Denuncia di smarrimento 2
È curioso, pensò l’uomo, come le stanze di cui ho bisogno sono sempre in fondo a destra. Poi si ricordò che non rammentava affatto una cosa del genere, e gli sembrò ancor più curioso quel pensiero, come se davvero non gli appartenesse. Se così non fosse stato, non avrebbe avuto senso la sua presenza, alle due di notte di un rigido inverno, in quella grigia stazione di Polizia alla periferia della città. Invece era lì, non poteva essere altrove, non in quel momento preciso della sua vita.
L’agente che abitava l’ultima stanza in fondo a destra era seduto dietro un tavolo vecchio e consumato, con fogli e scartoffie senza apparente ordine e con una macchina da scrivere così vecchia e malandata da fargli rimpiangere gli uffici del catasto, dove erano arrivati computer vecchi di due generazioni, certo, ma pur sempre computer.
Quell’uomo in divisa, invece, pareva condannato al passato perenne, come se fare una denuncia fosse ormai un atto obsoleto, anacronistico, e quindi fuori dall’evoluzione tecnologica. Pensò che gli sarebbe stato difficile anche compilarla, una denuncia, e a trovare tracce nella memoria sulla corretta procedura da seguire.
- Nome e cognome?
- Devo fare una denuncia.
- Le ho chiesto nome e cognome, però. Che denuncia deve fare?
- Smarrimento.
- Ah bene, serviranno i suoi dati allora. Cosa ha perduto?
- Io.
- Si lei, cosa ha perduto?
- Io. Me stesso. Mi sono smarrito.
- Nome e cognome?
- Lei crede che non sappia più dove abito? No, non è questo, io mi sono smarrito veramente.
- Lei dovrebbe, intanto, imparare a rispondere alle domande che le vengono poste. Se va oltre le mie domande, non mi aiuta di certo.
- Forse ha ragione, ma non posso farne a meno. Se qualcuno mi chiede dove vado, io rispondo non lo so. Anche se sto andando dal fornaio. Perché non penso si riferiscano al lato fisico della faccenda. Penso mi chiedano dove vado io, come uomo.
- E dove va?
- Non lo so, mi sono smarrito. E sono qui per questo, per la denuncia.
- Nome e cognome.
- Lei vuole dei dati certi, statici, inalienabili. Deve fare il suo mestiere, catalogarmi, ridurmi su un foglio di carta. Mi creda, se un nome e un cognome potessero rappresentarmi, ne avrei cambiati già milioni, tante sono state le volte che sono cambiato io.
- È per questo che abbiamo un nome e cognome. Per ritrovarci. Se lei mi fornisce questi dati, noi la ritroviamo subito.
- Chi ritrovate? Me, adesso? Un me di quattro anni fa? O addirittura un me di trent’anni fa, ricollegandomi a genitori, nonni, indirizzi vecchi di secoli?
- Ritroviamo lei. Lei è sempre lei, lo sa?
- Parla della materia? Oh mio Dio, ma neanche la materia è mai la stessa, così non fosse farebbe analisi e ecografie, con quel che costano?
- Lei è snervante, lo sa?
- Può darsi, ma non lo sono stato sempre. Vede? Anche in questo, non c’è continuità. Da bambino ero silenzioso e tranquillo, rispondevo sempre di si alla mamma per non farla soffrire o darle pensieri.
- Allora è stato bambino! Vede? Cominciamo a ritrovarci finalmente.
- Si è perso anche lei?
- No, lo dicevo per farla sentire compreso, è una tecnica psicologica, quella di far sentire all’altro la propria compartecipazione, l’empatia.
- Lei è un agente di polizia, cosa le importa di fare lo psicologo?
- È stato il mio sogno, fin da piccolo. Volevo fare lo psicologo, capire la gente, aiutarla a capirsi.
- Che utopia. Come fosse possibile capire anche solo se stessi. A me sembra di vivere in un luogo alieno, circondato da alieni, esseri stranissimi con niente in comune, con me.
- O forse è lei, a non avere niente da dividere, da comunicare. – disse una voce alle loro spalle.
Denuncia di smarrimento
L’uomo si presentò alla stazione di polizia quando erano ormai le due di notte. Era un inverno freddo, come non se ne vedevano più da anni, con la neve, il vento gelido, i vetri delle finestre appannati e i bambini a disegnare con il dito i ricordi delle vacanze.
L’uomo oltrepassò la soglia, senza che nessuno frapponesse ostacolo, né gli fornisse informazioni, e si trovò davanti un lungo corridoio, sul quale si affacciavano, ai lati, numerose stanze. Alcune avevano le porte aperte, altre erano chiuse. Tutte però avevano un numero progressivo, a partire dal 3.
Timidamente, il passo incerto, l’uomo si avviò lungo il corridoio e si chiese, senza darsi risposta, se fosse meglio fare rumore, per invitare qualcuno ad uscire, oppure muoversi di soppiatto, per individuare da solo la stanza giusta. Fu interrotto proprio mentre, furtivo, stava guardando nella seconda stanza del lato destro, la numero 6, da un agente che l’aveva visto passare davanti alla prima.
- Cosa fa?
- Devo fare una denuncia.
- A quest’ora?
- C’è un orario, per le denunce?
