Manila Benedetto, il primo romanzo

Ursula Dufour è un’assassina. E’ il suo lavoro, il suo svago, il suo divertimento e la sua croce. Di più, potremmo dire che la morte, propria o altrui, è il nodo centrale di ogni sua azione, pensiero e riflessione. Ursula Dufour è una donna bella, senza passato e soprattutto spietata.
“In fondo, uccidere è molto più semplice che pensare di morire.” Dice lei stessa di fronte ad una nuova missione.
Lavora per conto di una società internazionale, la “Safe&Clean”, che si occupa di uccidere la gente su commissione, non importa chi né perché. Contano solo i soldi ed un lavoro rapido e pulito, e Ursula Dufour è la più brava, in questo campo. A lei le missioni più difficili, lei la personalità in grado di fronteggiare i superiori tanto da suscitare amori celati e insofferenze palesi.
“Se i lavori erano troppo lunghi qualcosa si complicava sempre. Da quando entrava in contatto con la vittima al suo assassinio non dovevano passare più di 15 giorni. Di solito ci metteva sempre di meno.”
Questa è una storia. Una delle storie di “Nessuno mi ha mai battezzata”. Non è l’unica, però, giacché in questo romanzo il tema del doppio si sdoppia, e si sdoppia ancora, in un gioco spiazzante di figure e di nomi così repentini nell’apparire e scomparire da lasciare in attesa fino alla fine, fino all’ultima riga, quando il cerchio si chiuderà … forse.
Non è una scrittura semplice, quella di Manila Benedetto, scorrevole certo ma ricercata, ricca, che induce a fermarsi sui pensieri impressi sulla carta e che non lasciano indifferenti, come quando leggi qualcosa che hai pensato anche tu, senza mai avere le parole giuste per dirlo. All’azione vera e propria, che potrebbe indurre a ritenerlo un giallo, si affiancano le considerazioni personali del personaggio principale (di chi si tratta lo scoprirete leggendo) tipiche della letteratura noir, ma anche del romanzo nel senso più ampio del termine.
“Sì, gli uomini sono qualcosa che devo conquistare, che non mi deve essere dato così facilmente. No, non sapevo che farmene di un padre che fosse solo mio e che mi vivesse accanto. Il padre che mi era stato consegnato era parziale, metafisico quasi. Era un’entità per me. Un modello, un esempio, un dio personale. Che per restare tale doveva essere distante. Una presenza che c’era quando poteva esserci. Non c’era quando doveva esserci e forse solo di questo alcune volte, me ne sono dispiaciuta. Ma i dispiaceri di certe mancanze non sono così forti da restarti dentro.”
La voce narrante, nelle parti raccontate con il distacco della terza persona, si mantiene lontana da ogni forma di giudizio. Segue Ursula nelle sue azioni ma non le condanna, non le approva, non utilizza alcun metro. Si limita a testimoniare i fatti lasciando spesso, come capita anche nella vita reale, che vittime e carnefici si scambino i ruoli, perché, come dice la stessa Ursula:
“Questa cosa delle vittime e dei carnefici mi ha sempre affascinato: chi è chi?
Un giorno credevo di essere una carnefice. Di aver fatto del male, di aver ucciso una cosa bella. Ma quando mi accorsi che il morto non è mai morto se non puoi portare a casa la sua testa, ma ti devi accontentare solo di qualche goccia del suo sangue, capii che la vera vittima ero io.”
La storia è lineare, il percorso interiore molto meno, perso dietro sentimenti dolorosi che segnano e portano a raccontare la propria vita a scatti, a flash improvvisi, come incubi che si affacciano nel sonno inattesi, segnalati solo dalla diversa modalità del testo.
Struttura piacevole, che non permette mai al lettore di distrarsi o perdere il filo, di dover tornare indietro per comprendere meglio o per ricordare un evento. I fatti scorrono accanto alla coscienza di Ursula Dufour, in un altalena di paura e compassione, di rabbia e amore, perché alla fine ciò che vale per tutti è:
“La vita è pronta in ogni istante a sottrarci tutto quello che abbiamo”.
Manila Benedetto, al suo primo romanzo, conferma in pieno le aspettative, il talento, e le qualità che le sono riconosciute da più parti, e giustamente. “Nessuno mi ha mai battezzata” a prescindere dalla strada che prenderà, è un grande esordio.
