Killing Facebook
Amica: Ciao Titty! Quanto tempo!
Titty: Eh si, saranno passati 20 anni…
Amica: Ed io nel frattempo mi sono sposata, ho due figli e lavoro per una compagnia telefonica.
Titty: ….
Amica: Ti va di rivederci?
Titty: Uhmm, no.
Amica: Perché no??
Titty: Preferisco ricordarti da viva.
Francesca
Francesca aveva 29 anni quella sera. Una laurea in economia, un’altra in arrivo, impegni presenti e progetti futuri. Francesca lavorava nell’azienda del padre, si occupava degli aspetti economici dei contratti che stipulavano. Insieme ad un socio, poi, gestiva un locale dalle parti di Ponte Milvio, che apriva solo di sera, e che lei illuminava con la sua presenza, la sua cortesia ed il suo fascino. I suoi occhi ed il suo sorriso erano la bellezza del locale. Perché Francesca sorrideva sempre.
Aveva 29 anni, Francesca, i capelli lunghi e neri, morbidi e lucenti, gli occhi verdi ed il sorriso bianco. Era bella, Francesca, pure se bella non è stato mai abbastanza per descriverla.
Io e Francesca avevamo una canzone. Quando andavo nel suo locale lei, dopo un po’, metteva su your song di Elton John. In quel momento era come dirsi ti voglio bene. Poi, quando Elton cantava yours are the sweetest eyes i’ve ever seen ci voltavamo una verso l’altra, cercandoci, anche da un lato all’altro del locale, per fissarci negli occhi, a lungo, intensamente, e quel ti voglio bene diventava qualcosa di più grande, di totalmente nostro, anche solo per quel breve momento.
Francesca ogni sera, per andare al locale, dopo una giornata di lavoro e di studio, inforcava il suo scooter e correva a ponte Milvio. Faceva così tutte le sere. Ha fatto così tutte le sere fino a quella sera. Fino a quella maledetta sera. Quando uno scooter ed una macchina hanno preso una curva troppo larga, nella stessa città, sulla stessa strada, la stessa curva, unica differenza in direzioni opposte.
Non si è accorta di nulla, Francesca. Dio l’ha voluta subito con se. Suo fratello, invece, ha avuto tutti i giorni a seguire per rendersi conto che quella bambola scagliata con violenza sul suo parabrezza era proprio Francesca. Perché c’era lui, su quella maledetta macchina.
L’ho pianta fino a non avere più lacrime, quella notte. L’ho pianta come si piangono le cose per le quali non trovi neanche una piccola stupida ragione che ti consoli.
Tra pochi giorni saranno 15 anni. Ponte Milvio è ancora lì, come il fiume, e il lungotevere, e gli alberi e la piazza, anche se niente è più com’era allora. Il locale poi non esiste più.
Solo Francesca è esattamente com’era allora. Lo stesso sguardo. Lo stesso sorriso. La stessa meravigliosa energia. Solo che è dentro di me. E lo sarà per sempre.

5 anni
Era il 26 febbraio del 2004 quando cominciai. Niente di quanto accaduto da allora, lo avrei mai creduto possibile. Ho vissuto almeno tre vite, e non so se c’entri ma mai il tempo ha corso così veloce come in questi anni.
Non c’è rimasto quasi più nessuno, di chi c’era allora nella mia vita reale. Anzi, direi proprio nessuno. E forse la malinconia di questo momento è legata proprio alla certezza che ho, oggi: niente è per sempre. Anche quando per sempre è solo una semplice, breve vita.
Forse è per questo che resto ancora qui. Perché tutto quanto dipende da me, solo da me, è giusto che viva, per il bene e l’amore che mi ha dato, per il tempo speso, per la gioia ed il dolore ricevuto, tasselli unici e irripetibili della mia vita. In ogni fotogramma di questi 5 anni c’è, sempre, inevitabilmente, il mio cuore che batte per amore. In ogni fotogramma di questi 5 anni c’è la mia voglia, sempre e comunque, di perdonare e andare avanti. Quello che è cambiato, oggi, è che non ho più voglia di adeguarmi a chi non ha voglia di fare altrettanto con me.