- No, non c’è un orario. Mi domandavo se fosse tanto urgente da uscirci di casa.
- Non ci sono uscito di casa. Ero già fuori.
- Un furto?
- No, smarrimento.
- Ultima stanza, in fondo a destra. Numero 12.
continua…
Incipit
Come promesso ecco l’incipit della nuova storia. Il lavoro procede bene e due capitoli sono già alla prima stesura completa. Intanto eccovi questo primo brano, mi piace l’idea di condividerlo con voi.
Cap.1
Vendetta. Si, la vendetta. Quella vera, intendo, quella da portare avanti fino in fondo, fino alle estreme conseguenze, procrastinando la sua fine in uno stillicidio spietato. Lasciate stare tutti quei pavidi eroi della poltrona che minacciano invano azioni che non saranno mai capaci di compiere. Io sto parlando di vendetta vera; sto parlando di notti intere consumate a tavolino tracciando linee precise d’azione e piani perfetti nella loro estrema ferocia. Sto parlando di torture, di distruzione scientifica, d’annientamento fisico e morale. Sto parlando di privazioni, di ferite, di dolore portato alla massima espressione e mantenuto vivo, nel suo picco più alto, il più a lungo possibile. Sto parlando di una morte salvifica, invocata, implorata e per questo negata, rimandata all’infinito, oltre ogni possibile umana resistenza.
Sto parlando di me, di ciò che ho fatto, lucidamente, freddamente, cose che il solo pensarle vi farebbe star male. Cose che accadono anche ora, in questo preciso istante, mentre scrivo, adempiendo ad un compito che ritengo dovuto, perché serva da monito, perché tutti sappiano, e possano imparare. Lo devo a me stessa, perché voglio che nulla, di questa vendetta, vada perduto. Perché lui è ancora nelle mie mani e ancora lo sarà, spero per molto. È la vendetta, adesso, la ragione e l’essenza, il motivo e la conseguenza. Vive e si nutre di se stessa, la mia vendetta, e per questo è inestinguibile, insaziabile, eterna.
Ogni giorno, quando mi affaccio nello scantinato dove lui è prigioniero, lo guardo e vedo tutto quello che mi è stato negato. E il lampo di terrore che s’accende nei suoi occhi è il mio orgasmo, la mia estasi, la ragione della mia vita, quella che lui ha distrutto, quella che mi ha rubato.
Adesso tocca a me, la donna che lui, ironia del destino, chiamava “faccia d’angelo”. Ora, anche se potesse parlare, non mi chiamerebbe più così. Oh no, non lo farebbe.
Solo che non può. Non può più parlare. La prima cosa che ho fatto, quando è caduto in mio potere, è stato tagliargli la lingua con le cesoie, le stesse che usava per curare le piante del giardino. Quando l’ho fatto, guardandolo dritto negli occhi, gli ho detto semplicemente questo:
-Ora tutto ciò non sei mai stato capace di dire a me, non potrai più dirlo a nessuna.-
Il signor De Marco
Il signor De Marco era un genio. Assolutamente. Il signor De Marco era talmente genio che si comportava da genio, ragionava da genio, si poneva nei confronti degli altri da genio e, ovviamente, si trattava con il dovuto rispetto e la rigida deferenza che spettavano al genio.
In tutta questa storia, apparentemente semplice e lineare, c’era un solo neo, una sola falla, ed era che l’unico a considerare il signor De Marco un genio, era il signor De Marco medesimo. Questo, naturalmente, dava una connotazione del tutto originale alla faccenda, portando a concludere frettolosamente che il signor De Marco, purtroppo per lui, non era oggettivamente un genio.
Non lo era per il mondo, non lo era per il suo capoufficio, e non lo era nemmeno per la sua portinaia la quale, invero, si concedeva persino il lusso di trattarlo con una sufficienza e un disprezzo decisamente fuori luogo, considerando i ruoli e le diverse classi sociali cui i due appartenevano. Questo fatto lo imbarazzava non poco, poiché lo riteneva, in cuor suo, un atteggiamento profondamente ingiusto.
Il signor De Marco aveva cercato a lungo una spiegazione per questo fenomeno, trovando rifugio nell’unica tesi consolatoria che aveva trovato: il mondo, evidentemente, non era ancora abbastanza evoluto da prendere atto della sua indubbia genialità.
Tuttavia il signor De Marco sapeva bene che il mondo non lo considerava un genio per un motivo molto semplice e cioè che mai, in vita sua, aveva dato dimostrazione di tale genialità, quindi tutta la faccenda non poteva che restare strettamente circoscritta alla sua persona.
Eppure il signor De Marco era un genio. Assolutamente. Ne era così convinto da essere pronto a scommettere qualunque somma sulla sua genialità, e la ragione, ai suoi occhi, era così chiara che presto, ne era certo, sarebbe stata altrettanto chiara a tutti.
Per esempio sapeva benissimo che sarebbe stato in grado di governare qualunque nazione molto meglio di chiunque altro, compreso chi la stava governando. Sapeva, senza ombra di dubbio, che sarebbe stato capace di realizzare film da Oscar se solo gli fosse stata concessa l’opportunità e i mezzi per farlo. E che dire, poi, della letteratura. Ogni qualvolta terminava di leggere un libro, non poteva esimersi dal constatare che lui, indubbiamente, sarebbe stato capace di scriverlo molto meglio, con parole più appropriate e con una profondità di pensiero sconosciuta a qualunque autore, che fosse contemporaneo o meno. Certo, non lo aveva ancora scritto, il signor De Marco, un libro tutto suo, ma questo non significava niente.