Nessuno mi ha mai battezzata
Prezzo: 10.00 €
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ISBN |
978-88-89939-33-8 |
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Genere |
Collana SHADOW |
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Autore |
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Anno |
6/2008 |
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Pagine |
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Rilegatura |
Brossura |
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Edizione |
Enrico Folci Editore |
Amore e altre forme d’odio
Non è chiaro, a tutt’oggi, se sia nato prima il blogger o lo scrittore. Di certo Luca Ricci interpreta entrambi i ruoli in modo esclusivo ed originale. Il blogger si occupa quasi esclusivamente di letteratura, in larga parte altrui, offrendo strumenti e chiavi di lettura, critiche letterarie, consigli per lettori e scrittori, segnalazioni. Il tutto in maniera distaccata, senza enfasi, con lunghe e ponderate pause, restando sempre al di fuori delle dinamiche della rete, senza la smania delle classifiche e delle etichette, senza l’ansia dell’aggiornamento quotidiano e senza lasciare troppe tracce sui blog altrui, seppure sia intuibile che legga, e molto, la blogosfera.
Lo scrittore, mantenendo inalterate le qualità legate al suo essere originale e geniale, è invece prolifico e disposto alla socializzazione nonostante sia provvisto di quella curiosa espressione facciale tipica di chi pare essere capitato per puro caso anche al suo matrimonio.
“L’amore e altre forme d’odio” è il secondo libro di Luca Ricci, che segue a breve distanza il successo di critica del precedente, “Il piede nel letto”, e ripropone la formula del racconto breve incentrato sulle tematiche della vita di coppia. Questo secondo lavoro, nella sua bellezza stilistica e di contenuti, è la naturale prosecuzione del “Piede” e fa di Luca uno dei migliori scrittori italiani emergenti, cosa scritta troppo spesso ed a sproposito. Stavolta, invece, la definizione è azzeccata, poiché i due libri sono effettivamente dei piccoli gioielli e Luca è veramente giovane, anche anagraficamente. È un libro da leggere, un libro che resta dentro ben oltre il tempo della lettura, un libro che offre una varietà di situazioni, avvenimenti e personaggi da rendere impossibile non identificarsi in talune circostanze. Personaggi che vengono fissati sulla carta nel momento esatto in cui qualcosa smette di andare per il verso giusto anzi, ancor meglio, quando uno dei due si rende conto che qualcosa non funziona come credeva fino ad un attimo prima. Racconta dei sogni che tengono insieme una coppia solo fin quando entrambi sono disposti a crederci, parla delle nostre piccole quotidiane ipocrisie, delle manie, delle follie che a volte sfociano nei litigi, altre nelle separazioni, altre ancora nei gesti folli che finiscono tra le colonne della cronaca nera.
Lo scorso natale ho acquistato 10 copie di “Amore e altre forme d’odio”, per farne dono agli amici. Credo sia il modo migliore per presentare un libro che avrei apprezzato vedere nelle vetrine della grande distribuzione editoriale. Un’ottima lettura preparatoria visto che, proprio in questi giorni, è uscito il suo primo romanzo, “La persecuzione del rigorista”. A breve, sul Tittyna Blog, la recensione di questo nuovo lavoro.
“I cancelli dell’Eden”

“I cancelli dell’Eden”
Ethan Coen
Traduzione di Marco Pensante
Intervista di Antonio Monda all’autore
Einaudi – ET Scrittori – 2006
Euro 10,50 – ISBN 88-06-18303-6
Avete presente i fratelli Coen? Quelli che hanno appena vinto diversi Oscar con “Non è un paese per vecchi” ma lo avevano già ampiamente meritato con film splendidi quali “Fargo”, “Il grande Lebowski”, “Fratello, dove sei?”, “L’uomo che non c’era”?
Ethan è quello più giovane, ha un sorriso perennemente stampato sul volto e gli occhi attenti sul mondo. Ed è con quegli occhi e quel sorriso che probabilmente si guarda intorno per raccontare la vita, usando un’ironia e una leggerezza che fanno delle sue storie qualcosa di surreale, si, ma in fondo neanche poi tanto.
“I cancelli dell’Eden” è composto di 14 racconti che potrebbero essere altrettanti spunti per altrettanti film. A dire il vero alcuni produttori hanno anche fatto qualche proposta, ma E.C. non ha voluto saperne. Questi racconti sono completi così come sono. Storie tagliate intorno a personaggi che possono nascere solo nella mente di uno come lui. Avete presente il barbiere di “L’uomo che non c’era” (se non lo avete visto affrettatevi a farlo)? Ecco, gente così.
