L’anno che verrà – parte seconda
Arriviamo a metà anno, con altri due mesi di previsioni catastrofiche…
Maggio: L’italia è stretta nella morsa della fioritura. Il governo, impreparato all’inaspettato arrivo della primavera tenta di arginarla con un decreto che però si blocca al Senato. Beppe Grillo minaccia: dopo la primavera, quest’anno, arriverà anche l’estate. Nessuno gli crede.
Dramma sentimentale per Anna Falchi. Incapace di montare l’anello, lascia l’amministratore delegato Ikea trattenendo, però, i 25 brillanti. In un’intervista al direttore di Vanity Fair dichiara: era un uomo troppo complicato per me, pretendeva che tutte le mattine montassi la macchinetta del caffè.
Ancora morti bianche. Un bagnino di Cesenatico, nel tentativo di rimorchiare una turista olandese, muore soffocato dall’elastico troppo stretto del costume. Il parroco gli da l’estrema unzione con l’olio per massaggi della Durex.
Lotta all’inquinamento: il comune di Milano istituisce il ticket contro l’alitosi. 2 euro per chi sa di fumo, 5 euro per aglio e cipolla. Disperati i venditori di Kebab, che tentano di bloccare il traffico con i cassonetti. Troppo pieni di sacchetti non riescono a spostarli.
Berlusconi dichiara: il governo è finito. Prodi non rappresenta più il paese, lo dicono 15 italiani su 10. Prodi rilancia: gli altri 15 su 10 sono dalla mia parte.
Lo sciopero dei commercialisti mette l’Italia in ginocchio. Poi gli imprenditori si accorgono che costavano più loro delle tasse. Sollievo nel paese.
I tassisti bloccano il centro di Roma per protestare contro il decreto Bersani che impone automobili color avana. Il centrodestra insorge: è una norma anticostituzionale. Ma la Bonino replica: pari dignità per i colori.
Entusiasmo tra i giovani: la Nokia lancia sul mercato un nuovo modello di telefonino che realizza filmati di pestaggi inserendo anche i titoli di coda.
Pochette pubblicizza la nuova fantastica collezione: Neve dal mondo. Un pugnetto di fiocchi di neve di ogni parte del mondo, da conservare nella comoda teca in plastica, da 92 scomparti. La prima uscita, la neve canadese, al prezzo di lancio di 50 centesimi.
La nazionale italiana parte per gli europei. Sui giornali crescono le polemiche: Donadoni è un incapace, Buffon pensa solo alla famiglia, Gattuso sta sempre al cellulare con Totti urlacchiando “Life is now”.
Paris Hilton bacia Britney Spears.
Giugno: Giuliano Ferrara attacca Beppe Grillo: è vero, è arrivata l’estate. Ma lui, come faceva a saperlo? Scandalo nel mondo dell’editoria: un anonimo manda la Divina Commedia alla Rizzoli, che non la riconosce e la rifiuta giudicandola mediocre. Il gran caldo ripropone la questione inquinamento.
Il comune di Milano, per arginare il problema dei piedi maleodoranti causa infradito, istituisce il ticket sulle scarpe. 2 euro per i sabot, 5 euro per le sayonara. Possono entrare gratis solo gli stivali a metà coscia euro 4.
Il Papa rilancia sul valore della famiglia, ad esclusione di gay, lesbiche, preti, monache, disabili, extracomunitari e disoccupati. Solo un uomo e una donna possono sposarsi, ma devono essere alti almeno un metro e settanta. Rosy Bindi ammette: è per questo che sono nubile.
Berlusconi dichiara: il governo deve dimettersi, non rappresenta più gli italiani. D’Alema risponde dal suo yacht, bevendo champagne: non è vero, io mi sento uguale ad un operaio della Fiat. Veltroni aggiunge: ha ragione D’Alema, io pubblico libri perché sono bravo, non perché sono Veltroni.
Bisio lo scrittura per la nuova edizione di Zelig che lo vedrà quest’anno fare anche il presentatore, oltre a baciare ogni due minuti Vanessa Incontrada.
Anna Falchi si fidanza con il recordman dei 100 metri Montgomery. La loro relazione dura 9 secondi e 75 centesimi.
Primo esodo per le vacanze: 123 milioni di veicoli sulle strade. Fermi però, in coda.