Circolava, per casa De Marco e solo lì, una sua versione di “Guerra e Pace” che, secondo lui, avrebbe fatto arrossire di vergogna e d’inettitudine Tolstoj in persona.
Ma la sua genialità non si esauriva certo nel campo della politica o dell’arte, benché in questi ambiti, a suo giudizio, si esprimeva meglio. Anche nelle faccende di tutti i giorni il signor De Marco dispensava saggi di superiore intelletto che avrebbero dovuto indurre il mondo a riflettere. Quando, per esempio, si presentava in casa sua un idraulico o un elettricista, era un continuo consigliare, suggerire, interagire con loro, nel tentativo di cavare da quelli che considerava degli autentici incapaci, un lavoro degno d’essere considerato tale.
La lettura mattutina dei quotidiani, per il signor De Marco, era un’autentica tortura. Si domandava per quale oscura ragione gente che aveva difficoltà insormontabili con le più basilari regole della lingua italiana avesse l’opportunità di scrivere su giornali importanti e lui, che era un genio, invece no.
Questo spiccato senso critico che permeava le sue valutazioni, e che sgorgava spontaneo di fronte ad una qualunque attività umana, l’aveva vieppiù convinto d’essere un genio e francamente, a sentirlo parlare, non v’era dubbio alcuno che lo fosse veramente, tale era la forza delle sue perentorie affermazioni.
Insomma, il signor De Marco era un genio, assolutamente, e sarebbe stato in grado di fare qualunque cosa meglio di chiunque altro. Da questo concetto, a suo modo di vedere, non si poteva prescindere.
A dire il vero, da un’attenta analisi della sua biografia, alcuni particolari potevano indurlo a dubitare egli stesso delle sue qualità, di quella presunta genialità, ma in fondo erano piccoli insignificanti dettagli. Piccoli, stupidi, insignificanti dettagli, retaggio di trascorsi infantili e adolescenziali che non potevano, in alcun modo, macchiare un così fulgido esempio di cristallina e sovrannaturale genialità.
È vero, i suoi risultati scolastici erano stati pessimi, e il conseguimento del diploma era stato accolto, in famiglia, come un piccolo miracolo tanto che il padre, alla sua richiesta d’iscriversi all’università, aveva risposto con una fragorosa risata. Ma il giovane De Marco non s’era certo perso d’animo, e nonostante il percorso verso la laurea si fosse trasformato ben presto in un autentico calvario, era comunque riuscito nell’intento, sebbene con la votazione minima e tra i sonori fischi del pubblico. Il signor De Marco aveva però, anche per questo, una chiara e indiscutibile spiegazione. L’ostracismo nei suoi confronti nasceva dall’irriducibile avversione che da sempre i docenti avevano nutrito nei suoi riguardi, proprio in virtù di una genialità che, nell’ambito accademico, risultava sempre ingombrante e fastidiosa.
Anche nel privato questa presunta genialità s’era scontrata spesso con i fatti. Ma i reiterati insuccessi con le donne, a detta del signor De Marco, erano anch’essi riconducibili, senza sforzo, a quella sua condizione di privilegiato mentale. Aveva, infatti, la radicata convinzione che le donne trovassero insuperabili difficoltà a rapportarsi con una mente siffatta. Troppo intelligente, troppo colto, troppo saggio, insomma, troppo tutto. Era fatale che una donna, accanto a lui, si sentisse irrimediabilmente frustrata. Il genio, si sa, è un elemento ingovernabile e questo, inutile negarlo, una donna non riesce proprio ad accettarlo.
Per questa ragione gli erano sempre stati preferiti uomini lineari, solidi, metodici, magari noiosi ma placidi, e sostenuti spesso da robusti conti bancari.
A tutto ciò il signor De Marco non poteva certo far fronte. Il genio, è cosa nota, si nutre di arte e di elevate forme di cultura. Il genio, e anche questo è cosa nota, volteggia aereo e impalpabile sulle umane traversie toccandole appena senza esserne sfiorato. Il genio, in sostanza, non può certo abbassarsi al vile, infimo livello di un accumulatore di denaro.
Il signor De Marco, da vero genio qual era, accettava con stoica fierezza gli inevitabili svantaggi imposti dalla sua condizione. L’unico guaio consisteva nel fatto che non essere unanimemente riconosciuto come genio gli impediva di usufruire di tutti i vantaggi dell’esserlo. Tuttavia riusciva ad affrontare anche questa controversia con ammirevole stoicismo. L’avere coscienza d’essere un genio, per lui, era motivo più che sufficiente per sentirsi realizzato. E tanto gli bastava.
Perché, detto in confidenza, il signor De Marco era veramente un genio. Assolutamente. A testimoniare e sostenere questa tesi v’era un fatto reale, tangibile, di fronte al quale nemmeno il più accanito oppositore avrebbe potuto controbattere. Un fatto che accadde pochi giorni prima del suo matrimonio.