La scrittura di Ethan Coen è molto cinematografica. Dialoghi secchi, molto americani, laddove non è molto importante il luogo esterno quanto quello interiore. Anzi a dire il vero il luogo dove si svolgono le storie sembra quasi un’estensione del territorio emotivo dei protagonisti. Squallido quando lo è l’anima, claustrofobico quando il cuore è prigioniero. Che dire, per esempio, di “Johnnie Ga-Botz”, un racconto composto semplicemente dei dialoghi di tre telefonate in tre diversi momenti e che, senza farne assolutamente cenno, mostrano luoghi, azioni, personaggi con una semplicità e una comicità irresistibili. È impossibile, leggendo Coen, resistere alla tentazione di vedere scorrere davanti agli occhi quelle storie e quelle facce, quelle stanze e quelle strade.
Aprendo il libro, dopo la lettura dell’intervista che illumina sulle intenzioni e le motivazioni dell’autore, il racconto che apre la raccolta, “Destino”, è la cartina tornasole con la quale valutare la propria sintonia con i temi e lo stile dello scrittore. C’è tutto Ethan Coen, in questo racconto e amarlo significa proseguire con gioia la lettura per rammaricarsi poi al termine della stessa. Diversamente vorrà dire non essere in sintonia con le sue corde e sarà inutile proseguire una lettura che non darà soddisfazione alcuna.
Mi sento di consigliarlo senza dubbio alcuno a chi ama il cinema dei fratelli Coen: vi sembrerà di sbirciare non visti il loro tavolo di sceneggiatori. E poi a chi ama scrivere. A mio parere è un ottimo materiale di studio.
La giostra

“La giostra e altri racconti” – Marco Bertollini
Edizioni Progetto Cultura – Collana Le scommesse
Febbraio 2008 – Pag. 110 – Euro 12.00 – ISBN 978-88-6092-033-1
Quarta di copertina:quattro racconti sui problemi del sesso: l’omosessualità, l’impotenza, e la ricerca della propria identità sessuale. Un modo insolito di trattare temi così delicati, suscitando nel lettore a volte un sorriso, a volte una lacrima.
Marco Bertollini ha 41 anni. Scrittore e consulente, ha un blog sul quale scrive dal 2004. Collabora saltuariamente con il blog di Grazia e ha pubblicato racconti con le riviste online: Sagarana, Noluogo e Sacripante. Altri racconti dell’autore sono disponibili in diverse antologie. È molto piacevole costatare che l’editoria, alla fine, o in qualche caso, premia chi utilizza la rete per mettere a disposizione di tutti le proprie qualità letterarie. Che poi siano quasi sempre le piccole realtà editoriali a farlo, questo rientra nelle logiche di mercato che, obtorto collo, siamo costretti attualmente ad accettare. Marco Bertollini è in rete da molti anni, e da tempo gode meritatamente dell’apprezzamento di chi si occupa di letteratura. Era tempo, quindi, che gli fosse offerta l’opportunità di proporre un testo interamente suo, dopo la consueta trafila di racconti in antologie per le quali sembra inevitabile dover passare, a parte casi isolati.
I quattro racconti che compongono questo libro hanno in comune lo stile, la scrittura curata più per sottrazione che per ridondanza, e quindi agile e asciutta, il ritmo narrativo ottimamente gestito e che consente al lettore di soffermarsi a riflettere, o a rileggere una riga ove necessario ma anche a saltare con gli occhi sulle righe per giungere più in fretta possibile al nodo focale. E lì la scrittura si fa rarefatta, liquefa aggettivi ed avverbi per accompagnare la lettura verso il centro pulsante della storia. L’attenzione, in tutti i racconti presentati, è incentrata come un grandangolo sul protagonista della storia. Gli altri, o l’altro, è qualcosa di sfocato, rincorso ma irraggiungibile, presente quasi sempre solo per la percezione che ha di lui il/la protagonista.
Come, per esempio, il Filippo del primo racconto “Sulla punta delle dita”. Egli non c’è, è scomparso, e tutti si chiedono dove sia, qualcuno lo cerca o incarica altri di cercarlo, ma la sua presenza è solo nei ricordi di Marta, un’amica d’infanzia, o nell’atteggiamento di Fabio, l’amico del cuore che dovrebbe cercarlo. In realtà, però, quel che Fabio cerca è qualcos’altro, qualcosa che riguarda se stesso, più che l’altro.