L’Italia vince gli europei: Donadoni è un genio, Buffon il più grande portiere di tutti i tempi, Gattuso proposto per il Pallone d’oro ma lui, sorridendo, chiede in sostituzione che gli tolgano dalle balle Ilary Blasi. Viene accontentato tra le proteste del marito.
Totti passa a Tim. Christian De Sica insorge, babbo natale lo faccio io!
Paris Hilton bacia Angelina Jolie.
L’anno che verrà – parte prima
Questo dovrebbe essere, più o meno, il programma per il 2008. Gli eventi più importanti, quelli che faranno parlare e riflettere l’opinione pubblica, fatti e personaggi che caratterizzeranno quest’anno appena nato. Cominciamo con il primo quadrimestre.
Gennaio: L’Italia è stretta nella morsa del gelo. Grande corsa ai saldi post vacanze, ma attenzione ai prezzi. I commercianti dovranno esporre non solo il prezzo vecchio e quello nuovo, ma anche l’anno di fabbricazione del capo, il suo peso a secco e la certificazione euro 4.
Il comune di Milano istituisce un ticket sui saldi. 2 euro per il cartello piccolo, 5 euro per quello grande.
Berlusconi annuncia il crollo del governo, poiché il 102% degli italiani sono dalla sua parte. Il potere d’acquisto scende del 5%, Beppe Grillo proclama il PM-day, (Porca Miseria). Allegati al Sole24ore i dvd della serie Dinasty, 112 dischi da conservare nel comodo raccoglitore a scomparti. Cecchi Paone partecipa ai provini per il Grande Fratello. Anna Falchi si fidanza con l’amministratore delegato di Ikea, lui le regala un anello con 25 brillanti in scatola di montaggio (con brugola per un rapido assemblaggio). Controesodo dopo le feste, 48 milioni di veicoli sulle strade, code ai caselli.
Febbraio: L’Italia è stretta nella morsa del gelo. Il divieto di fumo viene esteso alle strade, ma solo all’interno della fascia verde.
Il comune di Milano realizza un ticket fumatori. Chi vorrà fumare dovrà esporre, sulla giacca, il tagliando prepagato: 2 euro per le nazionali, 5 euro per le estere.
La Nokia presenta il nuovo modello di cellulare: oltre alle funzioni di telefonia, ascolto musica, video e internet, sarà adesso possibile collegarsi direttamente con una microcamera nel proprio stomaco per verificare in diretta la propria digestione. Berlusconi annuncia la caduta del governo, poiché gli ultimi sondaggi dicono che 12 italiani su 10 si sentono poco sicuri, ma non si sa bene di cosa.
Pochette lancia in edicola la nuova fantastica collezione di scialli fatti a mano, prima uscita a soli 50 centesimi.
Nuova tragedia sul lavoro: a Roma un impiegato statale si sveglia di soprassalto e scoprendosi in ufficio muore di stupore.
I Gemelli Diversi vincono il festival di Sanremo. Il Papa è sdegnato.
Marzo: L’Italia è stretta nella morsa della pioggia. Allagamenti un po’ ovunque, lo Stato dichiara la calamità naturale, e si scusa per non aver saputo prevedere l’evento, peraltro impensabile.
Il comune di Milano, per combattere l’inquinamento acustico, proibisce di parlare all’interno della fascia verde. Lo si potrà fare solo pagando un ticket da 2 euro per parlare normalmente, 5 euro per gridare.
Anna Falchi completa il montaggio dell’anello Ikea. Berlusconi annuncia la caduta del governo poiché, stando agli ultimi sondaggi, 15 italiani su 10 non si sentono rappresentati da Prodi. L’Europa impone all’Italia i suoi standard in materia di smaltimento rifiuti: nessuno potrà gettare più la spazzatura finché quella in strada non sarà tolta. Pochette lancia in edicola la fantastica collezione di secchioni, dal 1921 ad oggi. Preziose miniature in pura plastica da collezionare nell’apposita bacheca. Prezzo di lancio per il secchione basculante verde, 50 centesimi. Lo sciopero dei venditori cinesi di ombrelli getta il paese nel caos.
Aprile: l’acqua delle pioggie comincia a defluire, i canotti lasciano il posto nuovamente alle auto e torna il problema inquinamento.
Il comune di Milano proibisce di accendere la macchina all’interno della fascia verde. Per farlo occorre un ticket da 2 euro per accenderla normalmente, 5 euro con sgassata potente.
