Questo brano è parte di un lavoro più ampio. Lo condivido con voi, in anteprima, perché c’è ancora chi pensa che io scriva solo un genere di cose.
C’è mezza luna, fuori della finestra, e mezza vita dietro ai vetri. Mezze gioie, mezzi dolori, mezzi sorrisi, mezze misure. E due occhi azzurri a guardare.È mezzanotte e la cucina è in ordine. Il tavolo, le sedie, la credenza. Tutto ordinato, ben allineato, sistemato a modo. La tovaglia è stirata e i fiori, a centrotavola, sono ben curati.
C’è un caldo torrido, estenuante, dentro casa. Ma è normale che sia così, che sia soffocante, a luglio. Il fatto è che quel caldo estrae i nervi dal corpo e li scuote, li frusta. A contatto con quell’aria bruciante s’infiammano, ardono, divampano.
Maria ha settantanni. Più o meno. Ne ha avuti meno, in passato. A volte ne ha avuti di più, e gli occhi che sfiorano quella mezza luna, sono i suoi. Quel che resta dei suoi sguardi. Dei suoi occhi. Occhi un tempo accesi e vivi. Oggi oscurati da tende pesanti. Grigie. Uno sbiadito tessuto di lacrime respinte al mittente. C’è rassegnazione nei gesti. Estranei a qualunque volontà. Rigidi. Meccanici. Monotoni.
Come allontanarsi dalla finestra per raggiungere il lavandino, prendere un bicchiere e riempirlo. A metà. D’acqua. Sempre muovendosi come un dolente burattino. Un automa. Svuotato d’ogni energia.
Dalla stanza da letto, di tanto in tanto, giunge una voce. Un pianto. Un lamento. A volte è una preghiera. Altre volte un’invocazione. Altre ancora soltanto una lunga sequela d’imprecazioni. Volgari. Violente. Figlie del male. Di quel male. Che brucia dentro e corrompe l’anima.
Maria non sente. O meglio, non sente più. Perché non reagisce, a quei suoni. Sgraziati. Rochi. Faticosi. Faticati.
Le parole attraversano le stanze. Rimbalzano tra i muri e i mobili senza lasciare traccia. Sembrano arrivare da altri luoghi, da altre dimensioni.
E sembrano lì per caso. Di passaggio. Per altri luoghi ancora. Metafisici. Trascendentali. Ultraterreni.
Intanto Maria prende una pillola, la solita, e la lascia scivolare nel bicchiere. Non sente. Non vede. Dio solo sa se pensa, mentre tiene faticosamente insieme i pezzi del suo cuore.
Lo sfrigolio curioso della pillola, a contatto con l’acqua, le provoca un brivido. L’acqua diventa torbida. La schiuma bianca. Come i suoi occhi cerei. Come la sua pelle livida. Ma non c’è stupore. Non c’è meraviglia.
È tutto normale. Tutto consueto. Ordinario. Come la vestaglia di lei. Di Maria. Come i lamenti di lui. Di Remo. Il vecchio Remo. Che in camera da letto consuma lenzuola e fragili respiri. Di quelli che ognuno può essere l’ultimo.Trenta chili sì e no. Un fruscio di vita deposta tra i guanciali ingialliti. A fare l’abitudine all’eterno riposo che verrà. Che sta già arrivando. Nonostante le finestre chiuse, le porte sprangate. Sigillate. Che rendono quel caldo afoso ancor più insopportabile.
Si volta verso la mezzaluna, Maria. E i vetri riflettono il suo volto. Un gioco geometrico. Due mezze lune a formare un’unica, circolare, tristezza.
Ipocondria da vedova bianca. Crocerossina invocata. Svociata. Sfocata. È un sottofondo muto di masochistico abbandono. Per il tempo fuggito. Sfuggito. Dilapidato.
Non ha parole, Maria. Non ne ha più. E allora restituisce silenzio, e presenza fisica. Minima. Labile. Aerea. Passa il dorso della mano sulla fronte rugosa. Un gesto lento. Pesante. Carico solo d’angosciata stanchezza. D’inutilità.
Asciuga il sudore. Cerca di trattenere un urlo che sarebbe di rabbia e disperazione. Per quella mezza vita che scivola via stanca. Che si scioglie pigramente come la compressa nell’acqua.
Remo, nell’altra stanza, continua ad invocare. Ma più rabbioso, adesso. Arrochito. Sembra sia il male a parlare. Ad urlare. Non chiede adesso. Pretende. Impone. Di essere accudito. Assecondato. Aiutato. A tirare avanti. A sopportare il dolore. Chissà poi perché.
Per torturarla, questo pensa Maria. Che quel male, che cresce dentro Remo, ne stia annientando due, di vite. Lentamente, inesorabilmente, attimo dopo attimo, la malattia sgretola Remo e, con lui, Maria. Vinta, ogni giorno di più, dallo strazio. Dalla stanchezza. Dalla pena.
Ma lui la vuole. La pretende. La invoca. E usa tutto quel che resta di lui pur d’averla lì, accanto. A condividere anche quello. Dopo aver condiviso una vita intera.