Per non parlare del secondo racconto, “La casa romana”, dove il padre morente di Mario esiste veramente solo per lui. Gli altri, i parenti, gli amici, la fidanzata, sono a volte fantasmi che riemergono dal passato, altre volte semplici ostacoli ai voleri di Mario. Una storia che, a dispetto di quanto afferma incompiutamente la quarta di copertina, affronta argomenti che vanno molto oltre l’identità sessuale. È un racconto che affronta il problema dell’accanimento terapeutico e della libertà di scelta. Affronta il discorso della famiglia intesa non più come è stata rappresentata fino agli anni 70, un focolare di affetti e di reciproco sostegno, e nemmeno con l’ipocrisia del ventennio seguente, laddove resistono ancora modelli improponibili in stile Cesaroni, dove convivono amabilmente genitori, 6 figli e magari pure una suocera e parenti che entrano ed escono dalle case altrui con naturalezza estrema. La famiglia di Bertollini, quella del protagonista Mario, è composta da un padre che ama il suo lavoro e trascura moglie e figlio per inseguire i suoi sogni. C’è un’amante che si accontenta del suo ruolo, un figlio costretto a frequentarla per mancanza di alternative. Liti e rancori tra fratelli che si protraggono per decenni. Sensi di colpa, ripicche, la scarsa frequentazione che porta a non avere neanche il desiderio di salutare una zia, o delle cugine.
“La giostra”, il racconto che da il titolo al libro, affronta il tema dell’omosessualità femminile con delicatezza e forse solo qui si percepiscono leggeri stereotipi che comunque non danneggiano la qualità complessiva della narrazione. La bellezza di questo testo è nell’aderenza con la realtà nel descrivere il modo in cui oggi i ragazzi under 18 vivono la sessualità. Rapportarlo al primo racconto significa comprendere nettamente la differenza tra la percezione dell’omosessualità in un piccolo centro, dove ci si conosce tutti, dove lo scandalo che colpisce una persona ricade poi sommariamente su tutti quelli che ha intorno, parenti, amici, colleghi ed il modo con cui oggi i ragazzi affrontano lo stesso tema. È consolante accorgersi che le nuove generazioni stanno abbattendo i tabù, affrontando le pulsioni verso il proprio stesso sesso senza terrore o vergogna e questo racconto dipinge un affresco quanto mai realistico.
“Un amore a prescindere”, il racconto che chiude il libro, affronta il tema dell’impotenza maschile. Qui, più che negli altri racconti, la presenza dell’altro diventa importante. È importante il collega di lavoro di Luca, sebbene il loro sia un rapporto irrisolto, che forse nasconde nelle pieghe cose non dette, e forse neanche compiutamente percepite. E poi c’è lei, la donna, la compagna, l’amore. Un amore che prescinde dal sesso e per questo rende il loro rapporto rivoluzionario. Una donna che ama nonostante, che ama l’uomo e non quello che fa, che diventa ora muro, ora cuscino, ora armatura protettiva.
In conclusione, un libro molto più duraturo dell’effettivo tempo di lettura, un libro che scivola via leggero nelle pagine ma resta dentro a sussurrare che con certe cose, prima o poi, se non l’abbiamo già fatto, dovremo confrontarci tutti.
Per l’autore un lavoro che ne presuppone altri, ovvero un libro preparatorio per qualcosa di più vasto e compiuto che mi auguro di poter leggere al più presto.
Eroticamente
Uscito poco più di un mese fa, edito da Valter Casini, casa editrice romana, questo volume nasce per inaugurare una nuova collana dedicata alla scrittura erotica, alla passione, al corpo.
8 scrittrici per altrettanti racconti, tutte più o meno note sul web, e tavole realizzate con maestria e sensualità da Cristina Fabris e Riccardo Alfonsi.
Monica Maggi introduce così questo libro, nella prefazione:”Eroticamente è una seduta di analisi, sicuramente più piacevole ed eccitante, di otto donne alle prese con il loro corpo. Una sorta di gioco dove i momenti di sesso sono i puntini da tratteggiare, da unire uno con l’altro. La soluzione sarà un corpo di donna. Nuovo. (…) Eroticamente è un’antologia che diventa banda di cattive ragazze.”
Ma può essere cattiva l’io narrante di “Con il sangue”? La splendida lettera d’amore, cuore del racconto di Manila Benedetto, parla di una sofferenza così intensa e profonda da sfociare si, nella cattiveria, ma contro sé stessa. Un dolore chiesto, invocato, perché poi “quando uno ha perso tutto, niente più lo spaventa.”