Tragedia della disperazione a Napoli: una giovane mamma si lancia dal balcone con la figlioletta neonata. Atterrano su una tonnellata di sacchetti della spazzatura e lei viene denunciata per abbandono di minore. Anna Falchi si accorge di aver montato i brillanti al contrario ed è costretta a ricominciare da capo. Esodo di pasqua, 67 milioni di veicoli sulle strade. Cecchi Paone partecipa alle selezioni per La Fattoria. Berlusconi annuncia la caduta del governo, pare sia scritto sui diari segreti di Mussolini. 28 italiani su 10 sono d’accordo con lui.
Il potere d’acquisto cala del 7%, molti italiani sono costretti a restituire la Porsche Cayenne.
La RAI decide per la tv verità. Niente più robe false in televisione. Licenziata immediatamente Simona Ventura.
Ancora morti bianche. Un operaio casertano trova il cantiere dove lavorava chiuso. Muore di felicità. Pochette lancia sul mercato la fantastica collezione di uncinetti, preziosi manufatti in puro alluminio 18/10. Prima uscita, l’uncinetto della Regina Vittoria, a soli 50 centesimi. Il “Foglio” risponde allegando al quotidiano i dvd di tutte le puntate di 8 e mezzo. Crollo delle vendite. La crisi del cinema non risparmia nessuno, Boldi e De Sica tornano insieme per un film che dia respiro alle casse della produzione. S’intitola “Life is now”.
Lo sciopero dei vigili urbani mette il paese in ginocchio, tutti a ringraziare il Signore.
segue…
Piercing
-Cosa sono quei pezzi di ferro che hai in faccia, capo?
-Non sono pezzi di ferro, nonno, sono piercing.
-Pircing? A me sembrano pezzi di ferro infilati nella pelle.
-D’accordo nonno, sono pezzi di ferro infilati nella pelle. Ora torna a lavorare ok?
-Ma perché ti sei infilato quei pezzi di ferro nella faccia, capo?
-Ti faccio un esempio, nonno, prova a seguirmi. Hai presente i metal detector che sono negli aeroporti? Ecco, immagina ora un ragazzo normale. Senza bagaglio, senza borse, vestito in modo anonimo, una giacca, un jeans. Lo fanno passare nel metal detector e quello, sullo schermo, non segnala nulla. Niente, capisci, nonno, come se non fosse passato nessuno. La guardia, senza neanche guardarlo, gli fa un cenno come a dire puoi andare, sei nulla, non esisti, svanisci.
Poi c’è un altro ragazzo, mal vestito, un giubbotto di due taglie più grande, che potrebbe nascondere di tutto, a tracolla una borsa sdrucita e rovinata. Gli fanno posare la borsa sul nastro, la aprono, e tirano fuori i suoi oggetti personali. Lo passano al metal detector ed ecco che appare una fisionomia umana, un paio di punti che risaltano, in rosso, il rumore dell’allarme. Quel ragazzo, adesso, esiste. Vogliono sapere il suo nome, i suoi dati anagrafici, vogliono che gli mostri quei punti metallici, che sono semplici piercing, è vero, ma appartengono a lui.
Gli oggetti nella borsa vengono esplorati, ci sono richieste di spiegazioni sull’uso di ogni singolo oggetto, quel ragazzo esiste e di lui vogliono sapere tutto. Ecco nonno, è questo il punto: tu sei trasparente, puoi passare attraverso le maglie di questo mondo senza che nessuno se ne accorga. Io no, io voglio esistere, voglio che il mondo mi veda, si accorga di me, mi chieda conto di chi sono, di cosa faccio, del perché.
Tu ti accontenti di essere invisibile, evitare le grane e i problemi, di strisciare ai margini della vita evitando la guerra. Io ci voglio passare in mezzo, e voglio che tutti vedano la mia piastrina identificativa, perché vivo o morto sappiano chi sono. Lo devono sapere, chi sono.
-Ma vale anche se sei un coglione?
Come va?
Come va? Una domanda semplice, apparentemente. Una domanda che spesso ci viene rivolta e che spesso rivolgiamo anche noi, per cortesia o reale interesse. Come va?
Bene, benino, non c’è male, male, lasciamo perdere, come vuoi che vada, insomma, che ti devo dire, eh si come va.