Il signor De Marco aveva dato alla signorina Laura, sua futura sposa, le chiavi del loro nuovo appartamento, per consentirle di portare lì parte delle sue cose nell’attesa della cerimonia, a seguito della quale si sarebbero trasferiti. Quella stessa sera però, aveva deciso di andare anch’egli nella casa, con la lodevole intenzione di aiutare la signorina Laura nel trasporto e la sistemazione.
Quando s’affacciò silenziosamente sulla camera da letto, il signor De Marco si trovò davanti ad una scena sorprendente. La signorina Laura stava facendo l’amore niente meno che con il testimone di nozze, nonché miglior amico, del signor De Marco. La futura sposa, completamente nuda, cavalcava selvaggiamente l’uomo il quale, sdraiato sotto di lei, ne assecondava i movimenti tenendo le mani strette sui suoi seni rigogliosi e incitandola con frasi irripetibili.
Il signor De Marco, senza cedimento alcuno, osservò la scena per tutta la sua durata, senza lasciarsi sfuggire una sola parola e seguendo le sensuali evoluzioni dei due amanti con distaccato ma palese interesse. Osservò attentamente le posizioni, i movimenti, registrò persino gemiti e mugolii, annotando mentalmente quello che accadeva davanti ai suoi occhi con la freddezza e l’obiettività di una telecamera.
Quando i due ebbero finito, e cedettero esausti al sonno dei giusti, il signor De Marco riavvolse il suo nastro mentale ed uscì silenziosamente di casa, lasciando gli amanti al meritato riposo.
Scese furtivo le scale, raggiunse il portone e una volta in strada, mentre le immagini scorrevano nuovamente davanti ai suoi occhi, scrollò il capo e si concesse una sonora risata. Alla portinaia, che lo guardò esterrefatta dalla finestra livello suolo del seminterrato il signor De Marco rivolse queste semplici, illuminanti parole:
-Che pena, signora mia, che pena. Lei non ci crederà, lo so, ma io l’avrei scopata mille volte meglio di lui!-
Non c’era alcun dubbio. Il signor De Marco era davvero un genio. Assolutamente.
L’ultimo Samurai
Secondo racconto della serie Blogger-Life qui su Splinder, dopo quelli pubblicati già su Excite. Dopo "La farfalla allo specchio", dedicato a Niobe, eccovene un’altro. Ripeto, come al solito, che non si tratta di racconti volti a definire le reali caratteristiche delle persone in questione, bensì racconti che nascono da ciò che queste persone mi suscitano, a prescindere poi dal fatto che io possa o meno tratteggiare qualcosa che riguardi effettivamente la loro personalità.
Leo restò qualche secondo immobile, la maniglia in mano, poi richiuse la porta della sua stanza, e si mise definitivamente alle spalle l’idea di uscire di casa. Riaccese lo stereo, pressò nuovamente il tasto repeat, e si sedette sul letto, ricominciando a torturarsi l’anima con quell’unica canzone. Lo faceva da anni ormai, da sempre forse, e puntualmente riusciva a trovare la canzone che meglio rappresentava il suo stato d’animo per martellarsi il cuore fino a stordirlo.
C’era una sottile vena di masochismo in questo, come se il bisogno primario non fosse superare il malessere, bensì amplificarlo a dismisura, per rendere quella sensazione dolorosa immensa e totale. Come un calice di veleno da bere fino all’ultima goccia di spremitura, per trovare, in quel sentimento di disagio, i motivi e le finalità, la partenza e l’arrivo, senza curarsi invece di trovare il modo di uscirne e concedersi alla serenità.
Sarà che in fondo essere sereni è così noioso. Molto meglio un bel tormento interiore che ti devasta l’anima e ti costringe a sanguinare, quasi che in quel sangue ci sia la testimonianza della propria vita.
Guardò il telefono e si disse che forse sarebbe stato meglio chiamarla, evitando un confronto diretto che l’avrebbe di certo prostrato. Già perché Leo gli incontri non li viveva. Li desiderava e li ricordava, senza niente in mezzo. Amava il prima, quando la fantasia poteva svolazzare libera immaginando possibili scenari, amava il dopo, quando rivivendo l’accaduto modificava a suo piacimento azioni e dialoghi in un crescendo di “avrei dovuto fare questo”, “avrei dovuto dire quest’altro”. Rivivendo e reinventando dava a sé stesso una dimensione diversa e nuova, più simile a ciò che voleva essere e non riusciva a mostrare. Questo contrasto interiore era ciò che spesso gli impediva di uscire per andare ad un appuntamento, di fare una telefonata, di godersi una passeggiata o una cena tra amici.
Accantonò il proposito di telefonare quando lo stereo suonò per la quarta volta “brothers in arms”, prese carta e penna e si dedicò alla stesura di una lettera. Era indubbiamente la cosa migliore da fare, una lettera. Poteva scriverla e riscriverla tutte le volte che voleva, riflettendoci sopra per tutto il tempo necessario, cercando di renderla più vicina possibile al suo pensiero. Inoltre, vantaggio non da poco, poteva sbagliare frase e poi appallottolare il foglio per gettarlo nel cestino, cosa che, in una conversazione diretta, non gli sarebbe stato concesso.