Nessuna meglio di Manila Benedetto poteva aprire questa antologia. Un racconto intenso e struggente ma anche duro, che non chiede pietà ma piuttosto altra crudeltà. Sofferenza così profonda da diventare l’unica via percorribile. L’unico traguardo da raggiungere. E poi, alla fine, quello che solo una donna può dire pensandolo veramente, nel profondo:“E’ questa la tua vittoria, amore mio. Perché chiunque può possedere il corpo di una persona. Ma solo un prescelto può possederne il cuore.”
Anche Eliselle parla di dolore nel suo “Il morbo”. Un dolore che purtroppo troppe donne conoscono, quello provocato dalla violenza di un marito. Lilly, la protagonista, trova un’ancora di salvezza in un altro amore, fuori da quelle mura tra le quali, però, ogni sera si affretta a tornare. Ancora cattiveria subìta eppure, curiosamente, cercata.
Eva Clesis, con “Potrebbe essere importante”, racconta una storia originale, fortemente erotica, densa di atmosfere intense ed eccitanti.
Anna Segre con “Pelle” affronta il tema doloroso “amore e morte”. Poche pagine ma così travolgenti da rapire fin dalla prima riga. E fino all’ultima.
Elisabetta Pendola, la Dandyna del web, mette tanta rabbia nel suo racconto “Con Violenza”. Una scrittura a scatti, quasi un lucido delirio per raccontare dell’amore, del sesso, certo, ma soprattutto di una vita estrema.
Antonella Lattanzi con “Un racconto blu”, ci porta tra i respiri e i sospiri di una coppia insana, folle, ponendosi come spettatrice che non giudica, non condanna, ma piuttosto osserva quasi complice. Anzi, sicuramente complice di giochi proibiti ed efferatezze estreme.
Monica Maggi, oltre ad introdurre il libro con la sua prefazione, impreziosisce l’antologia con il suo racconto “Africa”, semplicemente da leggere.
Ed infine io, Titty Cerquetti, con “Storia di Norah”. Il mio racconto, a ben vedere, ha davvero poco di erotico. E, se devo essere sincera, penso di aver dato abbastanza, se non tutto, alla scrittura erotica. Il tema che affronto, in quello che è uno dei racconti più lunghi dell’intera antologia, è la pedofilia, l’incesto, la violenza sui minori. Fisica ma anche, e soprattutto, psicologica. Norah, la protagonista, è una donna segnata da un terribile trauma infantile. Un dramma vissuto di riflesso ma non per questo meno profondo. La sua psiche danneggiata in maniera irreparabile la spinge verso l’abisso, devastata dal terrore della morte fino a diventare una serial-killer. È un racconto molto forte, una storia che ho voluto raccontare nonostante gli argomenti siano terribilmente aspri e duri.
E’ il terzo libro cui partecipo, mi auguro incontri il vostro favore. “Eroticamente”, Valter Casini Editore, dicembre 2007, 107 pagine, 18,00 euro, isbn 978-88-7905-066-1
Remo Bassini “La donna che parlava con i morti”

Ed. Newton & Compton – Collana Nuova narrativa – 2007
È una storia d’amore, l’ultimo romanzo di Remo Bassini. Una tormentata, incompiuta, struggente e rabbiosa storia d’amore. Potrebbe bastare questo, forse, per dire tutto delll’ultimo romanzo di Remo Bassini. Ma sarebbe poco, forse addirirttura niente, ad essere sinceri. Perchè “La donna che parlava con i morti” è anche una storia di dolore, che attraversa senza pietà quasi tutti i personaggi. È una storia di misteri, di segreti, di morti e di scomparse. È una storia di indagini all’italiana, tra le pieghe della provincia silenziosa e la città, con i suoi giochi di potere. È la storia di grandi donne come Anna Antichi, la protagonista. Ma è anche la storia di Cecilia, di Viviana, di Antonella. Personaggi vivi, completi, donne che potrebbero uscire da qualunque portone, lungo la via di casa.
È anche la storia di grandi uomini, laddove grande non sta per perfetto. Come Fabrizio, ispettore di polizia ed amore inseguito e sfiorato da Anna. Di Leone Antichi, il padre di Anna. È anche la storia di Attilio Gestacci, maresciallo dei carabinieri, e di Antonio, delinquente pentito.
È curioso, a volte impressionante, il modo in cui Remo Bassini riesce a far attraversare questa vicenda a personaggi che, per tutto il romanzo, non sono altro che morti. Morti più presenti, nella vita dei protagonisti, di tanti altri presunti vivi.