Alle volte ci domandiamo pure, a seconda dei casi, se chi ce l’ha chiesto vuole realmente saperlo o se ha scelto quella formula per iniziare una conversazione, escludendo l’audio già dalla nostra risposta. Altre volte abbiamo il dubbio che rispondere in maniera circostanziata potrebbe dare il via ad una discussione interminabile, per la quale non abbiamo le riserve di energia necessarie.
Oppure ti capita di essere sdraiata su un letto, modello mummia egizia, con tubi e cannelle infilati un po’ ovunque, dove ci sono ingressi naturali e dove artificiali, e qualcuno ti chieda: come va?
In quel momento benedici l’esistenza dell’espressività degli occhi, che risposta migliore non ci potrà mai essere.
Buoni e cattivi
Il buono è infido, traditore, nasconde sempre qualcosa. Il buono millanta, illude, mistifica, suvvia, siamo seri, mica può essere davvero buono. Al limite, se è davvero bravo, può fingere di esserlo.
Il cattivo è limpido, trasparente, sincero. Il cattivo non ha bisogno di dichiararsi tale, si vede che lo è, gli basta essere se stesso. Non mente, non inganna, non si traveste, non ha bisogno di convincerti.
Il buono invece, il buono no. Lui ci tiene, che si dica che è buono. Vuole che si noti, si sottolinei, e ci si accerti della sua assoluta bontà. Vuole così fortemente essere considerato buono che pretende si percepisca in ogni suo gesto, ogni sua azione, la sua smisurata e disinteressata bontà. È questo a tradirlo, a far nascere il sospetto che sia cattivo, peggio del cattivo stesso. La sua smania. Questo portare continue prove della sua bontà, quel suo fastidioso mettersi in mostra. Ma la gente lo sa che, nel chiuso delle sue stanze segrete, è capace di terribili malignità.
Il cattivo è sincero, ama la verità, fa cose cattive, azioni cattive, e tutto alla luce del sole. Magari trama nell’ombra, certo, è vero, ma non si maschera, non si nasconde, quando agisce è indiscutibilmente cattivo. Il buono no, il buono mente. Non può non mentire, andiamo, non sarà buono sul serio.
Davanti ad un cattivo non ti capita mai di chiederti se sia davvero così cattivo. Lo è, lo sai già, il cattivo è sincero. Sei così certa e sicura della sua malvagità che spesso ti viene la voglia di metterci le mani, tentare la strada del ravvedimento, farlo diventare buono. Perché se un buono, prima, è stato cattivo, allora sì che ci puoi credere, alla sua bontà.
Invece, quando hai davanti un buono, ecco che i dubbi salgono prepotenti e ti assillano: sarà veramente buono? Cosa nasconde, perché vuole aiutarmi, come stanno realmente le cose?
Il buono è infido, il buono ti può solo deludere, dal buono non aspetti altro che la mossa fatale, il gesto rivelatore, per poter dire ecco, lo vedi, non sei altro che un cattivo che si finge buono.
Il cattivo invece, di lui sì che ci si può fidare. Il cattivo è cattivo. E basta. Perché il cattivo poi, alla fine, lo sappiamo tutti, quando è il momento ultimo, finale, senza ritorno, ti sorprende sempre: un sorriso, uno sguardo, il cielo che s’illumina, il pentimento, la lacrima, ed eccolo lì, pronto per il perdono. Al cattivo basta un gesto, per diventare improvvisamente un buono. Al buono basta un piccolo errore, per far crollare tutto.
C’è solo un tipo di buono che va bene per tutti. È il buono morto.
Vallettopoli
Nina Moric, Fernanda Lessa, Aida Yespica, Francesco Totti. Molte tra le più famose bellezze del mondo dello spettacolo nostrano sono cadute nella rete di gente senza scrupoli, avida di denaro, pronta a tutto pur di fare soldi.
Tra queste, potevo forse mancare? Ebbene si, lo confesso, anche io sono caduta vittima di questa nuova professione italica, evoluzione della vecchia abitudine di infilare la testa nelle sagome di cartone per far finta di essere un pistolero del west o la regina d’Inghilterra nelle foto ricordo delle vacanze. Gente che ti viene messa accanto apposta per realizzare un foto compromettente da vendere, in maniera ricattatoria, allo stesso fotografato.
Quindi, prima che il pm di Potenza mi convochi, prima che Corona o Lele Mora mi tirino dentro lo scandalo, offro la mia confessione libera, nella speranza di uscirne fuori al più presto, e soprattutto pulita, anche se la vicenda Gregoraci mi ha fatto riflettere parecchio sulla bontà della scelta, considerando le offerte di lavoro che ha ottenuto dopo le visite a domicilio al Ministero.