Ma non sarò mai capace di camminare guardando solo avanti, che quella che sono oggi è solo la sorella maggiore di quella che ero ieri. Quella sera di febbraio, seduta sul divano, il primo pc sulle ginocchia, ho aperto il Tittyna Blog. Sembrava un gioco. Lo è stato, anche se poi gli impegni che ho preso erano seri. Solo 5 anni. Mi sembrano almeno il doppio.
Il mio pensiero è per chi può raccontare tutta la storia di questi 5 anni. Chi non è mai andato via, se non per poco tempo. A voi il mio abbraccio, a me l’augurio di tenere duro. Ancora. Nonostante tutto.
Mille e una fine
Certe volte ci si perde in un attimo. Per una parola sbagliata, per un gesto, perché ti capita un istante in cui realizzi che è finita. Perché commetti un errore imperdonabile. E tutto svanisce così, in un attimo solo, perché è in quell’attimo che capisci che è finita.
Altre volte ci si perde lentamente, sciolti dentro una lenta agonia, facendosi ogni giorno un pezzetto di male in più, quasi per vedere quanto si è capaci di farne, e quanto si è in grado di sopportarne.
Altre ancora ci si perde così, senza un perché. Perché uno si allontana e l’altro non è capace di fare un gesto per trattenerti. E allora pensi che doveva andare così, pure se la risposta arriva anni dopo e ti dice che hai sbagliato. Non doveva andare così.
Ci si perde perché l’amore finisce, perché non era amore vero, perché l’infatuazione dura solo un po’, così come la passione bruciante e l’innamoramento. Ci si perde per andare a caccia di cose nuove, salvo accorgersi che poi sono sempre le solite vecchie storie e nessuno è esente da difetti di fabbricazione.
Ci si perde di vista e lentamente si diventa ricordi sfumati. Ci si perde e si smette anche di domandarsi perché. Ci si perde e un giorno ci si dimentica di tutto.
Il fatto è che, in tutto questo via vai, non ti sei accorto che ero la cosa migliore che ti fosse mai capitata.
“FICTION”
Serata vintage
Ma sì, dai, fingiamo, perché no. In fondo lo fanno tutti, e magari è meglio così, non credi? Tu soffri meno, io soffro meno, e fingendo insieme la finzione riesce meglio, con più gusto e reciproca soddisfazione. Immagina di tornare a casa, sorridente dopo una lunga giornata di lavoro, ma sereno perché già sai che fingerò di non sentire quell’odore diverso sulla tua giacca, quel capello biondo sul tuo maglione, tu che capelli non ne hai più da anni, ormai. Tu fingerai di non accorgerti che sto fingendo di non accorgermene ed io, a mia volta, fingerò altrettanto.
Fingerò di essere felice nel prepararti la cena, mentre tu, gioviale, fingerai di raccontarmi con dovizia di particolari, la tua noiosa giornata tra scartoffie e telefonate di lavoro. Dirai quello che è giusto dire fingendo accuratamente di dimenticarti i soldi spesi per il regalo alla segretaria, l’aperitivo preso al bar con la tua amica della palestra e la fugace scopata in macchina, nel vialetto dietro il supermercato, con l’insegnante della scuola di ballo. Fingerai stupore davanti al bigliettino con il numero di telefono caduto accidentalmente in terra, ed io fingerò di credere che accadano davvero fatti inspiegabili, a volte.
Dopo cena fingerai di essere interessato alla mia vita, e mi chiederai della mia giornata, fingendo di essere attento alle mie parole pur se stai seguendo la partita di calcio alla televisione. Io fingerò di raccontartela, ripetendo con monotona sacralità la litania dei compiti diligentemente svolti da brava donna di casa, ma fingendo di dimenticarmi l’uso smodato della tua carta di credito e le ore liete trascorse in compagnia di un amante occasionale nel nostro letto. Fingerò d’essermi annoiata nell’attesa del tuo ritorno, preda del desiderio di rivederti. Fingerò di trovare interessante la partita e poi, a letto, fingerò di aver voglia di te, delle tue passionali attenzioni tra le lenzuola, questo un po’ meglio di quanto lo fingerai tu.
Aspetterò paziente il momento giusto, e poi fingerò di godere come piace a te, mentre tu avrai finto, fino all’orgasmo, di scopare con me, e di non pensare all’insegnante di latino-americano.