C’è tanto, in questo romanzo, ma mai troppo. C’è la crudeltà antica della provincia bigotta, c’è la superficialità e l’incapacità di alcuni giudici, poliziotti, giornalisti. C’è la colpa, l’espiazione, il dolore che schiaccia gli uomini fino alla follia, alla distruzione. Alla disperazione. C’è l’amore irrisolto di Anna, c’è il rimorso di Fabrizio, l’amicizia di Viviana e il tradimento. C’è una storia che, non appena cominciata, devi assolutamente seguire fino alla fine, perchè non ti molla più. Ci sono le pagine che volano via una dietro l’altra mentre accompagni Anna nel suo percorso altalenante, tra scatti d’ira e profonda disperazione, tra speranze quasi sempre disattese e momenti d’intensa felicità. C’è il presente, ma anche un passato ancora più presente.
“La donna che parlava con i morti” è una storia che chiede solo di essere letta, non promette e non pretende. Illustra, mostra, coinvolge, emoziona e commuove. Ti fa pensare ma non t’impone strade o soluzioni da seguire. È una storia che non chiede pazienza perchè ci sei subito dentro. È una storia di persone che restano tali, anche tra le pagine di un libro e che mai, nemmeno per un attimo, puoi scambiare per “personaggi”.
Perchè vivono la stessa vita che viviamo noi, gli stessi luoghi, gli stessi sogni, gli stessi possibili dolori nascosti dietro un angolo della vita.
Ed alla fine, proprio come le persone che incontri nella vita, ognuno di loro ti lascia dentro qualcosa. Una frase, una traccia, un’esperienza comune, un sentimento profondo, uno sguardo diverso sul piccolo mondo di ognuno di noi. E poi ci sono Genova, la Liguria e il mare.
C’è solo un problema, quando si tratta di Remo Bassini. Ed è che vorresti, non appena finita una storia, che fosse già pronto a raccontartene un’altra.
Bibliografia
Il quaderno delle voci rubate – ed La sesia – 2002
Dicono di Clelia – Mursia – 2006
Lo scommettitore – Fernandel – 2006
La donna che parlava con i morti – Newton&Compton – 2007
Blog
Paura
Sabato scorso ho fatto il mio primo, timido, rientro in società. L’ho fatto per Mariella, che desideravo tanto conoscere, per la Graphe.it, casa editrice che merita attenzione e che attenzioni mi ha concesso in passato, per la splendida cornice del Bibli cafè, nel cuore di Trastevere, luogo che da sempre amo per la poesia e l’atmosfera che regnano in quelle vie di Roma così ricche di storia e tradizione.
L’occasione è stata la presentazione del libro di Mariella Calcagno, “Paura”, romanzo che inaugura la collana Afrodite, novella iniziativa della Graphe. Alla presenza dell’editore, Roberto Russo, Mariella si è offerta al pubblico luminosa nel suo ottavo mese di gravidanza e felice per il lavoro svolto. Accanto a lei, in veste di presentatrice del volume Carolina Cutolo, meglio nota in rete come Pornoromantica, autrice del libro omonimo edito da Fazi.
Nonostante l’emozione per l’incontro con due scrittrici tanto ammirate e la gioia per l’uscita tanto attesa, dopo i lunghi mesi di convalescenza, sono riuscita ad intrattenermi con loro qualche minuto, a scambiare qualche impressione, a godermi un evento che, in me, suscita sempre grande piacere. Mariella l’ho trovata esattamente come me l’aspettavo, e le sensazioni positive percepite via mail hanno trovato riscontro nella realtà degli abbracci e delle chiacchiere letterarie. Carolina, invece, è stata una piacevole sorpresa. Non avevo avuto modo di seguire gli sviluppi legati all’uscita del suo libro, né i conseguenti dibattiti, a causa del mio incidente, ma l’impressione che ho ricevuto da lei è stata davvero positiva. La sua disponibilità, la sua fermezza allegra, la sua capacità di tenere in mano il dibattito mi hanno colpita molto.
Semmai un giorno, chissà, dovessi presentare un libro, credo proprio che la cornice logistica e umana di sabato mi calzerebbe benissimo e, in conclusione, “Paura” è un romanzo che consiglio a tutti, per la qualità del testo e l’impegno che la casa editrice sta mettendo in questo nuovo progetto, aperto alla collaborazione di tutti coloro che avranno desiderio di inviare i propri testi a Mariella, curatrice della collana. Una casa editrice così attenta e aperta alla rete merita sicuramente attenzione e sostegno.
Una passeggiata a Trastevere, un cappuccino al Bibli cafè, una copia di “Paura”, ecco un buon modo di trascorrere un sabato pomeriggio a Roma.