È successo lo scorso anno. Mi trovavo al matrimonio di mia cugina, evento strettamente personale, la quale mi aveva anche rassicurata sul fatto che non era stata ceduta alcuna esclusiva per le foto della cerimonia e che, anzi, farsele fare le era costato un patrimonio.
Pertanto, in virtù di queste rassicurazioni, mi ero accompagnata e soffermata a chiacchierare con molte persone, senza ovviamente badare troppo a chi, in quel momento, si offriva di abbracciarmi e baciarmi, cosa peraltro abbastanza consueta in circostanza simili.
Non ho badato agli abbondanti scatti che mi sono stati rivolti, tanto meno ai flash che ci accecavano tutti senza parsimonia. Ingenuamente ho pensato che sarebbe finito lì e che, dopo qualche mese avrei potuto ammirare il meglio di quegli scatti durante le cena a casa dei novelli sposi, magari annoiandomi durante la lunga proiezione del famigerato filmino. E invece.
Durante il pranzo, in un noto ristorante fuori città, lontano da occhi indiscreti, immerso in uno splendido parco naturale, ecco che un tizio si avvicina alle mie spalle, furtivo e circospetto. Inaspettatamente, con un movimento rapido, lascia cadere sul mio tovagliolo un cartoncino per poi svanire nel nulla. Per niente intimorita apro il cartoncino e resto di sasso: sul lato sinistro c’è la foto dei novelli sposi nell’atto di scambiarsi l’anello e sul lato destro, orrore, io e mio zio Silvano. Abbracciati. Sorridenti, apparentemente felici e complici di chissà quale mistero.
Chiudo il cartoncino, mi guardo intorno, ma del fantomatico fotografo non c’è traccia. Del resto, quella che ho davanti è una semplice miniriproduzione, è evidente che il materiale scottante è ancora tutto nelle sue mani. Mi alzo, esco fuori dal ristorante per fumare una sigaretta e distendere i nervi quando il tizio di prima, sempre furtivo e alle spalle, mi raggiunge.
“Se la vuoi sono dieci euro”, mi sussurra.
Mi volto, lo squadro per bene. Ora, non che mi aspettassi Fabrizio Corona in persona, non che mi attendessi un foto meno nitida, magari fatta con un super teleobiettivo, per dare l’idea dello scatto rubato.
Ma dieci euro. Dieci euro.
Non ho ceduto al ricatto, caro Woodcock, e quella foto, se manderà i suoi 007 da “Poletti foto e figli”, la troverà ancora nel loro archivio. Sono una ragazza per bene io, sotto i duemila euro.
Io sono il Pater Familias
(Indovinare il titolo-citazione)
Le gioie della vita, a volte, stanno nelle piccole cose. Una di queste è ascoltare un ragazzo di 15 anni dire a suo padre le cose che quel padre, da un anno e mezzo, aspetta di sentirsi dire. Un anno e mezzo durante il quale quel padre ha tentato di spiegare, illustrare, far capire, l’importanza di proseguire gli studi fino al diploma, se non altro per darsi la possibilità, a 19 anni, di decidere del proprio futuro con un pizzico in più di maturità.
Con chiarezza, con onestà, senza ricatti né minacce, senza ricorrere ai trucchi dialettici, alla maggiore malizia, alla diversità dei ruoli. E quando il ragazzo, nella totale incapacità di comprendere la reale portata delle sue decisioni, ha fatto di tutto, riuscendoci, per farsi espellere dall’istituto, quel padre non ha ceduto di un metro. Ha rifiutato la rabbia, la paura, la preoccupazione, il desiderio che a volte nasce, davanti ad un adolescente “capiscotuttoioetuniente”, di dire “massì, fai come ti pare e sbattici la testa”.
Gli ha concesso la libertà di sbagliare rispettando la sua individualità, lo ha consigliato senza imporsi con la forza, lo ha criticato senza mostrarsi deluso, e soprattutto motivando le sue considerazioni con argomenti, e non con regole e leggi senza senso. Ha evitato di citare i numeri e le statistiche, limitandosi a fargli capire che un corso professionale da parrucchiere avrebbe potuto farlo anche dopo, se fosse stata una scelta ragionata e consapevole. Non voleva un dottore, voleva un ragazzo con le strade aperte, con la possibilità di scegliere. Era questo, il punto. Dargli la possibilità, domani, di scegliere.
