Return to innocence

Si torna indietro per raccogliere qualcosa perduto per strada. La speranza di ritrovarlo, che nessuno lo abbia raccolto e gettato via.
Non tutti sanno riconoscere un tesoro. Ciò che per noi ha un valore inestimabile, per altri è poco più che niente.
Si torna indietro per non morire, si torna indietro per ritrovare pezzi di se stessi ai quali si credeva di poter rinunciare. E invece no.
Si torna indietro per accorgersi di aver sbagliato, e trovare la forza di ammetterlo e riprendere il cammino dove si era interrotto. E non importa il tempo perso. Non importa gli errori commessi per un motivo sbagliato.
Ciò che conta è ritrovare quelle strade, cambiate si, ma l’odore è sempre quello, come l’atmosfera e il rumore della pioggia. E poi i tuoi occhi dove ancora, dopo mille anni, e tra mille altri ancora, io rivedo me stessa.
E un amore che, così, nessuno mai.

Killing Facebook

Amica: Ciao Titty! Quanto tempo!

Titty: Eh si, saranno passati 20 anni…

Amica: Ed io nel frattempo mi sono sposata, ho due figli e lavoro per una compagnia telefonica.

Titty: ….

Amica: Ti va di rivederci?

Titty: Uhmm, no.

Amica: Perché no??

Titty: Preferisco ricordarti da viva.

XXI Century

Il tuo sorriso, che meraviglia di luce e di colori. È splendido, bianco, luminoso. E resta così, immutato, mentre aspetto parole che non escono, da quelle labbra rosse e morbide, disegnate ad arte da un genio.

I tuoi capelli, che meraviglia di lampi e di riflessi. Hanno il colore della notte stellata e sono morbidi e preziosi, e non ti lasciano scampo dal desiderio di accarezzarli. Ma non escono pensieri, nemmeno empatia e percepisco assenza e silenzio e vuoto sotto di loro.

I tuoi occhi, così azzurri, specchiati, così limpidi e puri, e aspetto un lampo di luce, un’ombra notturna ma niente, nemmeno un cenno di vita mi giunge. Solo il gelo del ghiaccio di cui, avvicinandomi a te, sembrano fatti.

Le linee morbide del tuo corpo, che meravigliosa armonia di forme, quel torace e quei fianchi. Le gambe robuste e snelle ed il sedere alto e sodo, e poi la schiena, meraviglia delle meraviglie, così diritta e ampia, appoggio ideale per le mie mani che scendendo su di essa si fermerebbero alla base, per stringerti forte e tirarti verso di me. Ma non avverto brividi, nessun fremito lo percorre e nemmeno il respiro pare essere vero, l’aria ti attraversa senza modificarsi, entra ed esce delusa e spaurita.

Questo sei tu. Così bello. Così inutile.

 

 

 

 

Come le foglie

Succedeva più o meno di questi tempi, ancora un mese, era giugno mi pare. Le valigie con le magliette a maniche corte, nelle tasche una promozione scolastica e la più fresca delle allegrie. C’era l’autostrada da fare, che pareva tanto lunga quanto ora non è più, ora che l’ho percorsa avanti e indietro tante volte. E poi c’era la casa da aprire, c’era da farle prendere aria, così diceva la mamma. C’erano i materassi un po’ umidi, le lenzuola pulite e fresche, le finestre di legno da spalancare ed un sole che qui, in città, te lo potevi sognare.

C’erano le amiche da ritrovare, quelle che solo durante le vacanze e allora c’è un anno intero da raccontare. Le avventure, quelle vere e quelle solo sognate, così belle da credere accadute. C’era il muretto, la sera il gelato, la passeggiata e gli sguardi rubati, le panchine per gli abbracci, le dichiarazioni d’amore, le dediche sul diario.

C’erano le macchine di quelli più grandi, la paura di salirci sopra che mamma non vuole, c’erano i trucchi nascosti nella borsetta che prima di tornare a casa serve una fontanella per sciacquarsi la faccia e una gomma da masticare che altrimenti si sente che hai fumato.

Mi sembra uguale come tornare qui. Un posto pieno di cose che forse adesso non esistono più, un posto per la nostalgia di ciò che è stato e che fa sorridere chi è andato oltre, bruciato i tempi e le avventure e non si eccita certo per uno sguardo, per una parola, per un sentimento.

Torno qui e provo a riaprire le finestre, a far prendere aria, per provare ancora a vivere come piace a me, con la mente lucida e la giusta velocità, perché non mi è mai piaciuto farmi raccontare la mia vita dagli altri, tanto meno correre così velocemente da perdermi la bellezza del panorama.

Piano ed in punta di piedi torno qui, perché quella che un giorno ho visto di spalle allontanarsi da me ad un tratto, inspiegabilmente, si è voltata, ed è tornata indietro per dirmi “sono ancora io… sei ancora tu”.

