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Archive for the 'racconti' Category

Greta

Lunedì, Maggio 12th, 2008

Su BOOKSBLOG è online la prima puntata di un mio inedito romanzo breve. Un omaggio ad un sito che parla di letteratura, uno dei migliori in circolazione per quanto riguarda i contenuti e l’informazione, un regalo alla mia amica da sempre e per sempre Manila Benedetto.

Prima parte

Seconda parte

 

“FICTION”

Venerdì, Dicembre 7th, 2007

Serata vintage

Ma sì, dai, fingiamo, perché no. In fondo lo fanno tutti, e magari è meglio così, non credi? Tu soffri meno, io soffro meno, e fingendo insieme la finzione riesce meglio, con più gusto e reciproca soddisfazione. Immagina di tornare a casa, sorridente dopo una lunga giornata di lavoro, ma sereno perché già sai che fingerò di non sentire quell’odore diverso sulla tua giacca, quel capello biondo sul tuo maglione, tu che capelli non ne hai più da anni, ormai. Tu fingerai di non accorgerti che sto fingendo di non accorgermene ed io, a mia volta, fingerò altrettanto.

Fingerò di essere felice nel prepararti la cena, mentre tu, gioviale, fingerai di raccontarmi con dovizia di particolari, la tua noiosa giornata tra scartoffie e telefonate di lavoro. Dirai quello che è giusto dire fingendo accuratamente di dimenticarti i soldi spesi per il regalo alla segretaria, l’aperitivo preso al bar con la tua amica della palestra e la fugace scopata in macchina, nel vialetto dietro il supermercato, con l’insegnante della scuola di ballo. Fingerai stupore davanti al bigliettino con il numero di telefono caduto accidentalmente in terra, ed io fingerò di credere che accadano davvero fatti inspiegabili, a volte.

Dopo cena fingerai di essere interessato alla mia vita, e mi chiederai della mia giornata, fingendo di essere attento alle mie parole pur se stai seguendo la partita di calcio alla televisione. Io fingerò di raccontartela, ripetendo con monotona sacralità la litania dei compiti diligentemente svolti da brava donna di casa, ma fingendo di dimenticarmi l’uso smodato della tua carta di credito e le ore liete trascorse in compagnia di un amante occasionale nel nostro letto. Fingerò d’essermi annoiata nell’attesa del tuo ritorno, preda del desiderio di rivederti. Fingerò di trovare interessante la partita e poi, a letto, fingerò di aver voglia di te, delle tue passionali attenzioni tra le lenzuola, questo un po’ meglio di quanto lo fingerai tu.

Aspetterò paziente il momento giusto, e poi fingerò di godere come piace a te, mentre tu avrai finto, fino all’orgasmo, di scopare con me, e di non pensare all’insegnante di latino-americano.

Poi, domattina, fingeremo di essere allegri e speranzosi per la nuova giornata che inizia, e fingeremo ancor meglio d’essere dispiaciuti per il momentaneo distacco, aiutati dalla certezza che sta accadendo davvero, grazie al Cielo. E andremo avanti così, fingendo di amarci, e di essere felici, come tutte le coppie che conosciamo, quelle come noi, quelle “normali”. Fino a quando uno dei due sarà obbligato dalla sorte a fingere di morire, e lo farà così bene che tutti ci crederanno e sarà tumulato per questo. L’altro fingerà di essere distrutto da un dolore inconsolabile, mentre tutti intorno fingeranno di comprenderne la portata e mai come in quell’occasione, sarà tanto vero.

Poi partirà la sigla.

Riavvio

Giovedì, Novembre 22nd, 2007

Cosa mi sono persa, in tutti questi mesi? Ho aperto, giusto un paio di giorni fa, il mio feed reader e sono quasi svenuta. Non so come dire, ma rendersi conto di avere qualcosa come 1800 post da leggere mette dentro una leggera inquietudine. Chissà quante cose importanti, quanti progetti, quante discussioni, sono nate in questo lungo letargo.

Nel frattempo, però, anche progetti ai quali avevo partecipato hanno visto la luce. Quello di cui vi parlo oggi è un libro edito da Fratelli Frilli, casa editrice genovese, curato da Adriana Albini, ricercatrice, scrittrice, giornalista, e che vede 12 scrittrici raccontare di loro stesse, certo, ma anche e soprattutto di uomini. Uomini che, come potrete facilmente evincere dal titolo del libro, “Irresistibili bastardi“, non sono propriamente degli angeli. Meno ancora quelli di cui narro io nel mio racconto, “Milù“.

Una presentazione ottimamente realizzata da Francesca Baroncelli la trovate qui, su Mentelocale.it. Il libro lo potete visionare ed acquistare qui, su IBS. A breve avrete una mia recensione sull’intero volume, mentre, per quanto riguarda il mio racconto, ve ne parlerò o, magari, me ne parlerete voi.