Non lo ha abbandonato, ha seguito quel percorso cercando di sfruttare ogni apertura, ogni spiraglio, per entrare nella corazza dell’adolescente in crescita e mostrargli un’altra strada, un’altra possibilità. Niente urla, nessuna violenza fisica o morale, nessuna privazione ma solo attenzione costante. Partecipazione.
Quando improvvisamente, ieri, quel ragazzo ha chiesto a suo padre di aiutarlo a riprendere il cammino, quando insieme hanno parlato dell’indirizzo scolastico da cui ripartire, per adeguarlo alle inclinazioni ed alle esigenze del ragazzo, quando hanno valutato insieme l’opportunità di sfruttare questi mesi per rimettersi in pari con quella parte di programma lasciato a metà, iscrivendosi ad una scuola privata, ho capito che la felicità è veramente nelle piccole cose.
Anche se forse tenere un dialogo sempre aperto e leale, tra un genitore ed un figlio, anche quando uno dei due sta sbagliando, non è per niente una piccola cosa. È un piccolo miracolo.
Antonio
Lo zio Antonio ha lavorato tutta la vita. Lavoro duro, in cantiere, di quelli che si comincia a 10 anni portando gli attrezzi ai capomastri per finire a dare consigli agli architetti neolaureati, che ti guardano con il ghigno arrogante di chi ha poca esperienza ma tanta presunzione. Che poi, sui solai appena costruiti con materiali di pessima qualità ci deve salire lui, mica l’architetto. Una volta un solaio si sbriciolò sotto i suoi piedi, e lui cadde tra i calcinacci e le travi da tre metri buoni. Da allora non è stato più lo stesso.
Lo zio Antonio, quando ascolta i giovani parlare di politica se ne sta in disparte, silenzioso, poi mostra le mani piccole e tozze, segnate dagli anni e dal lavoro, e dice: sono state queste, sempre, a darmi da mangiare.
Non scende mai in piazza per gli scioperi, semmai per discutere animatamente di calcio con gli odiati rivali cittadini, e lì si accalora, sciorinando dati, risultati, nomi di calciatori e statistiche indiscutibili. Ogni tanto s’impunta, cercando tra le pieghe della memoria qualche dato che era lì, un attimo fa, ed ora gli sfugge. Guai a suggerirgli qualcosa, ti blocca con la mano e ti dice “aspetta, che ne sai te”, e cambia discorso se la memoria continua a mancargli.
Eppure lui, come quelli della sua generazione, ha attraversato gli anni duri della ricostruzione, quelli delle lotte sindacali e delle conquiste inaspettate. Lui non si è neanche accorto, di quello che gli succedeva intorno. Non ha mai preso la patente, e sul treno dei pendolari attaccava bottone con tutte le donne che gli capitavano a tiro, con il solo scopo di sentirsi importante, in gamba, alla faccia dei ragazzotti che in cantiere facevano i bulli e poi, davanti a due occhi azzurri, perdevano l’uso della parola. Andare in vacanza in un albergo in versilia, o in romagna era fuori luogo persino parlarne. Al massimo affittava la cabina per la famiglia ad Ostia, dieci minuti di macchina da casa, per poi usufruirne solo qualche domenica d’agosto.
Per evitare che l’unica figlia andasse a convivere, ha investito tutto quello che aveva messo da parte negli anni, per comprarle una casa. La liquidazione dilapidata per il suo matrimonio. È orgoglioso, lo zio Antonio, dei sacrifici fatti per quella figlia, e la nipotina arrivata poco dopo è la nuova ragione della sua vita.
Quando gli ho detto che scrivo, mi ha chiesto perché mai, con il mio titolo di studio in lingue, non sono andata a lavorare in un’agenzia di viaggi, o non ho fatto un concorso al ministero. Quando ci vediamo, alle feste comandate, mi abbraccia forte e dice “ah già, tu scrivi”, come se parlasse di una mia piccola latente follia.
Lo zio Antonio ha rotto con tutti. Non ne vuole più sapere. In fondo al cuore, forse senza neanche saperlo, pensa che essere stato il primo figlio maschio lo abbia obbligato a sacrificarsi per tutti, e che ora nessuno gli renda merito. Pensa che le due sorelle, nel cuore, non nutrano alcuna riconoscenza nei suoi confronti, pensa che il fratello minore, il più piccolo, abbia goduto di vantaggi e fortune che a lui sono state negate.