Diario di una magnifica massaia quarantenne

Giovanna Hugues
“Diario di una magnifica massaia quarantenne”
Unwired media – collana Scrittomisto – 2006
Giovanna Hugues, in rete Viscontessa, per gli amici semplicemente Viss, è sempre stata una scrittrice. Lo era agli albori dei blog, lo è oggi, lo era probabilmente anche prima che qualcuno le mettesse davanti un computer.
Le sue storie, a volte brevi, spesso invece lunghe e articolate, ci offrono sempre dei personaggi ben delineati, precisi, immersi in realtà che sfuggono i confini precisi tra il verosimile e l’assurdo per consegnarci un mondo dove tutti viviamo a volte senza accorgerci. Perché lei, la Viss, spesso ti da la sensazione di osservare il mondo anche per te e che, tra quei personaggi che descrive con precisione, ci sei anche tu. Una delle caratteristiche più spiccate del suo stile, unico nel suo genere ed è anche per questo che non può sottrarsi all’appellativo di scrittrice, è quello di partire da un piccolo dettaglio insignificante per raccontare poi storie universali, all’interno delle quali quel piccolo dettaglio a volte scompare, altre mantiene inalterata la sua fondamentale importanza. I piani di lettura dei suoi racconti sono molti, dal semplice intrattenimento ironico e leggero, all’approfondimento dei comportamenti umani e sociali, laddove non sono presenti mai giudizi definitivi quanto la condivisione della scrittrice con i suoi lettori, alla ricerca delle proprie stesse debolezze. Questo crea, da subito, una preziosa empatia tra chi racconta e chi legge, sperimentata con successo già nel blog e trasposta, senza difficoltà, nel libro.
“Diario di una magnifica massaia quarantenne” è sì una raccolta dei migliori post pubblicati sul suo blog, ma quel che differenzia questo libro da altre esperienze analoghe risiede nel fatto che Viss era una scrittrice prima ancora di avere un blog. Lo era non perché avesse pubblicato libri precedenti (non è questo a fare di qualcuno uno scrittore), ma per la sua originale capacità di raccontare piccole storie universali con uno stile ed un linguaggio personale ed unico.
Scrittomisto ha avuto il merito di concedere alla scrittrice la possibilità di trasferire su carta, di fermare, di fare un bilancio ed un’analisi, il lavoro svolto in questi anni di blogging. Un punto di partenza, questo godibilissimo volumetto, che dovrebbe dare modo alla Hugues di cimentarsi in un lavoro più ampio, più ragionato, fosse anche una raccolta di racconti a tema. Libri che, come il “Diario”, possano essere letti tutti d’un fiato ma anche a distanza di tempo, oppure a piccole dosi, magari quando l’argomento di un racconto riguarda direttamente le vicende personali di chi legge.
Giovanna Hugues è un talento che andrebbe indirizzato, spronato, sostenuto, una di quelle scrittrici di cui ci si dovrebbe occupare con l’interesse che meritano il talento e lo stile. Permetterle di perdersi sarebbe un peccato.
Chiacchiere letterarie
Sul blog di Remo Bassini, giornalista, scrittore e, perché no, anche blogger, si parla spesso e volentieri di letteratura, editoria, scrittori conosciuti ed esordienti. Si parla anche di pre-scrittori, di aspiranti scrittori, di non-scrittori. Nel suo ultimo post ho rilasciato, riflettendo mentre scrivevo, un commento che desidero riportare anche qui, sviluppandolo, incurante del fatto che qualcuno le considererà chiacchiere sterili, di cui nulla resterà. Forse si, forse parlare delle cose, quali che siano, ha invece ancora il suo senso.
Acquistare un libro è diverso, molto diverso, dall’acquistare un qualsiasi altro oggetto. Perché è, principalmente, un atto di fiducia. Questa fiducia viene riposta fondamentalmente in tre persone: l’Autore, l’Editore, il Libraio. Nelle grandi città, dove la distribuzione privilegia le grandi catene di librerie, l’ultima figura sta lentamente scomparendo, lasciando il posto a megastore del libro dove l’unica persona che potete incontrare è la cassiera.