My Time

 

Percorro queste nuove strade, provo ad imparare i loro nomi, cerco insegne luminose che possano fissare la memoria e rendere un angolo diverso da un altro. Avevo i capelli che sfioravano appena la base del collo quando decisi di lasciare tutto quello che avevo. Oggi scendono lungo le spalle, coprono i seni e solleticano quasi l’ombelico, ed io non ho ancora finito di cercare. Il mio posto nel mondo. La mia casa, lo so, sono io. Ma il posto, che ogni volta che penso di averlo trovato mi trovo ad andare via, quello mi sembra sempre più difficile da trovare. Non metto radici, continuo a vagare per le strade del mondo, forse perché una vita sola non mi basta, e ne voglio vivere più possibile.

Il mondo è mio. Il tempo è mio. Non lo rubo a nessuno. Tutto quello che uso, sappiatelo, è roba mia. Non ho rimpianti, grande cosa. Qualche rimorso, ma è poca cosa. La mia colpa, unica è vera, adesso la conosco e la accetto. So qual’è. Sono diversa. Diversa da troppi di loro. Diversa quando penso, diversa quando agisco, diversa perché per me è normale quel che per loro è straordinario, o strano, o incomprensibile. Sono diversa perché accetto che gli altri siano diversi da me. Diversa perché l’egoismo non è fare quello che ci pare, ma pretendere che gli altri agiscano come vogliamo noi. Io ti ho lasciato fare, con l’unica pretesa di poter fare altrettanto. La mia colpa è essere diversa. Troppo diversa. La differenza è che oggi questo non mi fa più male. Li ho osservati per tanti anni. La mia colpa, oggi, mi rende fiera di me.

Francesca

Francesca aveva 29 anni quella sera. Una laurea in economia, un’altra in arrivo, impegni presenti e progetti futuri. Francesca lavorava nell’azienda del padre, si occupava degli aspetti economici dei contratti che stipulavano. Insieme ad un socio, poi, gestiva un locale dalle parti di Ponte Milvio, che apriva solo di sera, e che lei illuminava con la sua presenza, la sua cortesia ed il suo fascino. I suoi occhi ed il suo sorriso erano la bellezza del locale. Perché Francesca sorrideva sempre.

Aveva 29 anni, Francesca, i capelli lunghi e neri, morbidi e lucenti, gli occhi verdi ed il sorriso bianco. Era bella, Francesca, pure se bella non è stato mai abbastanza per descriverla.

Io e Francesca avevamo una canzone. Quando andavo nel suo locale lei, dopo un po’, metteva su your song di Elton John. In quel momento era come dirsi ti voglio bene. Poi, quando Elton cantava yours are the sweetest eyes i’ve ever seen ci voltavamo una verso l’altra, cercandoci, anche da un lato all’altro del locale, per fissarci negli occhi, a lungo, intensamente, e quel ti voglio bene diventava qualcosa di più grande, di totalmente nostro, anche solo per quel breve momento.

Francesca ogni sera, per andare al locale, dopo una giornata di lavoro e di studio, inforcava il suo scooter e correva a ponte Milvio. Faceva così tutte le sere. Ha fatto così tutte le sere fino a quella sera. Fino a quella maledetta sera. Quando uno scooter ed una macchina hanno preso una curva troppo larga, nella stessa città, sulla stessa strada, la stessa curva, unica differenza in direzioni opposte.

Non si è accorta di nulla, Francesca. Dio l’ha voluta subito con se. Suo fratello, invece, ha avuto tutti i giorni a seguire per rendersi conto che quella bambola scagliata con violenza sul suo parabrezza era proprio Francesca. Perché c’era lui, su quella maledetta macchina.

L’ho pianta fino a non avere più lacrime, quella notte. L’ho pianta come si piangono le cose per le quali non trovi neanche una piccola stupida ragione che ti consoli.

Tra pochi giorni saranno 15 anni. Ponte Milvio è ancora lì, come il fiume, e il lungotevere, e gli alberi e la piazza, anche se niente è più com’era allora. Il locale poi non esiste più.

Solo Francesca è esattamente com’era allora. Lo stesso sguardo. Lo stesso sorriso. La stessa meravigliosa energia. Solo che è dentro di me. E lo sarà per sempre.