Inversioni di marcia

Giovedì, Aprile 12th, 2007

Lei rientrò in casa per l’ora di cena. Appese il soprabito, posò la borsetta sulla mensola, poi senza neanche piegarsi sfilò le scarpe. A piedi nudi sentì il fresco del pavimento raggiungere le caviglie e si beò di quella sensazione di ritrovato benessere. Nella sua testa il programma per la serata era già pronto: doccia, profumo, vestiti freschi, un rapido bacio al bambino e poi in macchina, per raggiungere il ristorante dove, con amici e colleghi aveva qualcosa da festeggiare. Attraversò il salone, diretta verso la camera da letto e gettò un’occhiata al divano. L’uomo adagiato sopra era in pigiama, barba di un paio di giorni, capelli che avevano ormai preso una forma tanto curiosa quanto ridicola. In un altro momento avrebbe sorriso ma ora no, ora aveva fretta, e nessuna intenzione di perdere tempo dietro una discussione sterile e inutile. Scorse l’archivio delle frasi fatte ed estrasse un ciao adatto all’occasione: abbastanza udibile per il suo concetto di educazione, discreto il giusto per passare inosservato. Chiuse la porta, si spogliò, ed entrò in bagno.

“Ti sei accorta che il bambino sta male?”, disse lui da dietro la porta chiusa a chiave. Nonostante la voce  bassa dal tono trapelò ugualmente tutto il disprezzo che provava. “Gli hai dato qualcosa? Hai chiamato il dottore?” chiese lei senza neanche preoccuparsi di fingere interesse, o quanto meno un minimo di coinvolgimento. “Certo, che pensavi, che aspettassi te?” rispose lui trattenendo a stento l’ira che montava ad ogni sillaba pronunciata da lei. Quel tono, quel modo di fare, quel totale disinteresse per loro lo rendeva al tempo stesso rabbioso ed esausto. Nell’istante in cui, cedendo all’istinto, avrebbe preso a calci e pugni la porta per proseguire, una volta entrato, con il viso arrogante di lei, comprendeva quanto sarebbe stato inutile tentare di farle capire qualcosa. Un muro, con lo sguardo cieco rivolto oltre loro, oltre quella casa, quella famiglia. Il suo mondo era fuori o meglio, loro erano fuori dal suo mondo, dal suo campo visivo.

Lei uscì dal bagno fresca e profumata. Quel breve dialogo era riuscito a contrariarla ma sapeva bene che, messo piede fuori di casa, le sarebbe passato in fretta il malumore, e la coinvolgente allegria degli amici le avrebbe senza dubbio reso piacevole la serata. E poi stasera c’era anche lui, finalmente.

Sullo specchio dove ammirava l’ottimo risultato che otteneva sul suo corpo il vestito acquistato pochi giorni prima, comparve nuovamente l’uomo in pigiama, con un bambino piccolo in braccio, evidentemente scosso dalla febbre e dai brividi.

“Esci anche stasera?” chiese lui con il tono di chi ti offre un appiglio, una scappatoia, la possibilità di essere umana, di dimostrare la presenza di un sentimento anche dove ormai si crede non esista più.

“Si, devo andare, lo sai, si tratta di lavoro. Non posso proprio mancare.” Disse trascinando le parole in una cantilena che sapeva di già ripetuto mille volte, e che conteneva, nel tono, il rimprovero per averla costretta a ripeterla per l’ennesima volta. Lui restò sulla porta, il bambino in braccio, l’espressione di chi non sa proprio come fare ad andare avanti.

Lei accelerò i tempi, raccolse alcune cose sul letto, si diresse verso l’ingresso e mise tutto in borsa. Tornò indietro superando l’uomo ed il bambino ma ignorandoli palesemente, prese dall’armadio il soprabito adatto e senza indossarlo tornò alla porta, evitando nuovamente di posare gli occhi su di loro, ancora fermi in corridoio nella loro posizione. Mise al braccio anche la borsa, oltre al soprabito, aprì la porta e proprio quando lo spiraglio stava per chiudersi sussurrò un altro ciao, molto simile al precedente.

La porta chiusa separò definitivamente le due coppie. L’uomo ed il suo bambino rimasero dentro. La donna, ed i suoi affari, di fuori.

Mentre saliva in macchina le squillò il cellulare. Chiuse lo sportello e rispose con frenesia, come se quel suono la disturbasse, o temesse che arrivasse ad orecchie indiscrete.

“Si tutto a posto. No, niente, le solite stupide lagne che fa sempre. Ma lo sai che è così, certo. Io sono pazza di te. Si, certo che lo lascio, che voglio stare con te, solo che non è ancora il momento. Dammi ancora un po’ di tempo e sistemo tutto. Certo, stasera resto a casa, c’è il bambino che sta male. Ci sentiamo domani.”

