il suo lavoro e trascura moglie e figlio per inseguire i suoi sogni. C’è un’amante che si accontenta del suo ruolo, un figlio costretto a frequentarla per mancanza di alternative. Liti e rancori tra fratelli che si protraggono per decenni. Sensi di colpa, ripicche, la scarsa frequentazione che porta a non avere neanche il desiderio di salutare una zia, o delle cugine.
“La giostra”, il racconto che da il titolo al libro, affronta il tema dell’omosessualità femminile con delicatezza e forse solo qui si percepiscono leggeri stereotipi che comunque non danneggiano la qualità complessiva della narrazione. La bellezza di questo testo è nell’aderenza con la realtà nel descrivere il modo in cui oggi i ragazzi under 18 vivono la sessualità. Rapportarlo al primo racconto significa comprendere nettamente la differenza tra la percezione dell’omosessualità in un piccolo centro, dove ci si conosce tutti, dove lo scandalo che colpisce una persona ricade poi sommariamente su tutti quelli che ha intorno, parenti, amici, colleghi ed il modo con cui oggi i ragazzi affrontano lo stesso tema. È consolante accorgersi che le nuove generazioni stanno abbattendo i tabù, affrontando le pulsioni verso il proprio stesso sesso senza terrore o vergogna e questo racconto dipinge un affresco quanto mai realistico.
“Un amore a prescindere”, il racconto che chiude il libro, affronta il tema dell’impotenza maschile. Qui, più che negli altri racconti, la presenza dell’altro diventa importante. È importante il collega di lavoro di Luca, sebbene il loro sia un rapporto irrisolto, che forse nasconde nelle pieghe cose non dette, e forse neanche compiutamente percepite. E poi c’è lei, la donna, la compagna, l’amore. Un amore che prescinde dal sesso e per questo rende il loro rapporto rivoluzionario. Una donna che ama nonostante, che ama l’uomo e non quello che fa, che diventa ora muro, ora cuscino, ora armatura protettiva.
In conclusione, un libro molto più duraturo dell’effettivo tempo di lettura, un libro che scivola via leggero nelle pagine ma resta dentro a sussurrare che con certe cose, prima o poi, se non l’abbiamo già fatto, dovremo confrontarci tutti.
Per l’autore un lavoro che ne presuppone altri, ovvero un libro preparatorio per qualcosa di più vasto e compiuto che mi auguro di poter leggere al più presto.