Poi, domattina, fingeremo di essere allegri e speranzosi per la nuova giornata che inizia, e fingeremo ancor meglio d’essere dispiaciuti per il momentaneo distacco, aiutati dalla certezza che sta accadendo davvero, grazie al Cielo. E andremo avanti così, fingendo di amarci, e di essere felici, come tutte le coppie che conosciamo, quelle come noi, quelle “normali”. Fino a quando uno dei due sarà obbligato dalla sorte a fingere di morire, e lo farà così bene che tutti ci crederanno e sarà tumulato per questo. L’altro fingerà di essere distrutto da un dolore inconsolabile, mentre tutti intorno fingeranno di comprenderne la portata e mai come in quell’occasione, sarà tanto vero.
Poi partirà la sigla.
Blogversary
Era il 24 febbraio del 2004. Le undici di sera, più o meno. Internet era entrato in casa mia da circa quattro mesi, e ne avevo sentite, in precedenza, di tutti i colori. C’erano amici che giocavano online e mi raccontavano meraviglie, amiche che facevano le loro spese sul web, magnificando le lodi di una pratica tipicamente on the road, lo shopping, diventato improvvisamente salottiero. Ogni tanto, quando paventavo il desiderio di annullare la distanza tra me e la tecnologia, ecco venir fuori aspiranti tecnici che mi mettevano in guardia contro i pericoli della rete: i virus, il porno, i maniaci. In parte avevano ragione, visto che beccai un virus che mi spegneva il computer trenta secondi dopo averlo acceso, con un countdown che, la prima volta, mi gettò nel panico totale. Pensare che allora, a parte accenderlo e spegnerlo, sapevo fare ben poco altro.
Il primo approccio fu minimalista. Non mi resi realmente conto della vastità di questo mondo, e mi limitai a qualche piccola ricerca con yahoo, seguendo le luci dei miei interessi: i libri, l’informazione, il cinema, le scarpe. I miei preferiti, in confronto ad oggi, erano una piccola, tristissima lista di siti ufficiali.
Poi ci fu il forum. Incontrai quello dello scrittore Andrea De Carlo. All’inizio pensai fosse un luogo di scambio culturale ed allora provai a seguire. Avevo letto parecchi suoi libri, un paio non mi erano dispiaciuti. Durò una settimana, e me ne allontanai subito. Sembrava un gioco per bambini cresciuti, tutti a cullare l’illusione che lo scrittore leggesse realmente quelle righe. Ma era un confronto unilaterale, monco, inutile. Lui non interveniva mai.
Da lì a poco scoprii la chat. Una fregatura. La chat ti frega sempre, all’inizio. Cominci per gioco, come con le sigarette, poi ti accorgi di voler tornare in fretta a casa, per accendere il pc e vedere chi c’è. Qualcuno comincia a cercarti con insistenza, nasce il circolo degli amici, nasce il desiderio di restare in contatto, di raccontarsi le cose, anche qualche maldestro tentativo di approccio sessuale.
Però, almeno per me, fu bello. Dopo qualche tempo creai una stanza tutta mia, il “Salotto di Titty”. Eravamo, più o meno, sempre gli stessi, c’incontravamo la sera, dopo cena, e spesso tiravamo tardissimo, bel oltre la mezzanotte, sempre con un sacco di cose da dirci. Alla fine, però, mi accorsi che il centro pulsante di tutto era il sesso. Tutto era mirato ad ottenere un numero di telefono, un appuntamento, una conclusione, sempre uguale. I primi tempi, quando qualcuno, ed in chat accade spesso, metteva in dubbio la mia femminilità, non perdevo tempo e davo il mio numero, per sbattere in faccia al malcapitato non solo il mio essere realmente donna, ma anche la mia rabbia per quella sfiducia a priori. Ci misi un po’ a capire, beata ingenuità, che era solo un modo per accelerare i tempi, per giungere prima al contatto reale e diretto. Furono quattro mesi belli, intensi, per me che vivevo tutto con stupore, con curiosità mai appagata, con entusiasmo.
Però avevo sentito già parlare dei blog. Non avevo ancora capito bene di cosa si trattasse, però sentivo uno strano richiamo, una voce che mi spingeva a capirci qualcosa di più. Quando il blog su Clarence prese vita, i miei primi lettori furono proprio gli amici del “Salotto”. All’inizio m’incoraggiarono, e lessero i primi post con interesse, quasi stupiti dei miei testi. Non sapevano che la scrittura per me era molto più che una passione, e che forse la chat era stata solo un periodo di ambientamento alla rete, alle modalità di scrittura e di rapporti su internet.