Chiuse il telefono, girò la chiave e mise in moto la macchina. Controllò il trucco nello specchietto retrovisore, svuotò il portacenere per eliminare mozziconi indiscreti e partì. Giunta davanti al locale non ebbe neanche bisogno di aprire la portiera. Un uomo la fece scendere, l’abbracciò, e poi le disse “sei bellissima, amore mio”.

L’uomo, in casa, portò il bambino a letto. Lo coprì con cura, gli mise un fazzoletto fresco sulla fronte, poi lo baciò. Domani andiamo via, gli sussurrò baciandolo. Domani, te lo prometto, ce ne andiamo via.

L’uomo al cellulare si voltò verso sua moglie e pensò: uno di questi giorni me ne vado via con lei. Uno di questi giorni.

Maria tra quattro mura/2

Venerdì, Febbraio 23rd, 2007

Il ticchettio dell’orologio rimbalza tra le pareti decorate a fiori azzurri su fondo bianco. La Madonna è ancora lì, appesa al muro, con lo sguardo fiero e il suo bimbo tra le braccia.
Anche Remo è ancora lì. Perso e dissolto nel suo sonno profondo. Un sonno popolato da ricordi che fanno bramare la vita, se non fosse ormai solo attesa di morte.
Maria si scuote. Sono ancora le quattro. Sente quel respiro pesante. Greve. Che invade la stanza e la sua vita, piena soltanto di solitudine.
Lo sguardo cade su quel viso. Su quei lineamenti. È buffo pensare come un tempo fossero fonte di gioia e di vita. A guardarli adesso, sembrano solo solchi profondi, abbandonati da un aratro che non lavora più. Una vecchia, inutile vita gettata in un angolo, ad aspettare che finisca. Che si spenga.
Lo fissa, Maria. Quel volto. Quei segni. E ci parla. Con quel volto. Maschera di un carnevale finito da secoli. E gli chiede, e s’infervora e accusa:
Perché. Perché mi hai abbandonato, Remo? Perché sei andato via eppure sei ancora qui? Tu non hai idea di quello che ho nel cuore. I giorni che si fanno secoli. Gli anni persi su cui lascio le mie impronte fossili. E le tue grida, che hanno cancellato tutto lasciando solo questo male. Un male che oscura te, questa stanza e i miei occhi.
Le viene da urlargli contro: ma come hai potuto, come hai potuto farmi questo? Avrei voluto appoggiarmi a te, esausta e docile, negli anni lunghi della vecchiaia e invece… Lavoro, sofferenze, catene, questo mi hai dato. Insieme alle tue grida, che mi trapassano il cuore, e il tuo odio, contro la vita e contro di me, che con te l’ho condivisa e te la conservo. Quella tosse maligna, perfida, che c’impedisce di dormire. Quelle medicine che annientano i miei pochi risparmi e mi costringono, ogni giorno, a nuove rinunce.
Tutto ti sei preso Remo, tutto. La mia giovinezza. La mia maturità. Ora, non contento, stai torturando anche la mia vecchiaia.
Un’anteprima d’inferno, sei questo per me adesso Remo. Giorni lividi d’odio e di rancore per le catene che mi hai imposto. Ti odio perché non sono capace di andare via. Lasciarti qui. Da solo. A morire finalmente. Finalmente anche per te.
Mi hai sepolta viva, e ti odio per questo. Perché io sono ancora viva. Non c’è figlio che mi sia rimasto accanto, per colpa tua. Svaniti. Scomparsi. Tutti. E per colpa tua, Remo, per questa malattia che non si può mostrare ai bambini. Ai miei nipoti. Perché non è bello, non è giusto. Così li ho visti dissolversi nel nulla. Svanire. Loro insieme ai miei figli. Terrorizzati all’idea di doverti accudire. Di doverti accogliere in casa. Colpa tua Remo. Tutta colpa tua.
Come hai potuto farmi questo, dimmi. Tu che mille anni fa dicevi di amarmi. Vorrei strozzarti con le mie stesse mani, se ne avessi la forza. Ma m’hai tolto anche quella. Vorrei soffocarti con il cuscino, avvelenarti l’acqua, staccarti l‘ossigeno. Vorrei vederti morire, te, e con te il tuo male. Maledetto. Quanto tempo è, che va avanti così? Quanti ne ho sentiti di dottori pietosi che ti concedono altri giorni e poi ti lasciano qui, con me, mentre loro, sereni, se ne tornano a casa. Dalle loro mogli. Dai loro figli. Dal loro denaro. Che una volta era anche il nostro. Il mio. Prima di finire nelle loro tasche senza fondo. Sempre pronti ad addentare il ferito. Il naufrago. Il moribondo.