Ne appallottolò almeno sei, prima di sentirsi soddisfatto del lavoro svolto, ma questo, ovviamente, non significava nulla. Avrebbe rimuginato per giorni sull’opportunità o meno di spedirla e poi, con maniacale ripetitività, sarebbe avvenuto qualcosa a modificare la situazione esistente rendendo inutili e obsolete le sue parole. A distanza di una settimana anche la lettera approvata sarebbe andata a fare compagnia, opportunamente appallottolata anch’essa, a tutte le altre.
Leo era perfettamente cosciente di questo circolo vizioso che si ripeteva da anni, tuttavia non riusciva a modificarlo né tanto meno, a farsene una colpa. Certe volte si crucciava, è vero, ma erano brevi momenti, solitamente figli di qualche delusione. Sono fatto così, non posso farci nulla, era una delle frasi preferite che si ripeteva, da un lato per giustificarsi, dall’altro per evitare di mettere mano a sé stesso e impegnarsi in un piccolo sforzo.
Quando Claudia spalancò la porta della sua stanza, Leo trasalì, per quell’apparizione improvvisa e inaspettata. Non si curò affatto dell’espressione carica di rabbia dipinta sul volto di lei, bensì si preoccupò unicamente del suo abbigliamento, che tirando un sospiro di sollievo giudicò idoneo all’occasione, e dell’ordine della sua stanza, in questo caso meno soddisfacente. Indossò la maschera dello stupore e cercò, nell’archivio degli atteggiamenti prestampati, quello più adatto alla circostanza.
Non sapeva, Leo, che stavolta non gli sarebbe servito a molto. Con uno scatto raggiunse lo stereo e lo spense, pensando che la musica non fosse adatta al momento o che forse lei non amava quella canzone o che forse il volume era troppo alto o qualche altro “forse” più confuso, e non appena lo ebbe fatto si ritrovò gli occhi fiammeggianti di Claudia ad un palmo dai suoi.
Senza dir nulla Leo cercò disperatamente di decifrare quei segnali. Perché Claudia era lì, perché era arrabbiata, e con chi? Cosa poteva averle fatto? In quale maniera poteva aver generato in lei quello stato d’animo, e quale reazione poteva attendersi? E poi, dato fondamentale, in quale maniera doveva porsi, nei suoi riguardi, in quella circostanza?
Tutte queste domande caddero a terra frantumandosi come bicchieri di cristallo quando un violento ceffone raggiunse il suo viso spedendolo seduto sul letto alle sue spalle.
Gli occhi sbarrati, il cervello improvvisamente fuori uso, Leo guardò Claudia che in piedi, davanti a lui, teneva ancora la mano sospesa a mezz’aria. Cercò disperatamente una frase giusta per l’occasione ma il cervello, maledetto lui, sembrava proprio aver deciso di abbandonarlo al suo destino. Si tirò un po’ su, senza alzarsi, ma in quel momento Claudia si protese verso di lui, per fare in modo che le parole gli sbattessero per bene in faccia, senza pericolo di fraintendimento.
“Lo sai cosa sei Leo? Niente, non sei niente! Mi hai lasciato ad aspettare una tua telefonata per tutto il giorno ben sapendo che non aspettavo altro. E seppure non lo avessi saputo il desiderio di vedermi avrebbe dovuto darti il coraggio di rischiare e di chiamarmi. Ma non l’hai fatto. Ci sono due risposte, per questo. O non ti piaccio abbastanza, e allora avresti dovuto avere il buon gusto di dirmelo, oppure non hai avuto il coraggio di alzare quel telefono per invitarmi ad uscire. In entrambi i casi, Leo, questo schiaffo è esattamente quello che ti meriti.”
Detto questo Claudia girò i tacchi e uscì dalla stanza. Leo udì chiaramente il rumore della porta chiudersi, ed i suoi passi sulle scale mentre s’allontanava.
Si passò una mano sulla guancia indolenzita e arrossata, poi scattò in piedi e spalancò tutte le porte che lo separavano dalla strada. Quando finalmente raggiunse Claudia la prese per le spalle, la voltò verso di lui e la baciò, tanto a lungo e con tale passione da lasciarla senza fiato. Quando infine scese dalle sue labbra la guardò dritta in faccia, per avvalorare la fermezza delle sue intenzioni, e attese che lei riaprisse gli occhi.
Claudia riprese fiato, lo squadrò in volto e poi gli disse:
“Quanto ci hai pensato, prima di farlo?”
“Nemmeno un secondo.” Rispose lui di getto, sorpreso egli stesso da quell’immediatezza inconsueta.
“Sono le cose che riescono meglio…” disse Claudia, chiudendo gli occhi. Leo non ricominciò a pensare. La baciò soltanto. Un altro milione di volte.
La Farfalla allo Specchio
La stanza per l’interrogatorio è pronta da un pezzo, e le cose sono tutte ben messe al loro posto. C’è il tavolo, le due sedie, gli incartamenti impilati e sistemati dentro le cartelline, la bottiglia d’acqua e il posacenere.
La lampada al neon getta una luce fredda e biancastra, da sala operatoria, su tutto l’ambiente, cosicché l’agente di custodia, in piedi accanto alla porta, sembra ancora più pallido di quanto non sia.