Quando cominciai ad abbandonare la chat per dedicarmi esclusivamente al blog non tutti capirono. Alcuni continuarono a leggermi per un po’, altri sparirono subito, seguiti poi, a breve distanza, da quelli che pensavano fosse solo una passione passeggera. Di loro, di tutti loro, è rimasta solo una persona a leggermi, una persona che ogni tanto, qua e là, mi lascia traccia della sua presenza, ed è, forse inconsapevolmente, il mio unico legame con il passato virtuale. Ma li ricordo con affetto tutti quanti.
Dal blog su Clarence al Tittyna Blog su dominio personale c’è stato un bellissimo intermezzo su Excite, blog nato dall’esigenza di dividere la mia necessità di postare da un lato i miei racconti, dall’altro la mia quotidianità. Su Excite, tra l’altro, si era creata una comunità di blogger, quasi tutti romani, della quale ho fatto parte e che è stata un’esperienza irripetibile. Un gruppo di almeno dieci, dodici blogger che scrivevano, si leggevano, commentavano, litigavano, si riappacificavano. Ricordo feste di compleanno e semplici pizze, ricordo telefonate, cene in casa, fotografie, discussioni fiume sul messenger, ed una volta, con Asia, arrivammo addirittura al mattino seguente. Vedemmo sorgere lo stesso sole, dopo un’intera notte passata a raccontarci vita, sogni e speranze, tutto condito da sentimenti così forti da lasciarci tanto stupite quanto felici di esserci incontrate. Di loro, di tutti loro, almeno qui, è rimasto solo Bruce Lee a leggermi. Lui è stato anche l’unico, di quel gruppo, a condividere con me il momento più bello vissuto da blogger: la presentazione del libro con il mio racconto. La prima copia che con estremo pudore e vergogna ho dedicato e firmato, è stata la sua.
Poi c’è stato il blog su Splinder, quello appena accennato su Wordpress, e qualche altro tentativo a caccia della piattaforma migliore.
Sono passati tre anni. Sono successe tantissime cose, fuori e dentro il blog. Ho cambiato lavoro almeno tre volte, ho realizzato il sogno di veder pubblicato qualcosa di mio. Ho incontrato persone straordinarie, mi sono trovata in luoghi impensati, mi sono svegliata ed il primo volto che ho visto è stato quello di una donna unica e meravigliosa che, fino a poco tempo prima, era solo un nickname. Tre anni. Solo tre anni. Addirittura tre anni. È vero che questa esperienza è qualcosa di totalmente personale, è vero che ognuno di noi ha provato almeno una volta il desiderio di chiudere tutto e dire basta. È vero che ancora nessuno, tra quelli che lo hanno detto e anche fatto, sono riusciti a resistere abbastanza da non caderci più. Sono tornati tutti, in un modo o nell’altro. Da una porta o da una finestra.
Io ho un solo rammarico, in tutto questo: di aver cominciato solo tre anni fa.
Auguri, mio blog, e cento di questi giorni.
Non è un blog
C’è una mia piccola, delicata, recensione qui. Ne verranno delle altre.
Antonio
Lo zio Antonio ha lavorato tutta la vita. Lavoro duro, in cantiere, di quelli che si comincia a 10 anni portando gli attrezzi ai capomastri per finire a dare consigli agli architetti neolaureati, che ti guardano con il ghigno arrogante di chi ha poca esperienza ma tanta presunzione. Che poi, sui solai appena costruiti con materiali di pessima qualità ci deve salire lui, mica l’architetto. Una volta un solaio si sbriciolò sotto i suoi piedi, e lui cadde tra i calcinacci e le travi da tre metri buoni. Da allora non è stato più lo stesso.
Lo zio Antonio, quando ascolta i giovani parlare di politica se ne sta in disparte, silenzioso, poi mostra le mani piccole e tozze, segnate dagli anni e dal lavoro, e dice: sono state queste, sempre, a darmi da mangiare.