Sei mesi disse quel dottore, la prima volta che il male comparve. Sei mesi. E sono passati tre anni. Tre anni. Tutti così. Tutti uguali. Fatti da giorni tutti così. Tutti uguali. Tra medicine e brutte parole urlate alle mie spalle, nelle interminabili notti bianche. E da sola. Tutto da sola ho dovuto affrontare.
Perché tu non ci sei più. Nessuno c’è più, per me. E nessuno ci sarà più. Restano solo queste urla, queste medicine, queste notti. Questi passi strascicati, ogni giorno, dalla cucina alla camera da letto. Per un bicchiere d’acqua. O una minestra. O un’altra pasticca. E poi la speranza. Che tu smetta di chiamare. Smetta davvero. Per sempre.
Quando dalla finestra della cucina guardo la luna, e mi accorgo che è un po’ di tempo che non arrivano richiami, urla o bestemmie arrochite. Allora spero. Per pochi, lunghissimi, dolcissimi istanti, spero.
Speranza vana. Tormento dell’anima. Per questa prova, che Dio mi chiede di superare. Con l’amore e la pietà che non riesco più a sentire, dentro di me. Esaurita. Svanita. Usata e consumata tutta. Per sempre.
Rabbrividisce Maria, nel caldo torrido di quel luglio orvietano. Per quello che pensa, per ciò che dice. Anche se lui non l’ascolta più. Non l’ascolta mai. È il solo fatto di pensarlo. E le basta che, ad udirla, ci sia la sua coscienza.
Guarda fuori Maria. Oltre i vetri e il davanzale e i fiori. E fuori c’è Orvieto. Lo sa. Lo sente. Per esperienza. Per memoria storica. C’è la via in discesa del rione stella. Il Duomo. L’angelo con il suo bel martello per battere le ore. Poi ancora più giù. Verso il pozzo di San Patrizio. La fortezza spagnola. La piana di tufo. C’è tutto, ancora. Tutto quello che c’era un miliardo di anni fa. Quando era viva. Quando era vivo Remo. E il loro amore.
C’è tutto ma è come se non ci fosse più nulla. C’è tutto ma non c’è più per lei. E cosa vale allora, sapere che c’è. Cosa vale sapere che basterebbe aprire di nuovo il portone e percorrere ancora quel vialetto per vedere il Duomo, il maestoso portone, i bassorilievi e gli alabastri. Le navate e l’altare. Ma cosa vale saperlo, tanto non accadrà. Non accadrà mai. Mai più.
Maria torna bambina, nel cuore e nei pensieri. E l’odio per Remo diventa quello di una figlia che non ha mai visto il mare. E non può capire, no, non può comprendere perché il padre glielo neghi. Con perfida cattiveria. Con lucida malignità.
Orvieto è fuori. Con la vita e le strade e la gente e i prati, i fiori, i campi coltivati. Ma Maria è sull’altare. Ed è lei il sacrificio. È la sua vita, l’agnello. Quel che resta di lei. Una vecchia camicia da notte che a nessuno interessa più. Due vecchi reduci dalla battaglia della vita. Che ora non hanno più nemici, e si combattono tra loro. Vecchi e stanchi ed esausti. Logorati da mille guerre, combattute sul campo ogni giorno. Per mangiare, per una casa, per un futuro che andasse più in là del giorno dopo. Per qualcosa da lasciare ai figli. Figli che invece si sono affrettati a lasciare lei. Tanto soldi da prendere non ce ne sono. Solo fatica e noie. E nessuno ha voglia di prendersele. Senza un libretto postale in cambio. Abissi di crudeltà umana.
Ma ora forse accetterebbe anche quello, Maria, anche quella brutalità. Quella barbarie. Pur di staccarsi da lui. Da quelle catene. Dall’odio e la rabbia che le soffocano il cuore e i polmoni. Ma è un esercizio inutile, quel pensiero. Non la porta da nessuna parte.
Si volta ancora verso di lui. E posa una mano sulla sua bocca. Un flebile respiro le sfiora la pelle. Maria allora preme. Preme su quelle labbra secche e morenti. Con tutta la forza che ha. Forza che resta nei suoi pensieri, perché alla mano non arriva. Non può più arrivare. Si lamenta un po’, Remo. Volta impercettibilmente di lato il viso e Maria ritrae la mano. I suoi occhi sono rossi ora, e cerchiati. Lo guarda ancora una volta. Fisso. E dentro di sé pensa. Vorrei non arrivasse a domani. O che non arrivasse mai domani.

E qui, purtroppo o per fortuna, ci dobbiamo fermare.

Maria tra quattro mura

Domenica, Febbraio 18th, 2007

Questo brano è parte di un lavoro più ampio. Lo condivido con voi, in anteprima, perché c’è ancora chi pensa che io scriva solo un genere di cose. 