In realtà è solo teso e preoccupato, per un incarico che avrebbe rifiutato volentieri, se solo avesse potuto. Lui come tutti i suoi colleghi, nessuno escluso. Sull’unica sedia occupata, infatti, siede niente meno che Greta Leo, la più nota e crudele criminale del momento, un autentico mostro di malvagità e ferocia, nonostante, all’apparenza, sia solo una graziosa ragazza di nemmeno 30 anni.
L’agente di custodia sembra fissare un punto indefinito davanti a sé, sulla parete opposta, ma in realtà sta utilizzando la visione periferica per controllare la donna evitando accuratamente d’incrociare il suo sguardo. Gli è capitato di farlo una volta, e non vuole assolutamente ripetere l’esperienza.
In quegli occhi regnano un gelo e una rabbia che fanno rabbrividire di paura vera, una paura che viene voglia di correre a perdifiato più lontano possibile gridando fino a spaccarsi la gola.
Tuttavia Greta non lo guarda affatto, impegnata anch’essa nel fissare un punto immaginario davanti a sé e perduta dentro pensieri che nessuno è in grado d’interpretare. Nessuno al mondo.
Nessuno tranne la persona che sta per entrare in quella stanza e che deve interrogarla. La stessa persona che l’ha inseguita, scovata e infine catturata. La persona considerata la numero uno nel campo. La migliore. Selina Bivio, laureata in psicologia e criminologa di fama mondiale.
È una strana storia questa, ricca di curiosi dettagli e strane coincidenze. Come, per esempio, che siano nate entrambe lo stesso giorno, mese, anno, e per di più nella stessa città e nello stesso ospedale. Oppure come il fatto che sia stata proprio Greta a cercare Selina per fare in modo che fosse lei, la dottoressa Bivio, ad occuparsi del caso e mettersi sulle sue tracce.
Per non parlare della cattura, che ai testimoni oculari parve più un incontro che un arresto. Nessuno ebbe l’impressione di trovarsi davanti ad un’operazione di polizia, quanto piuttosto ad un evento che il destino voleva a tutti i costi si compisse. Come se metterle una di fronte all’altra fosse l’unico modo per risolvere le loro vite.
Selina sta facendo aspettare Greta di proposito, utilizzando una tecnica già sperimentata. Sa bene che generare ansia, impazienza e stanchezza porta sempre buoni risultati specie se poi, durante il confronto, si riesce anche a far perdere il controllo all’imputata. In questo caso, però, sarà dura, perché Greta è fredda e glaciale come nessun’altra.
Selina non ci pensa e non ci bada. Dentro di sé sa che può farcela, che può vincere, se resiste al desiderio di cedere le armi alla rabbia e al rancore, perché è molto più forte di Greta. Lo è per intelligenza, per carattere, per cultura e per valori morali. Insomma, senza falsa modestia tra le due non c’è partita.
Gli sguardi di chi siede nella stanza accanto, separata solo da un vetro travestito da specchio, tradiscono apprensione e paura. La posta in palio è alta, e non sono ammesse sconfitte.
Ci sono i rappresentanti del governo, il capo della polizia, altre illustri personalità. Ci sono anche i genitori di Selina in quella stanza, seduti timidamente in un angolo, all’insaputa della figlia.
Selina è nel suo ufficio, in piedi davanti allo specchio. Osserva attentamente quel volto riflesso cercando negli occhi, nelle labbra, in un’espressione qualcosa che le somigli, che le appartenga davvero.
Il freddo che quell’immagine le rimanda, però, quel senso di rigorosa razionalità che nota in quella figura slanciata e bella, sembrano appartenere a qualcun’altra, non a lei. Eppure è così che vuole essere, così che vuole mostrarsi. Così decise, tanto tempo fa.
Peccato che essere e mostrare siano cose troppo differenti per sovrapporsi perfettamente una all’altra. Alla figurina del mostrare scappa sempre fuori qualche pezzetto di essere che puntualmente lei nota, pure se il resto del mondo pare non farci caso. È per questo che forse è giunto il momento di rivedere qualcosa, di cambiare qualcosa.
Controlla un’ultima volta l’orologio, poi prende la borsa e si lascia alle spalle l’ufficio, in preda ad un’agitazione nuova per lei, considerata da tutti una gelida macchina da guerra, capace di vivere per il lavoro 24 ore su 24, senza mai cedere alla stanchezza o ai sentimenti.
Ambiziosa, volitiva, capace e razionale, testarda al punto da piegare uomini e cose al suo volere, con le buone o le cattive. Ammirazione e paura si mescolano in tutti quelli che, in un modo o nell’altro, hanno a che fare con lei. Colleghi, superiori, sottoposti, criminali, tutti la temono e la stimano in ugual misura anche se alcuni, quelli più smaliziati e intelligenti, hanno compreso da tempo che Selina è tanto una profonda conoscitrice dell’animo altrui quanto ignara del proprio.
Quando finalmente varca la soglia della stanza, l’agente di custodia si raddrizza prontamente, salutandola con deferenza e un po’di timore. Quello che sta per cominciare è un confronto al quale sarà doloroso assistere, ed il fatto che tutto ciò sia inevitabile non consola nessuno.