Del libro che andiamo ad acquistare sappiamo poco o nulla. Possiamo leggere i risvolti di copertina, possiamo dare uno sguardo alle recensioni (altro discorso relativo alla fiducia), possiamo ascoltare i consigli del libraio (a meno di non trovarsi nelle grandi librerie di cui sopra ed allora neanche quello). Durante
Un’automobile possiamo guardarla, entrarci dentro, al limite anche provarla. Lo stesso vale per un qualunque altro prodotto. Un profumo di cui abbiamo ricevuto un campione da provare è già il prodotto, nella sua completezza. Due pagine di un libro, invece, non lo sono e non lo possono essere. Lo stesso vale per un detersivo, per una bibita che possiamo provare al bar e poi acquistare in confezione famiglia. Un libro non cessa mai di essere un libro. Non lo getti via, una volta letto. Non si consuma, non si esaurisce, non termina mai di essere utile. Al tempo stesso il libro, non essendo un genere di consumo e non esaurendosi, non può essere riacquistato, una volta finito. Un libro non necessita di manutenzione, non ha bisogno di essere revisionato ed intorno al libro non può prosperare altra industria.
Ecco perché, in ultima analisi, continuo a dire che un libro, la letteratura, non può essere un prodotto come gli altri, e non può sottostare allo stesso modo alle regole del mercato. Quello che è necessario, secondo me, è sostituire al concetto di marketing quello di fiducia.
Per questo trovo interessante e valida l’idea di Remo di realizzare un’inchiesta seria sull’editoria. Vorrei che le case editrici aprissero le porte al pubblico per mostrare come si lavora, quali sono le vere linee editoriali e commerciali, quali i meccanismi che regolano il tutto. Ed anche gli autori dovrebbero parlare. Senza vergogna, senza celare niente, e raccontare la loro esperienza, come sono arrivati o come non sono arrivati alle case editrici e quali sono i loro rapporti. Storie come quella di Giuseppe Iannozzi, che con uno stratagemma riesce a farsi rispedire il manoscritto dalla casa editrice scoprendo che non è stato neanche letto debbono essere conosciute, per far cambiare le cose.
Che si faccia luce, vivaddio.
Le invasioni barbariche
Ieri sera, ospiti di Daria Bignardi c’erano, tra gli altri, Gian Arturo Ferrari di Mondadori, Nicola Lagioia di Minimum Fax, e tre autori inseriti nell’antologia “Voi siete qui”, da me segnalata alcuni post fa, per via della presenza di Babsi Jones: Piero Sorrentino, Marco De Marco e Flavia Piccinni.
L’introduzione al tema fatto da Daria è stato, come suo solito, volutamente provocatorio: oggi pubblicare è facile, e vi spiegheremo come. La cosa ha suscitato lo stupore dei presenti e, ovviamente, acceso il dibattito. Ma non voglio annoiarvi.
Due cose mi hanno colpito, nel corso della discussione che ha fatto seguito alle interviste che la redazione ha registrato presso alcune importanti case editrici.
La prima: il rapporto tra i manoscritti di aspiranti esordienti che questi editori ricevono e quelli che poi vengono pubblicati. Feltrinelli ha dichiarato di riceverne circa 4000, di cui 4, al massimo 5, diventano libri. Baldini e Castoldi dichiara circa 1000 manoscritti ricevuti, forse uno pubblicato, quando va bene. Altri addirittura non menzionano il quantitativo, ma piuttosto lo zero assoluto nella categoria esordienti pubblicati.
A questo punto mi è sorta spontanea un’osservazione: giorni fa il signor Effe ha deciso, imprudentemente, di fare una giocosa mappatura dei blogger che sono approdati alla carta stampata. È partito dal proprio orto, ovvero da ciò che sapeva, e grazie all’interazione con gli altri blogger, nei commenti si sono via via aggiunti altri nomi, altri libri, fino a superare abbondantemente i cento autori pubblicati. Di questi, almeno due terzi lo hanno fatto dell’arco degli ultimi due anni. Parliamo, quindi, di almeno 80 esordienti. 40 l’anno. Non credo che ci siano, in Italia, più di 5000 blog di aspiranti scrittori, e quindi mi sorge spontanea la domanda: forse che il blog, come palestra letteraria per autori emergenti ed esordienti, funziona davvero? Può essere, i numeri dicono questo, ma non spargete la voce, che poi qualcuno ci rimane male.
La seconda: un’affermazione di Nicola La gioia: pubblicare non deve essere facile. Credo di aver compreso il senso che Nicola ha voluto dare alla frase, e mi dichiaro assolutamente d’accordo con lui. Pubblicare non deve essere facile. Deve essere difficile, deve essere frutto di talento, applicazione, duro lavoro, qualità, intuizione e perché no, quando capita, anche genio.
Pubblicare non deve essere facile per nessuno, nemmeno, come ha simpaticamente sottolineato lui, se sei il sindaco di Roma.
Deve essere semplice ed automatico, aggiungo io, soltanto per chi lo merita.