C’è mezza luna, fuori della finestra, e mezza vita dietro ai vetri. Mezze gioie, mezzi dolori, mezzi sorrisi, mezze misure. E due occhi azzurri a guardare.È mezzanotte e la cucina è in ordine. Il tavolo, le sedie, la credenza. Tutto ordinato, ben allineato, sistemato a modo. La tovaglia è stirata e i fiori, a centrotavola, sono ben curati.

C’è un caldo torrido, estenuante, dentro casa. Ma è normale che sia così, che sia soffocante, a luglio. Il fatto è che quel caldo estrae i nervi dal corpo e li scuote, li frusta. A contatto con quell’aria bruciante s’infiammano, ardono, divampano.

Maria ha settantanni. Più o meno. Ne ha avuti meno, in passato. A volte ne ha avuti di più, e gli occhi che sfiorano quella mezza luna, sono i suoi. Quel che resta dei suoi sguardi. Dei suoi occhi. Occhi un tempo accesi e vivi. Oggi oscurati da tende pesanti. Grigie. Uno sbiadito tessuto di lacrime respinte al mittente. C’è rassegnazione nei gesti. Estranei a qualunque volontà.  Rigidi. Meccanici. Monotoni.

Come allontanarsi dalla finestra per raggiungere il lavandino, prendere un bicchiere e riempirlo. A metà. D’acqua. Sempre muovendosi come un dolente burattino. Un automa. Svuotato d’ogni energia.

Dalla stanza da letto, di tanto in tanto, giunge una voce. Un pianto. Un lamento. A volte è una preghiera. Altre volte un’invocazione. Altre ancora soltanto una lunga sequela d’imprecazioni. Volgari. Violente. Figlie del male. Di quel male. Che brucia dentro e corrompe l’anima.

Maria non sente. O meglio, non sente più. Perché non reagisce, a quei suoni. Sgraziati. Rochi. Faticosi. Faticati.

Le parole attraversano le stanze. Rimbalzano tra i muri e i mobili senza lasciare traccia. Sembrano arrivare da altri luoghi, da altre dimensioni.

E sembrano lì per caso. Di passaggio. Per altri luoghi ancora. Metafisici. Trascendentali. Ultraterreni.

Intanto Maria prende una pillola, la solita, e la lascia scivolare nel bicchiere. Non sente. Non vede. Dio solo sa se pensa, mentre tiene faticosamente insieme i pezzi del suo cuore.

Lo sfrigolio curioso della pillola, a contatto con l’acqua, le provoca un brivido. L’acqua diventa torbida. La schiuma bianca. Come i suoi occhi cerei. Come la sua pelle livida. Ma non c’è stupore. Non c’è meraviglia.

È tutto normale. Tutto consueto. Ordinario. Come la vestaglia di lei. Di Maria. Come i lamenti di lui. Di Remo. Il vecchio Remo. Che in camera da letto consuma lenzuola e fragili respiri. Di quelli che ognuno può essere l’ultimo.Trenta chili sì e no. Un fruscio di vita deposta tra i guanciali ingialliti. A fare l’abitudine all’eterno riposo che verrà. Che sta già arrivando. Nonostante le finestre chiuse, le porte sprangate. Sigillate. Che rendono quel caldo afoso ancor più insopportabile.

Si volta verso la mezzaluna, Maria. E i vetri riflettono il suo volto. Un gioco geometrico. Due mezze lune a formare un’unica, circolare, tristezza.

Ipocondria da vedova bianca. Crocerossina invocata. Svociata. Sfocata. È un sottofondo muto di masochistico abbandono. Per il tempo fuggito. Sfuggito. Dilapidato.

Non ha parole, Maria. Non ne ha più. E allora restituisce silenzio, e presenza fisica. Minima. Labile. Aerea. Passa il dorso della mano sulla fronte rugosa. Un gesto lento. Pesante. Carico solo d’angosciata stanchezza. D’inutilità.

Asciuga il sudore. Cerca di trattenere un urlo che sarebbe di rabbia e disperazione. Per quella mezza vita che scivola via stanca. Che si scioglie pigramente come la compressa nell’acqua.

Remo, nell’altra stanza, continua ad invocare. Ma più rabbioso, adesso. Arrochito. Sembra sia il male a parlare. Ad urlare. Non chiede adesso. Pretende. Impone. Di essere accudito. Assecondato. Aiutato. A tirare avanti. A sopportare il dolore. Chissà poi perché.

Per torturarla, questo pensa Maria. Che quel male, che cresce dentro Remo, ne stia annientando due, di vite. Lentamente, inesorabilmente, attimo dopo attimo, la malattia sgretola Remo e, con lui, Maria. Vinta, ogni giorno di più, dallo strazio. Dalla stanchezza. Dalla pena.