Non scende mai in piazza per gli scioperi, semmai per discutere animatamente di calcio con gli odiati rivali cittadini, e lì si accalora, sciorinando dati, risultati, nomi di calciatori e statistiche indiscutibili. Ogni tanto s’impunta, cercando tra le pieghe della memoria qualche dato che era lì, un attimo fa, ed ora gli sfugge. Guai a suggerirgli qualcosa, ti blocca con la mano e ti dice “aspetta, che ne sai te”, e cambia discorso se la memoria continua a mancargli.
Eppure lui, come quelli della sua generazione, ha attraversato gli anni duri della ricostruzione, quelli delle lotte sindacali e delle conquiste inaspettate. Lui non si è neanche accorto, di quello che gli succedeva intorno. Non ha mai preso la patente, e sul treno dei pendolari attaccava bottone con tutte le donne che gli capitavano a tiro, con il solo scopo di sentirsi importante, in gamba, alla faccia dei ragazzotti che in cantiere facevano i bulli e poi, davanti a due occhi azzurri, perdevano l’uso della parola. Andare in vacanza in un albergo in versilia, o in romagna era fuori luogo persino parlarne. Al massimo affittava la cabina per la famiglia ad Ostia, dieci minuti di macchina da casa, per poi usufruirne solo qualche domenica d’agosto.
Per evitare che l’unica figlia andasse a convivere, ha investito tutto quello che aveva messo da parte negli anni, per comprarle una casa. La liquidazione dilapidata per il suo matrimonio. È orgoglioso, lo zio Antonio, dei sacrifici fatti per quella figlia, e la nipotina arrivata poco dopo è la nuova ragione della sua vita.
Quando gli ho detto che scrivo, mi ha chiesto perché mai, con il mio titolo di studio in lingue, non sono andata a lavorare in un’agenzia di viaggi, o non ho fatto un concorso al ministero. Quando ci vediamo, alle feste comandate, mi abbraccia forte e dice “ah già, tu scrivi”, come se parlasse di una mia piccola latente follia.
Lo zio Antonio ha rotto con tutti. Non ne vuole più sapere. In fondo al cuore, forse senza neanche saperlo, pensa che essere stato il primo figlio maschio lo abbia obbligato a sacrificarsi per tutti, e che ora nessuno gli renda merito. Pensa che le due sorelle, nel cuore, non nutrano alcuna riconoscenza nei suoi confronti, pensa che il fratello minore, il più piccolo, abbia goduto di vantaggi e fortune che a lui sono state negate.
Lo zio Antonio, da quando è caduto giù dal solaio, non è più lo stesso. Adesso, invece di cambiare discorso, dice sempre quello che gli pesa sul cuore.
Il Mito
L’anziano signore abita da cent’anni nella stessa casa. Dalla finestra guarda sempre la stessa via, lo stesso vecchio e fuligginoso quartiere, eppure questo è tutto quanto gli resta del passato. Fermo, sul bordo del marciapiede, osserva il traffico congestionato del lunedì mattina, incerto sul momento giusto per attraversare, e non nasconde più lo stupore mischiato all’amarezza con cui, inutilmente, si domanda com’è passato, tutto questo tempo. Chi è stato, mentre lui metteva faticosamente insieme il pranzo con la cena e cresceva figli da mantenere all’università al prezzo netto della vita, a cambiargli tutto quello che aveva intorno, e a metterci quelle macchine infernali, quei missili a due ruote che tracciano l’asfalto ruvido, là dove prima c’era la terra battuta e i lastroni di travertino. E dov’era lui, mentre il mondo cambiava? Possibile che addormentarsi la sera con la testa sul tavolo, distrutto dal lavoro, tra il piatto vuoto della cena ed il caffè, gli avesse impedito di accorgersi di quel che accadeva, intorno a lui?
Una volta qui era tutta campagna, sussurra più a se stesso che alla giovane ragazza di fianco a lui, nell’attesa anch’essa che il semaforo diventi verde. Ed è vero, sacrosanto, innegabile. Eppure fa ridere chi, quella campagna, non l’ha vista mai e forse, quando legge storie di boschi e torrenti cristallini, sorride ironica proprio come faceva secoli fa il vecchio, sentendo storie di astronavi e di lontani pianeti. Fantascienza, luoghi mitici e mai visti veramente. Quando tutto cambia, qualcosa inevitabilmente si perde. Come nei traslochi o nelle fughe. Le lettere lasciate agli amanti, le foto tagliate a metà, per far sparire la faccia dei vecchi amori. E qualcosa di quello che si è perduto inevitabilmente, improvvisamente, come per gioco o per malizia, a volte torna in mente. Basta un attimo, un pensiero inatteso, il fondo di un cassetto dimenticato e improvvisamente vuoto che svela qualcosa di creduto perso. Un oggetto, un foglio, un ritaglio di giornale.