Sposati cinquanta anni prima. Ad Orvieto. Il viaggio di nozze fu una passeggiata al pozzo di S. Patrizio. Per gettare la preziosa monetina nell’acqua. Il prezzo di un desiderio. Quello di restarsi accanto per sempre.
E quel soldino il suo dovere lo fece. Lo fece in pieno. Anche se oggi Maria si getterebbe scalza nell’acqua pur di ritrovarlo, raccoglierlo e gettarlo via. Il più lontano possibile e spezzare così quell’incantesimo, oggi sventurato. Maligno. Beffardo.
Per lei. E anche per Remo. Compagno di viaggio inciampato per strada. Caduto in disgrazia. Dimenticato da Dio.
Si avvia, Maria. A passo lento. Misurato. Studiato. Con estrema cura spenge la luce, uscendo dalla cucina.
La luna, adesso, occupa quasi tutta la finestra e travolge d’argento i suoi occhi. Mezzi aperti. Mezzi chiusi. Mezza lacrima ferma sul ciglio della strada.
Ha il bicchiere in mano, Maria. Mezzo pieno. Dentro c’è la compressa. Mezza sciolta. E c’è mezzo corridoio da fare, per raggiungere la camera da letto.
Una lucina gialla, impalpabile, illumina quel poco che resta di Remo. Indifeso e offeso. Come fosse tornato bambino. Gli solleva il capo, Maria. E ogni volta si stupisce di quanto sia fragile. Esile. Con delicatezza lo aiuta a bere. Momenti di persa umanità.
Infatti è in quel momento che accade. Solo e sempre in quel momento. Quando l’acqua attraversa le labbra secche e la lingua arida. Perché in quel momento i loro occhi s’incontrano. E si parlano. Gli occhi. Unica cosa a restare uguale mentre il tempo passa e distrugge. Perché non invecchiano con noi, gli occhi. Non invecchiano mai. Niente rughe né segni. Né colori sbiaditi. Ed è in quegli occhi che Maria cerca Remo. E per un attimo s’illude che ci sia ancora. Remo, il suo Remo. In uno scintillio diverso. In uno sguardo antico di gioventù spavalda.
E se lo ricorda ancora, Maria, il suo Remo. Se lo ricorda bene. Quando folle d’amore, ebbro di gioia, la prese per la vita e per le mani e la condusse giù, per il rione Stella, di corsa fino al Duomo. E poi ancora più giù. Sempre di corsa. Il vento nei capelli. L’aria rosa nei polmoni, in un turbine di sorrisi e di parole. Fino alla fortezza spagnola. Ai bordi della piana di tufo. E finalmente quel bacio. Eterno. Liberatorio. Pianure verdi ai piedi che si concedono agli sguardi di chi si ama. E ama tutto ciò che lo circonda.
Nacque lì quell’amore. Su una panchina di legno verde, scheggiato qua e là da improvvisati poeti. Tra le parole d’amore sussurrate all’orecchio e i cuori disegnati con la punta delle scarpe, smuovendo la ghiaia bianca. Ora invece Remo è lì. Sul letto. Esanime. Spento. Uno straccetto bagnato gettato tra le lenzuola. Lo depone sul cuscino, Maria. Dolcemente, stavolta. Come farebbe una madre. Il bicchiere, ora vuoto, finisce sul comodino. Per l’ennesima volta la cerimonia è compiuta. Espletata. Formalità inutile da ripetere per tradizione senza più ragioni. Surrogato scientifico alle parole consolanti di un prete misericordioso.
Remo la chiama. Ancora. Ossessionante. Ossessionato. Ma stavolta per dirle grazie. Inaspettatamente. In un fugace lampo d’inattesa lucidità. Poi torna subito roco. E cattivo. Per rinfacciarle il dolore che dentro lo divora. Lo lacera. Lo strazia. E Maria… Seduta su tre guanciali. La camicia da notte come non se ne vedono più. Il cuore frantumato. Lo sguardo perso che incrocia quello della Madonna, nel dipinto appeso davanti al letto mentre culla il bambino. Dolce eppure fiera, nel dipinto davanti al letto. Ora solo una feroce metafora, per Maria. Che allunga una mano e sfiora quel poco di pelle che ancora protegge le fragili ossa di Remo. È un gesto che profuma d’umanità. Forse un saluto. Una buonanotte. O forse un addio. Per il Remo che non c’è più, in quel corpo straziato. In quella gelida voce roca.
Il respiro di lui si fa pesante, regolare. Si percepisce la fatica e lo sforzo che quel respiro impone. Ma per lo meno è riposo. Per quel che resta di Remo. E per quel che resta di Maria, che ha esaurito il suo compito quotidiano, e gli occhi finalmente possono chiudersi, mentre i cuscini l’accolgono. Soffici. Pietosi.Il sonno la vince senza colpo ferire. In pochi istanti. Pochi istanti di silenziosa pace. Per una notte che sa, sarà ancora lunga.