Ma lui la vuole. La pretende. La invoca. E usa tutto quel che resta di lui pur d’averla lì, accanto. A condividere anche quello. Dopo aver condiviso una vita intera.

Sposati cinquanta anni prima. Ad Orvieto. Il viaggio di nozze fu una passeggiata al pozzo di S. Patrizio. Per gettare la preziosa monetina nell’acqua. Il prezzo di un desiderio. Quello di restarsi accanto per sempre.

E quel soldino il suo dovere lo fece. Lo fece in pieno. Anche se oggi Maria si getterebbe scalza nell’acqua pur di ritrovarlo, raccoglierlo e gettarlo via. Il più lontano possibile e spezzare così quell’incantesimo, oggi sventurato. Maligno. Beffardo.

Per lei. E anche per Remo. Compagno di viaggio inciampato per strada. Caduto in disgrazia. Dimenticato da Dio.

Si avvia, Maria. A passo lento. Misurato. Studiato. Con estrema cura spenge la luce, uscendo dalla cucina.

La luna, adesso, occupa quasi tutta la finestra e travolge d’argento i suoi occhi. Mezzi aperti. Mezzi chiusi. Mezza lacrima ferma sul ciglio della strada.

Ha il bicchiere in  mano, Maria. Mezzo pieno. Dentro c’è la compressa. Mezza sciolta. E c’è mezzo corridoio da fare, per raggiungere la camera da letto.

Una lucina gialla, impalpabile, illumina quel poco che resta di Remo. Indifeso e offeso. Come fosse tornato bambino. Gli solleva il capo, Maria. E ogni volta si stupisce di quanto sia fragile. Esile. Con delicatezza lo aiuta a bere. Momenti di persa umanità.

Infatti è in quel momento che accade. Solo e sempre in quel momento. Quando l’acqua attraversa le labbra secche e la lingua arida. Perché in quel momento i loro occhi s’incontrano. E si parlano. Gli occhi. Unica cosa a restare uguale mentre il tempo passa e distrugge. Perché non invecchiano con noi, gli occhi. Non invecchiano mai. Niente rughe né segni. Né colori sbiaditi. Ed è in quegli occhi che Maria cerca Remo. E per un attimo s’illude che ci sia ancora. Remo, il suo Remo. In uno scintillio diverso. In uno sguardo antico di gioventù spavalda.

E se lo ricorda ancora, Maria, il suo Remo. Se lo ricorda bene. Quando folle d’amore, ebbro di gioia, la prese per la vita e per le mani e la condusse giù, per il rione Stella, di corsa fino al Duomo. E poi ancora più giù. Sempre di corsa. Il vento nei capelli. L’aria rosa nei polmoni, in un turbine di sorrisi e di parole. Fino alla fortezza spagnola. Ai bordi della piana di tufo. E finalmente quel bacio. Eterno. Liberatorio. Pianure verdi ai piedi che si concedono agli sguardi di chi si ama. E ama tutto ciò che lo circonda.

Nacque lì quell’amore. Su una panchina di legno verde, scheggiato qua e là da improvvisati poeti. Tra le parole d’amore sussurrate all’orecchio e i cuori disegnati con la punta delle scarpe, smuovendo la ghiaia bianca. Ora invece Remo è lì. Sul letto. Esanime. Spento. Uno straccetto bagnato gettato tra le lenzuola. Lo depone sul cuscino, Maria. Dolcemente, stavolta. Come farebbe una madre. Il bicchiere, ora vuoto, finisce sul comodino. Per l’ennesima volta la cerimonia è compiuta. Espletata. Formalità inutile da ripetere per tradizione senza più ragioni. Surrogato scientifico alle parole consolanti di un prete misericordioso.

Remo la chiama. Ancora. Ossessionante. Ossessionato. Ma stavolta per dirle grazie. Inaspettatamente. In un fugace lampo d’inattesa lucidità. Poi torna subito roco. E cattivo. Per rinfacciarle il dolore che dentro lo divora. Lo lacera. Lo strazia. E Maria… Seduta su tre guanciali. La camicia da notte come non se ne vedono più. Il cuore frantumato. Lo sguardo perso che incrocia quello della Madonna, nel dipinto appeso davanti al letto mentre culla il bambino. Dolce eppure fiera, nel dipinto davanti al letto. Ora solo una feroce metafora, per Maria. Che allunga una mano e sfiora quel poco di pelle che ancora protegge le fragili ossa di Remo. È un gesto che profuma d’umanità. Forse un saluto. Una buonanotte. O forse un addio. Per il Remo che non c’è più, in quel corpo straziato. In quella gelida voce roca.