Exit

5 anni

Era il 26 febbraio del 2004 quando cominciai. Niente di quanto accaduto da allora, lo avrei mai creduto possibile. Ho vissuto almeno tre vite, e non so se c’entri ma mai il tempo ha corso così veloce come in questi anni.
Non c’è rimasto quasi più nessuno, di chi c’era allora nella mia vita reale. Anzi, direi proprio nessuno. E forse la malinconia di questo momento è legata proprio alla certezza che ho, oggi: niente è per sempre. Anche quando per sempre è solo una semplice, breve vita.
Forse è per questo che resto ancora qui. Perché tutto quanto dipende da me, solo da me, è giusto che viva, per il bene e l’amore che mi ha dato, per il tempo speso, per la gioia ed il dolore ricevuto, tasselli unici e irripetibili della mia vita. In ogni fotogramma di questi 5 anni c’è, sempre, inevitabilmente, il mio cuore che batte per amore. In ogni fotogramma di questi 5 anni c’è la mia voglia, sempre e comunque, di perdonare e andare avanti. Quello che è cambiato, oggi, è che non ho più voglia di adeguarmi a chi non ha voglia di fare altrettanto con me.
Ma non sarò mai capace di camminare guardando solo avanti, che quella che sono oggi è solo la sorella maggiore di quella che ero ieri. Quella sera di febbraio, seduta sul divano, il primo pc sulle ginocchia, ho aperto il Tittyna Blog. Sembrava un gioco. Lo è stato, anche se poi gli impegni che ho preso erano seri. Solo 5 anni. Mi sembrano almeno il doppio.
Il mio pensiero è per chi può raccontare tutta la storia di questi 5 anni. Chi non è mai andato via, se non per poco tempo. A voi il mio abbraccio, a me l’augurio di tenere duro. Ancora. Nonostante tutto.

Nessuno

 

Da una parte: io. All’estremità opposta del tavolo: nessuno.

Eccomi qui, per la prima volta, a San Valentino, con nessuno. È bello, l’atmosfera è quella ideale, perché c’è intesa, c’è sintonia, c’è la possibilità di essere finalmente me stessa, perché nessuno mi capisce meglio. Nessuno mi ama così. Nessuno, soprattutto, mi accetta per come sono.

Io e, di fronte a me, nessuno. Una cena a lume di candela, mentre fuori un mondo impazzito racconta di violenze e di stupri, di incidenti mortali mentre ci si riprende con il telefonino e gente disperata che si da fuoco. Io parlo con nessuno, perché con nessuno posso parlare di tutto. Nessuno mi ascolta, nessuno mi fa cenni di assenso, ed il suo silenzio vale più delle parole di chiunque altro.

Io sto bene, con nessuno, se solo lo avessi capito prima. Non avrei perso così tanto tempo, non avrei sprecato tante energie dietro qualcuno che non era nessuno.

Non fanno male le delusioni d’amore. Le delusioni d’amore non esistono. È l’amore, ad essere una delusione. Adesso però, che nessuno è accanto a me, adesso si, che mi sento finalmente padrona di me, del mio tempo e delle mie azioni, libera di seguire i miei istinti ed i miei desideri, perché nessuno sarà al mio fianco, ad appoggiarmi, ad accogliermi quando tornerò a casa la sera, stanca e felice.

Nessuno è con me.

Ridere

 

Tu mi fai ridere. Tu parli delle cose che fai, di quelle che sogni, di quelle che vivi. Parli di te, non hai paura, non tremi, e poi ancora ridi. E’ bello, sentirti ridere, perché poi rido anch’io, con te, e mi accorgo che all’inizio non lo so quasi più fare. Ma con te è facile, perché tu mi guardi e mi vedi per quella che sono. Tu non cerchi, in me, quello che vorresti. Tu sai chi sono e nonostante tutto ti va bene così. Mi fai stare bene, e poi ancora ridi, ridi delle cose belle e di quelle difficili. Ridi dei tuoi errori e dei miei, e allora sembrano meno gravi, meno dolorosi, e sembra davvero che tutto abbia meno importanza. Erano mille anni che non stavamo insieme. Sembra ieri.

Ridi ancora, ti prego, che il tuo chiama il mio, e adesso che mi sono ricordata com’è bello ridere, non voglio più smettere.

Scrivere

Provo a scrivere, comincio, e mi sento male. Un malessere che sale dalla pancia e arriva alla gola. Mi toglie il respiro, sento le guance avvampare, la testa girare, un senso di vuoto.

Provo a scrivere, comincio, e subito lo stomaco è preso in una morsa. I suoni, intorno a me, diventano ovattati, sento scivolare via l’equilibrio e penso alla morte. Gli occhi pesanti respingono la luce, l’aria si ferma, fatico a respirare.

Allora smetto, dopo poche parole, decido che forse è meglio più tardi. Non so cos’è, se sono io, o è la storia. Se è un parto superiore alle mie forze, o se la storia sta lottando contro di me per resistere, e non uscire allo scoperto.

So che comincio a scrivere e poi, poco dopo, mi sento male. Mi piacerebbe capire se devo andare avanti, soffrendo, o devo lasciar perdere, dargliela vinta. A chi, o cosa, non lo so.

Vorrei spingermi oltre, quel malessere, arrivare anche alla follia, pur di liberare la creatività. Forse c’è qualcosa che mi riguarda, scritto da qualche parte, in un libro inaccessibile all’occhio umano. Forse, prima di andare avanti, devo capire qualcosa di me che adesso non so.

So che vorrei scrivere ma poi quel malessere riappare, torna a galla, stringe la gola e soffoca i pensieri. Allora smetto, rimando, ma fa più male ancora.

Sto diventando qualcos’altro, e non so ancora cosa.

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