Kate Winslet Oscar 2009

Kate Elizabeth Winslet, nata a Reading, Inghilterra, il 5 ottobre del 1975, finalmente ha coronato il suo sogno professionale più grande. Alla sesta nomination, un record per la sua età, dopo i due Golden Globes ricevuti per “The Reader” come attrice protagonista e per “Revolutionary Road” come attrice non protagonista, finalmente è arrivato anche il tanto sospirato Oscar della Academy come migliore attrice protagonista nel film “The Reader”. Al cospetto di nobili pretendenti, come Anne Hathaway, Angelina Jolie e Meryl Streep, Kate ha confermato i pronostici che la volevano vincitrice alzando commossa la preziosa statuetta, applaudita dall’intera platea, primo tra tutti il marito regista Sam Mendes (American Beauty).
La vittoria di Kate Winslet è anche la vittoria di una donna che ha cercato, quando possibile, di rifiutare le logiche dello star system e soprattutto non ha mai accettato il culto della magrezza e della perfezione come canoni assoluti di bellezza. Ha scelto film non sempre facili, basti pensare ad “Holy smoke” di Jane Campion, con Harvey Keitel, a “The life of David Gale”, di Alan Parker, con uno strepitoso Kevin Spacey, ad “Iris”, accanto alla mitica Judi Dench.

Ma sono molti i film in cui Kate ha dato prova delle sue grandissime qualità recitative, e ne sono un fulgido esempio pellicole come “Hamlet”, di Kenneth Branagh, nel quale Kate interpreta il ruolo di Ofelia. Accanto a lei un cast che annovera, oltre allo stesso Branagh, Julie Christie, Billy Cristal, Gerard Depardieu, Charlton Heston, Jack Lemmon, Robin Williams, per citarne solo alcuni.
“Eternal sunshine” ignobilmente tradotto in italiano con “Se mi lasci ti cancello”, accanto a Jim Carrey, Mark Ruffalo e Elijah Wood, in un ruolo davvero spiazzante, che poche colleghe di rango, probabilmente, avrebbero accettato in partenza.
“Sense and sensibility”, di Ang Lee, con Emma Thompson, Alan Rickman e Hugh Grant. Forse la Marianne Dashwood che Jane Austen immaginò mentre scriveva il suo romanzo. Semplicemente perfetta.

“Quills”, con Geoffrey Rush, Joaquin Phoenix e Michael Caine, la storia del Marchese De Sade, nel ruolo di Madeleine Le Clerc, la lavandaia del carcere dove il marchese è rinchiuso, e che permette allo scrittore di far pervenire all’esterno della prigione i suoi manoscritti, proibiti all’epoca, e farli dare alle stampe.
“Neverland”, con Johnny Depp, Julie Christie e Dustin Hoffman. E poi ancora la Hester Wallace di “Enigma”, e la Tula di “Romance and cigarettes”.

Gli ultimi due film, quelli attualmente nelle sale italiane, “The Reader” e “Revolutionary Road”, non fanno altro che confermare, benché non fosse necessario, la grandezza di questa attrice e di questa donna che, a soli 34 anni, ha già una carriera splendida dietro le spalle e sicuramente, in futuro, saprà offrire ancora prove che andranno ad impreziosire grandi film.

Kate Winslet Academy Award Best Actress 2009, “The Reader”
Io sono leggenda
La prima domanda che sorge, uscendo dalla sala è: perché intitolarlo così? Poteva chiamarsi “Virus letale”, oppure “La rinascita della terra”, o in molti altri modi. Chiamarlo “Io sono leggenda”, confidando nel fatto che la maggior parte degli spettatori non sanno che l’idea di base è tratta da un romanzo di Richard Matheson che porta lo stesso titolo e poco altro in comune con il film, è una pura e semplice operazione di marketing.
Per evitare di sottolineare solo gli aspetti negativi, dirò che di notevole ci sono le locazioni, davvero ben realizzate, alcune scene di desolazione newyorkese con animali che scorazzano per Time Square, una discreta interpretazione di Will Smith, modello Indipendence Day. Però è bene non aver letto il libro, se si vuole godere appieno dello spettacolo, diversamente non si può fare a meno di restare delusi, all’uscita dal cinema, soprattutto per via di un finale politically-correct che dimentica completamente quanto accade nell’opera di Matheson e ci offre una soluzione finale consolatoria. Una storia che narra la fine dell’umanità trasformata in un trionfo dell’umano bene sul male. Finale fiacco e scontato, come pure la realizzazione di umanoidi già visti e rivisti, roba da far rimpiangere gli zombie di “Thriller”.
È vero che spesso la trasposizione cinematografica di un buon romanzo delude i suoi lettori, ma qui ci troviamo di fronte alla semplice ispirazione e sarebbe stato meglio saperlo fin dall’inizio, piuttosto che giocarsi la carta romanzo in maniera così tanto forzata. Il protagonista mantiene, rispetto all’originale, soltanto il nome. Al di là degli adattamenti temporali più che comprensibili (tutto ciò che usa Will Smith nel film ai tempi della stesura del libro neanche esisteva), i cambiamenti riguardano praticamente tutto, dalla psicologia del protagonista, Robert Neville, alla sua abitazione. Dal suo rapporto con i vampiri, alla mancata diversificazione tra vampiri morti e non morti, che poi è alla base della trama del romanzo. Anche le circostanze della morte della moglie sono diverse, lo stesso cane non è di proprietà del protagonista, come invece accade nel film, ma piuttosto l’unico essere vivente con cui Neville, nel romanzo, riesce a fatica ad allacciare un rapporto.
Non vi dico nulla sul finale, che ai lettori del libro risulterà totalmente riscritto, ma vi consiglio di non fare riferimento all’opera originale.
Se invece non sapevate neanche dell’esistenza del romanzo di Matheson, acquistatelo e godetevi lo spettacolo che la vostra fantasia saprà realizzare, certamente migliore di quello che vedrete al cinema. E allo stesso prezzo.