Il respiro di lui si fa pesante, regolare. Si percepisce la fatica e lo sforzo che quel respiro impone. Ma per lo meno è riposo. Per quel che resta di Remo. E per quel che resta di Maria, che ha esaurito il suo compito quotidiano, e gli occhi finalmente possono chiudersi, mentre i cuscini l’accolgono. Soffici. Pietosi.Il sonno la vince senza colpo ferire. In pochi istanti. Pochi istanti di silenziosa pace. Per una notte che sa, sarà ancora lunga.

Quote Rosa

Venerdì, Gennaio 12th, 2007

Fernandel

Segnalo questa imminente uscita (si parla del 23 gennaio) per due motivi, ugualmente importanti e fondamentali.

Il primo motivo è che la copertina di questo libro-antologia si adatta in modo assolutamente perfetto al mio template.

Il secondo motivo è che, tra i racconti che ovviamente ancora non ho letto, si cela l’esordio cartaceo di una delle migliori menti della Nazione: Rael. Il suo racconto, anche da solo, vale il libro.

Oggi vi annuncio l’uscita. Poi, in seguito, parleremo dei contenuti. E di lei.

La presentazione ufficiale avverrà sabato 10 febbraio presso la libreria Irnerio di Bologna, nel tardo pomeriggio.

Belle Storie

Martedì, Gennaio 9th, 2007

Immagine e testo raccolti dal signor Effe, che temo abbia precise e circostanziate responsabilità, in merito a questo progetto.


online il primo numero di Buràn


Ci sono mondi che raccontano e si raccontano, là fuori. Mondi distanti e differenti, voci che chiedono ascolto.
Buràn annulla il silenzio che rende mute le voci, superando distanze e lingue altre.
In questo primo numero, la rivista ascolta 25 autori di 18 Paesi diversi (Angola, Antartide, Argentina, Corea, Francia, Guatemala, Hong Kong, India, Iran, Malesia, Marocco, Messico, Polonia, Portorico, Russia, U.S.A., Venezuela, Zimbabwe).
Buràn si articola secondo due scenari:
il Materiale morde la realtà, raccogliendo racconti, articoli, saggi, immagini e altri contributi intorno a temi concreti. Il tema di questo primo numero è il Lavoro, raccontato e visto da zone estreme del mondo;
l’Immaginario propone invece atmosfere e respiri e storie, portando sulla rivista l’altro e l’altrove della narrazione in rete.
Oltre agli autori, alla realizzazione di questo primo numero hanno contribuito 15 persone, tra redattori, progettisti grafici, webmaster, traduttori e navigatori della rete.
Buràn è nuovamente in viaggio per superare altre frontiere, e attende il contributo di tutti coloro che vorranno condividerne il viaggio.
Per contattare la rivista,
redazione@buran.it.
Per ricevere notizia delle prossime uscite (newsletter),
info@buran.it

Antonio

Lunedì, Gennaio 8th, 2007

Lo zio Antonio ha lavorato tutta la vita. Lavoro duro, in cantiere, di quelli che si comincia a 10 anni portando gli attrezzi ai capomastri per finire a dare consigli agli architetti neolaureati, che ti guardano con il ghigno arrogante di chi ha poca esperienza ma tanta presunzione. Che poi, sui solai appena costruiti con materiali di pessima qualità ci deve salire lui, mica l’architetto. Una volta un solaio si sbriciolò sotto i suoi piedi, e lui cadde tra i calcinacci e le travi da tre metri buoni. Da allora non è stato più lo stesso.
Lo zio Antonio, quando ascolta i giovani parlare di politica se ne sta in disparte, silenzioso, poi mostra le mani piccole e tozze, segnate dagli anni e dal lavoro, e dice: sono state queste, sempre, a darmi da mangiare.
Non scende mai in piazza per gli scioperi, semmai per discutere animatamente di calcio con gli odiati rivali cittadini, e lì si accalora, sciorinando dati, risultati, nomi di calciatori e statistiche indiscutibili. Ogni tanto s’impunta, cercando tra le pieghe della memoria qualche dato che era lì, un attimo fa, ed ora gli sfugge. Guai a suggerirgli qualcosa, ti blocca con la mano e ti dice “aspetta, che ne sai te”, e cambia discorso se la memoria continua a mancargli.
Eppure lui, come quelli della sua generazione, ha attraversato gli anni duri della ricostruzione, quelli delle lotte sindacali e delle conquiste inaspettate. Lui non si è neanche accorto, di quello che gli succedeva intorno. Non ha mai preso la patente, e sul  treno dei pendolari attaccava bottone con tutte le donne che gli capitavano a tiro, con il solo scopo di sentirsi importante, in gamba, alla faccia dei ragazzotti che in cantiere facevano i bulli e poi, davanti a due occhi azzurri, perdevano l’uso della parola. Andare in vacanza in un albergo in versilia, o in romagna era fuori luogo persino parlarne. Al massimo affittava la cabina per la famiglia ad Ostia, dieci minuti di macchina da casa, per poi usufruirne solo qualche domenica d’agosto.
Per evitare che l’unica figlia andasse a convivere, ha investito tutto quello che aveva messo da parte negli anni, per comprarle una casa. La liquidazione dilapidata per il suo matrimonio. È orgoglioso, lo zio Antonio, dei sacrifici fatti per quella figlia, e la nipotina arrivata poco dopo è la nuova ragione della sua vita.
Quando gli ho detto che scrivo, mi ha chiesto perché mai, con il mio titolo di studio in lingue, non sono andata a lavorare in un’agenzia di viaggi, o non ho fatto un concorso al ministero. Quando ci vediamo, alle feste comandate, mi abbraccia forte e dice “ah già, tu scrivi”, come se parlasse di una mia piccola latente follia.
Lo zio Antonio ha rotto con tutti. Non ne vuole più sapere. In fondo al cuore, forse senza neanche saperlo, pensa che essere stato il primo figlio maschio lo abbia obbligato a sacrificarsi per tutti, e che ora nessuno gli renda merito. Pensa che le due sorelle, nel cuore, non nutrano alcuna riconoscenza nei suoi confronti, pensa che il fratello minore, il più piccolo, abbia goduto di vantaggi e fortune che a lui sono state negate.
Lo zio Antonio, da quando è caduto giù dal solaio, non è più lo stesso. Adesso, invece di cambiare discorso, dice sempre quello che gli pesa sul cuore.

