Ridere

 

Tu mi fai ridere. Tu parli delle cose che fai, di quelle che sogni, di quelle che vivi. Parli di te, non hai paura, non tremi, e poi ancora ridi. E’ bello, sentirti ridere, perché poi rido anch’io, con te, e mi accorgo che all’inizio non lo so quasi più fare. Ma con te è facile, perché tu mi guardi e mi vedi per quella che sono. Tu non cerchi, in me, quello che vorresti. Tu sai chi sono e nonostante tutto ti va bene così. Mi fai stare bene, e poi ancora ridi, ridi delle cose belle e di quelle difficili. Ridi dei tuoi errori e dei miei, e allora sembrano meno gravi, meno dolorosi, e sembra davvero che tutto abbia meno importanza. Erano mille anni che non stavamo insieme. Sembra ieri.

Ridi ancora, ti prego, che il tuo chiama il mio, e adesso che mi sono ricordata com’è bello ridere, non voglio più smettere.

Tutti ragazzi di buona famiglia

 

Ho tutto. Tutto quello che voglio. Non ho avuto un’infanzia difficile, non ho vissuto traumi e nemmeno drammi familiari. Non mi è mancato nulla, i miei genitori non si sono separati, ho seguito un normale percorso scolastico e non mi sono mancate le ragazze.

Eppure sto male. Eppure sono infelice. Hanno cercato di farmi credere che per stare male era necessario aver subito chissà quali violenze. Mi hanno mostrato storie di gente autorizzata a stare male e mi hanno fatto sentire in colpa. Poi mi sono guardato intorno ed ho capito che il vero dramma è proprio questo: stare male senza un perché. O almeno non quei perché. I motivi sono altri, sono altrove, ed i germi sono ovunque intorno a me. Questa inutilità, questa mancanza di futuro, questa assenza di sogni e di scopi. Questo mondo robotico, l’informazione distorta, i valori capovolti, la gioventù bruciata in troppo poco tempo per capirci qualcosa e l’impossibilità di crearsi una vita fatta di contenuti. Questi vestiti, queste auto, questi amici virtuali. È tutto inutile, vano, insoddisfacente.

E allora mi fermo, resto inchiodato a questa sedia e a questa stanza, dove il mondo arriva si, ma filtrato attraverso mille occhi e mille voci per diventare una finzione, qualcosa di distante, irreale.

Sto male, e non so a chi chiedere aiuto. Allora mi sfogo distruggendo tutto quello che mi capita. Anche se si tratta di un essere umano. Tanto non serve a niente, un barbone, un vecchio, un extracomunitario, un disabile, un omosessuale, una donna.

Non servono a niente, come non servo a niente io.

Scrivere

Provo a scrivere, comincio, e mi sento male. Un malessere che sale dalla pancia e arriva alla gola. Mi toglie il respiro, sento le guance avvampare, la testa girare, un senso di vuoto.

Provo a scrivere, comincio, e subito lo stomaco è preso in una morsa. I suoni, intorno a me, diventano ovattati, sento scivolare via l’equilibrio e penso alla morte. Gli occhi pesanti respingono la luce, l’aria si ferma, fatico a respirare.

Allora smetto, dopo poche parole, decido che forse è meglio più tardi. Non so cos’è, se sono io, o è la storia. Se è un parto superiore alle mie forze, o se la storia sta lottando contro di me per resistere, e non uscire allo scoperto.

So che comincio a scrivere e poi, poco dopo, mi sento male. Mi piacerebbe capire se devo andare avanti, soffrendo, o devo lasciar perdere, dargliela vinta. A chi, o cosa, non lo so.

Vorrei spingermi oltre, quel malessere, arrivare anche alla follia, pur di liberare la creatività. Forse c’è qualcosa che mi riguarda, scritto da qualche parte, in un libro inaccessibile all’occhio umano. Forse, prima di andare avanti, devo capire qualcosa di me che adesso non so.

So che vorrei scrivere ma poi quel malessere riappare, torna a galla, stringe la gola e soffoca i pensieri. Allora smetto, rimando, ma fa più male ancora.

Sto diventando qualcos’altro, e non so ancora cosa.

Rapida scende la notte

Anche io, come te, Sylvia. Anch’io, come te, Virginia. Avrebbe potuto essere il talento, la grandezza, la capacità letteraria a legare insieme i nostri nomi nella mia mente. Invece no, è una malattia. Quel filo nero che ci unisce nel percorrere le onde ora alte, ora basse, della nostra vita è un male silenzioso e oscuro. Me l’ero domandato spesso il motivo per cui le vostre parole mi giungevano così dirette all’anima. Ora lo so, lo sguardo è inclinato nella stessa direzione, l’anima si è divisa allo stesso modo.
E come spiegarlo a chi ti vuole, ti pretende, ti chiede e non accetta la tua assenza involontaria. Potrebbero capire, certo, loro, il perché non posso accettare un invito a pranzo, o a cena. Potrebbero capirlo, loro, perché non possiamo vederci tranquillamente una sera, in un pub, o perché stasera non ho neanche la forza di rispondere al telefono. Ma loro non sanno. Loro pensano che stare male si misuri in febbre, o in analisi del sangue, o in gelide lastre.
Ho provato a spiegare che, come Sylvia, come Virginia, l’unica cosa che la malattia mi lascia fare con costanza è scrivere, tra le onde alte e quelle basse, unica certezza creativa o comunicativa, unico mezzo sicuro di connessione con l’altro. Ma non è servito. Non hanno capito. Forse capiranno solo dopo, quando tutto sarà compiuto, come Sylvia, come Virginia.
Ho scritto un post, l’ho messo tra le bozze e programmato la sua pubblicazione ad una settimana. Poi, ogni settimana, lo rinvio di un’altra settimana. Se mai un giorno uscirà, sarà per dirvi che non ho potuto rimandarlo. Perché non ce ne saranno altri, dopo. Come Sylvia. Come Virginia.

Mille e una fine

 

Certe volte ci si perde in un attimo. Per una parola sbagliata, per un gesto, perché ti capita un istante in cui realizzi che è finita. Perché commetti un errore imperdonabile. E tutto svanisce così, in un attimo solo, perché è in quell’attimo che capisci che è finita.

Altre volte ci si perde lentamente, sciolti dentro una lenta agonia, facendosi ogni giorno un pezzetto di male in più, quasi per vedere quanto si è capaci di farne, e quanto si è in grado di sopportarne.

Altre ancora ci si perde così, senza un perché. Perché uno si allontana e l’altro non è capace di fare un gesto per trattenerti. E allora pensi che doveva andare così, pure se la risposta arriva anni dopo e ti dice che hai sbagliato. Non doveva andare così.

Ci si perde perché l’amore finisce, perché non era amore vero, perché l’infatuazione dura solo un po’, così come la passione bruciante e l’innamoramento. Ci si perde per andare a caccia di cose nuove, salvo accorgersi che poi sono sempre le solite vecchie storie e nessuno è esente da difetti di fabbricazione.

Ci si perde di vista e lentamente si diventa ricordi sfumati. Ci si perde e si smette anche di domandarsi perché. Ci si perde e un giorno ci si dimentica di tutto.

Il fatto è che, in tutto questo via vai, non ti sei accorto che ero la cosa migliore che ti fosse mai capitata.