Selina prende posto dinanzi a Greta senza degnarla di un solo sguardo, né di una parola. Poi sistema con cura le sue carte e si versa lentamente dell’acqua.
Greta continua a fissare dritto davanti a sé, solo che adesso, invece di un punto indefinito, sulla sua traiettoria ci sono gli occhi bassi di Selina, impegnata a fingere di essere ancora occupata.
Quando infine le sue mani trovano pace e l’anima sembra pronta, blocca ogni movimento e solleva il capo, in modo che le due traiettorie s’incontrino a metà strada, per cominciare una specie di tiro alla fune come se un ideale filo unisse gli occhi di Selina a quelli di Greta con un fiocco rosso a segnare il mezzo.
Per almeno un minuto tengono gli occhi fissi in quelli dell’altra, poi una delle due finalmente cede, ed è Greta a farlo.
Greta: Ti ci vuole ancora molto? Cazzo, ma non sei neanche capace di fare un interrogatorio? Ma sei così scarsa?
Selina: Tu sei molto brava, invece. Sei riuscita a farmi tre domande con una frase sola.
Greta: Te la farò passare in fretta la voglia di giocare con me, stronzetta! Io posso tutto, ho il controllo assoluto su di te!
Selina: Dimmi perché l’hai uccisa Greta.
Greta: Perché non valeva un cazzo, valeva meno di niente, una nullità assoluta, un peso morto. Per la sua famiglia, per la società, per tutti. Non era in grado di affrontare niente, di dimostrare niente. Non meritava di vivere.
Selina: E allora hai pensato bene di ucciderla. Lentamente, giorno dopo giorno, attimo per attimo, senza nessuna pietà.
Greta: Ho fatto quello che dovevo fare, e se tu sei così stupida da non capire che era l’unica cosa da fare, è un problema tuo.
Selina: E come reagiresti se ti dicessi che lei non è morta? Che è ancora viva?
Greta: Ahahahah!! Cazzate! Tutte cazzate! Ma chi vuoi prendere in giro, eh? Io so fare bene il mio lavoro, cocca. L’ho distrutta, devastata, sono stata lenta ma inesorabile. L’ho ridotta una larva, capace solo di autopunirsi, come se già non bastassi io a farlo. L’ho portata ad odiarsi più di quanto la odi io. Fino al colpo di grazia.
Selina: Eppure non è morta, cara Greta.
Greta: Certo che è morta! Che cazzo stai dicendo? È morta e sepolta, l’ho vista io, con i miei occhi.
Selina: Niente affatto. Era conciata male, questo è vero, ma non abbastanza perché non riuscissi a salvarla.
Greta: Mi stai mentendo! Tu mi stai volutamente e spudoratamente mentendo! È morta! Non esiste più, l’ho annientata, cancellata dal mondo quell’incapace, quella stupida, quella…
Selina: Ti stai scaldando troppo, Greta, poi ti fa male.
Greta: Non ti azzardare a dirmi cosa posso e cosa non posso fare Selina! Solo io posso, solo io! Tu non sei niente, non sei nessuno. Tu esisti solo perché esisto io, senza di me non saresti niente, niente! Sei arrivata dove sei ora solo per merito mio. Per merito mio!
Selina: Lo credi davvero, Greta? Ci credi davvero a quello che dici? Io ho un’altra teoria, invece.
Greta: Cos’hai tu? Una teoria? Ma fammi il piacere! Una teoria tu. Sei ridicola. Ridicola e patetica.
Selina: Le tue parole non mi fanno più male, Greta. È un problema questo, per te?
Greta: Non fingere con me, stronzetta! Credi non lo sappia che ogni mia parola è una pugnalata per te? Ma chi vuoi fregare? L’unica idiota che puoi fregare è te stessa, scema!
Selina: Lo sai che in parte hai ragione? È vero, si, è stato così. Per tanto tempo. Ma ora non più. Ora basta.
Greta: Ora e per sempre, Selina, ora e per sempre. Sei nelle mie mani, sei sempre stata nelle mie mani. La mia bambola preferita in carne e ossa. Che bello usarti come una bambola, sei così…così…manovrabile. Posso farti fare tutto ciò che voglio.
Selina: Mi stai manovrando anche adesso, Greta?
Greta: No, ora no. Ma per mia scelta. Voglio dimostrarti che non vali niente, che sei un incapace, una stupida inutile bambola di pezza.
Selina: Hai fatto male i tuoi calcoli, Greta, molto male. Un errore veramente grossolano. Non avresti dovuto lasciarmi un solo istante.
Greta: E perché? Sei capace di fare qualcosa da sola, tu? Ma non farmi ridere!
Selina: Io posso tutto, Greta, tutto. Perché se sono riuscita a fare ciò che ho fatto nella vita, nonostante te, posso veramente fare tutto, e meglio di chiunque altro, se mi ci metto.
Greta: Se ti ci metti? Ahahahaha!! Illusa! Stupida! Se ti ci metti! Ahahahahh! E quando mai ti ci sei messa, se davanti alle difficoltà sai solo scappare!
Selina: Invece eccomi, Greta. Qui, davanti a te. Mi ci sono messa alla fine, hai visto?