Denuncia di smarrimento 3

Mercoledì, Marzo 1st, 2006

In fondo alla stanza un uomo era seduto accanto ad un’altra, vecchia scrivania. Non era in divisa, anzi, i suoi abiti denotavano incuria o pochi mezzi economici. O ambedue le cose. Soltanto allora l’uomo manifestò la sua presenza, cogliendo di sorpresa il denunciante, ma lasciando indifferente il poliziotto. Proferì quella frase senza alcuna inflessione o tono, quasi fosse una stanca e noiosa cantilena ripetuta già milioni di volte. E soprattutto senza guardare verso nessuna direzione, come fosse cieco.

- Io ne avrei di cose da dire. O meglio le avevo, prima di smarrirmi. Ma nessuno ha mai voglia di stare a sentire. Sentire davvero, intendo. Mentre parli stanno già tutti pronti a prepararsi le cose da dire, in un eterno monologo a due, a tre, a mille.

- Dov’è che s’è visto, l’ultima volta? Sarà bene partire da questo, per la nostra ricerca. Dov’era, l’ultima volta che ha avuto coscienza di sé?

- Stavo effettuando il mio primo login, credo.

- Diamine, davvero alla lontana. Non sarà facile ritrovarla, sa. In verità le consiglio di non nutrire troppe speranze. Raramente ritroviamo qualcuno. – lo avvisò l’agente, come a volersi preparare alla sconfitta.

- Specie se quel “qualcuno” non ha nessuna voglia di farsi trovare - concluse l’uomo alle spalle, continuando a guardare in nessun posto.

- Vedete, è come se, trasportando una cesta di calzini appena lavati, qualcuno avesse fatto un percorso nuovo e ne avesse lasciato cadere, inavvertitamente, uno. Quel calzino è rimasto lì, nei secoli, perso, dimenticato, senza il suo calzino accompagnatorio, e senza che nessuno si sia preso la briga di andarlo a cercare. Ecco, diciamo che quel percorso, quello durante il quale mi sono smarrito, non è stato più fatto ed io mi trovo perduto in un luogo sconosciuto.

Un agente entrò improvvisamente nella stanza con un foglio in mano, si avvicinò al poliziotto che stava tentando di redigere la denuncia e glielo mostrò. Era la foto del denunciante, riverso su un tavolino, un lago di sangue.

Il poliziotto guardò più volte prima la foto, poi l‘uomo davanti a sé, prima di parlare.

- Devo darle una brutta notizia. Lei è morto -

- Dove? Quando? Non è possibile! -

- Guardi qui - e gli mostrò la foto - non è lei, questo? -

- Si, sono io, è vero. - ammise.

- Bene, nessuno meglio di lei poteva fare questo riconoscimento e almeno adesso il mistero è risolto. Torni a casa, ci dorma su, vedrà che domattina le sarà tutto più chiaro. -

- Si, ma … adesso resta da capire la cosa più importante. Chi di noi due è morto? -

Il vecchio cieco si alzò dalla sedia e si diresse senza apparenti difficoltà verso la porta - Probabilmente nessuno dei due. Ma una parte di te, quella si, che è morta.-

L‘uomo osservò il proprio nickname riverso sul tavolino e pensò: "Già, una parte di me. Peccato solo che fosse quella vera."

fine

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