Il Mito. Io, mia giovane amica, avevo il Mito. Non quello che avete voi, fuggevole e spesso inappropriato. Io avevo il Mito, quello vero, quello fatto di imprese e di mistero, di cose da sognare e da immaginare, senza flusso continuo d’informazioni. Era una piccola foto, una parola ascoltata al cinematografo, senza pensare appartenesse ad un personaggio. Erano le epiche imprese di sportivi ascoltate alla radio, seguite con gli occhi chiusi attraverso le parole di un semplice cronista, che mai, in quel momento, avresti messo in discussione. Non era come oggi, che guardi e riguardi mille volte la stessa azione immaginando non già le imprese che sognavamo noi, ma sordidi tranelli, truffe miliardarie, muscoli rinvigoriti da chimica proibita. C’era il sudore, la fatica, la voglia di arrivare in cima alla salita prima di tutti, a costo di qualunque sacrificio. A costo della vita. C’erano i grandi campioni, quelli veri, quelli che i bambini sognavano d’imitare, che poi si saltava in bicicletta ed io sono Coppi e tu sei Bartali, e la catena ingrassata da sé, che soldi per una nuova non ce n’è. C’erano i giornali, solo il lunedì, che tutti i giorni non si possono comprare, per leggere le storie più volte, e ricamarci sopra altri particolari, che il Mito ha bisogno di quello, mica delle certezze e delle parole dei protagonisti. E le storie, tu non puoi saperlo perché non li guardi mai i film in bianco e nero, ma il cinema ci raccontava delle storie che… Dici che sono roba vecchia, mia giovane amica, e che preferisci i video musicali sul tuo cellulare, da vedere in due pollici con fotogrammi sparati venti al secondo che negli occhi ci rimane poco e nell’anima niente. E vuoi sapere tutto, e tutto puoi sapere, cercando informazioni che son talmente tante che alla fine, se ci pensi bene, sai più di loro che del tuo compagno di banco. E non tutto è vero. Anzi quasi niente. Perché c’è bisogno di notizie, di scandali, di nutrire la morbosità malata di tutti quelli cui hanno dato un buco della serratura dove guardare, non visti, la vita degli altri.
E il Mito è morto, nelle storie quotidiane di piccole manie, nelle storie sempre più brevi, più urlate, perché bisogna parlare del quotidiano, delle storie della gente comune, di superficialità e magrezza, di fotomodelle e comici saltimbanchi e sportivi cui non basta la medaglia olimpica per diventare Miti, no. Quelli preferiscono gettarsi tra le braccia dei comunicatori per rendersi ridicoli e guadagnare soldi, a spese del Mito. Non sanno, poveri diavoli, che del loro denaro non resterà traccia, e che si perderà insieme al ricordo delle vittorie, le stesse per cui altri, i vecchi Miti, saranno immortali.
Il Mito è morto, nelle terre scoperte senza più nulla cui dare un nome, nelle carte geografiche dove per ogni singolo piccolo secchio della spazzatura c’è un fotogramma, dall’alto, che te lo mostra nel punto esatto in cui si trova. Il Mito è morto, nelle canzoni martellanti senza parole, nelle fughe dalla realtà che finiscono nelle camere d’albergo, come se non ci fosse più, da nessuna parte, qualcuno capace di inventarsi un mondo ed una storia, perché non c’è nessuno, più, che ha voglia di starlo ad ascoltare. Il Mito è morto. Con lui la fantasia. Con loro la voglia ed il sogno di compiere un’impresa. Anche la più piccola e insignificante, come la conquista di un campo di terra per giocare a calcio, come una capanna nel bosco. Come inventarsi, quattro amici, una squadra di calcio e scoprire, cent’anni dopo, che è campione d’Italia. Come il “Cinema Paradiso” che viene giù, per far posto a un parcheggio. Come il sale di Max e Noodles, che si scioglie e porta a galla il malloppo.
Come poter sperare, ancora oggi, di poter battere il proprio destino.