Sei finita. È te che devo chiudere, te che devo far tacere, non il mio cuore, o le persone che amo. Ho i miei obiettivi, Greta, e ho tanto amore, dentro di me. Non ho più intenzione di sprecare niente. È la mia vita, è tempo che io me la riprenda.
Greta, sguaiatamente e con il volto deformato dall’ira, continua a ridere forte. È una risata cattiva, malvagia, diabolica. In quella risata, semmai ce ne fosse ancora bisogno, Selina percepisce pienamente tutto l’odio e la rabbia che Greta si porta dentro.
Com’è semplice, adesso, capire quanto l’odio e la rabbia possono essere un freno, un ostacolo insuperabile, una zavorra che impedisce qualsiasi movimento.
La decisione che Selina ha dentro da secoli prende corpo e forza in pochissimi istanti. Si alza di scatto e veloce come una pantera raggiunge l’agente di custodia, sempre fermo accanto alla porta. Con un gesto rapido gli sfila la pistola, prende con cura la mira e spara!
Un colpo solo, secco, preciso, al centro della fronte, a cristallizzare il volto di Greta in una maschera orribile, spaventosa, come se tutto l’odio del mondo fosse morto con lei, come se fuori da quella stanza fossero rimasti solo amore, gioia, serenità e tanto tanto sole.
La faccia di Greta crolla di schianto sul tavolo mentre la pistola scivola via tra le dita di Selina e finisce a terra, con un tonfo sordo.
Dietro il finto specchio gli uomini si scambiano strette di mano e gioiose pacche sulle spalle. In un angolo i genitori di Selina si stringono in un dolcissimo abbraccio cedendo volentieri al pianto.
“Sono orgoglioso di mia figlia” dice lui, mentre lei annuisce ridendo tra lacrime di gioia. Nel cuore di entrambi solo il desiderio di abbracciare forte quella figlia che mai avevano amato per quanto era giusto, per quanto meritava. Un abbraccio che non le avevano mai concesso e che, da ora, non le sarebbe più mancato.
Selina guarda Greta, la testa riversa sul tavolo e il sangue scuro, quasi nero, a formare una macabra pozza che dal piano del tavolo scivola denso sul pavimento, poi sente venirle meno le forze, sente cedere le gambe, le palpebre diventare pesanti e insostenibili. Sapeva che sarebbe stata dura ma forse sperava non così. Non così tanto.
L’agente di custodia, che fortunatamente è proprio dietro di lei, fa giusto in tempo a tendere le braccia per sorreggerla, mentre Selina perde i sensi e scivola giù.
È ormai giorno fatto, quando Selina riapre gli occhi sul mondo, e sul soffitto della propria stanza. Fruga nella sua testa alla ricerca delle giuste coordinate ma le ci vuole un po’ per capire che giorno è, e dove si trova.
Poi la porta, dopo un timido bussare, lentamente si apre lasciando che i profumi dolci di un caffellatte fumante e biscotti appena sfornati invadano la camera di vita, di sapori e di colori che regalano emozioni anche ad occhi chiusi.
Dietro il vassoio c’è il volto comprensivo di sua madre, che le sussurra un buongiorno carico di tenerezza per poi appoggiare la colazione sul comodino di fianco al letto. Scosta un po’ le tende, permettendo ad altra luce di portare vita in quella stanza, poi siede sul bordo del letto, accanto a Selina, per scostarle i capelli dal volto e posare un bacio su quelle guance morbide e appena rosate. Con quel bacio, e gli occhi chiusi, le sembra di tornare indietro nel tempo e di baciare la Selina che, da bambina, piantava grane per non andare a scuola e rifiutava il latte perché era roba da bambini, e lei aveva ormai 9 anni compiuti. Pensa ai baci persi, non dati, dimenticati per la fretta o l’amarezza della vita, e non sa darsi pace.
Selina le sussurra un "grazie mamma" che vale più di mille assoluzioni. Rimasta sola si tira su, la schiena alla spalliera, e mangiando si domanda se tutto ciò che è accaduto, è accaduto davvero o lo ha solo sognato. Depone il bicchiere sul vassoio e proprio allora squilla il telefono. C’è Marco Lorenzi, dall’altra parte, il suo più stretto collaboratore.
-Buongiorno, dottoressa, disturbo?- dice lui con il tono di chi è già in piena attività, e da un pezzo.
-No, Marco, figurati. Dimmi tutto.- dice lei con la voce ancora aggrovigliata al sonno.
-Scusami se ti disturbo a casa ma questa notizia l’aspettavi da tempo e allora…-
-Lei?- chiede Selina mentre la nebbia si dirada e i pensieri tornano chiari.
-Si Selina, Greta Leo è morta stanotte, nella sua cella. Le cause sono ancora da stabilire ma pare che siano naturali. Forse un infarto.-
-Sono libera allora…-
-Bene, così t’invito a cena- ci scherza su Marco.
-E io ci vengo. Non posso restare a casa, di sabato sera.-
-Direi di no. Non più.-
Si alza dal letto e raggiunge la finestra che da sulla strada. Guarda giù e le sembra, per un attimo, di essere capace di volare. Le ali, pensa sorridendo Selina tra sé e sé, ho ritrovato le mie ali. E sul vetro vede riflessa la più bella delle farfalle.

Un bacio Silvia, tutto per te.