Lo zio Antonio, da quando è caduto giù dal solaio, non è più lo stesso. Adesso, invece di cambiare discorso, dice sempre quello che gli pesa sul cuore.
È solo un caffè
La storia, per me, comincia qui. Dico per me perché a sua volta, seguendo il link, potrete scoprire che la storia comincia altrove, ma sarebbe troppo lungo spiegarlo.
Mentre commento, mi rendo conto che la faccenda necessita di ulteriore spiegazione, e quindi mi ci dilungo quivi, con la scusa d’esser in casa mia. Si parla, ovviamente, di caffè.
Il “marocchino” è, ormai, una piaga nazionale. Dal MonBianco alla Trinacria, con i più svariati appellativi, esso rappresenta al meglio quel che di più terribile possa affliggere un moderno barista: l’aggettivazione.
L’aggettivazione è il male baristico di questo ultimo decennio, in un mondo che prevede di svolgere il proprio lavoro male e lentamente, pretendendo dagli altri l’esatto contrario: bene e subito.
Parliamone, invece di bearci di presunte ricette originali conservate nei municipi dei nostri orticelli, parliamone seriamente.
Un tempo, quando avevamo tempo, andavamo al bar e le opzioni erano: caffè, cappuccino, succo di frutta. Di gusti ve n’erano esclusivamente tre: pera, pesca e albicocca, e ancora non c’era stata l’invasione dei “senza zuccheri” (illusoria e truffaldina, giacché subito dopo la parola zuccheri c’è “aggiunti” il che significa che quelli propri del frutto te li becchi tutti). Nessun creativo del marketing si era ancora azzardato a proporre il pesca/mango, il banana e mela, il mirtillo e limone ed altre aberranti associazioni. I più “in” si lasciavano andare al Campari. Qualche operaio sceglieva la sambuca o lo stravecchio.
Il bar serviva per socializzare, per perdere un po’ di tempo con gli amici prima di tornare a casa, per fare colazione quando la moglie o la mamma erano malate. Oggi, che non esiste più una tavola comune, il bar serve, tra una pausa e l’altra dei mille impegni quotidiani, per nutrirsi rapidamente e senza sforzi. Avete presente quei tizi che ordinano un aperitivo e prima ancora che il barista poggi il bicchiere sul bancone proferiscono queste parole: ce l’hai qualche tramezzino, le arachidi, le patatine, i pistacchi, due spiedini? Ecco, questa è gente che torna a casa, si siede sul divano, guarda la foto della ex moglie e dice: hai visto, cosa ci vuole per cenare?
Oggi, solo per un caffè, (70 centesimi di euro al centro italia) si pretende di scegliere: tipo di tazza, tipo di caffè, tipo di latte, tipo di zucchero, temperatura di tazza, latte, caffè, qualità della macchia, solo latte, solo schiuma, misto. Moltiplichi tutto questo per i venti clienti al bancone e non ti domandi più perché, oggi, i baristi sono tra le categorie più a rischio per quanto riguarda uxoricidi et similia. 20 caffè per tre aggettivi a bevanda fanno 60 bevande diverse, da ricordare e preparare in circa due minuti.
Tutto ha un limite, memoria e pazienza quelle che lo hanno più limitato. In tazza o in vetro. Lungo o ristretto, macchiato caldo o freddo. Macchiato con schiuma o senza. Con latte scremato. Ad alta digeribilità. Zucchero bianco, di canna, dolcificante dietetico, aromatizzato. Caffè decaffeinato, caffè d’orzo (contraddizione in termini che nessuno si sogna di contraddire, ma il caffè è un ingrediente, così come l’orzo, non il nome di un cocktail).
Un tempo c’era la zuccheriera gigante, con dentro due cucchiaini, sempre aperta e alla mercé di tutti. Poi il ministero della salute deve aver ricevuto dati sulle morti bianche (dovute allo zucchero bianco esposto) ed ha inventato le bustine. Bustine di ogni tipo e colore, carta sprecata gettata a tonnellate ogni giorno, insieme alle bustine mezze piene di zucchero che vengono quotidianamente gettate nel secchio. Una vergogna nazionale anche questa.
Io sogno che un giorno, mentre sto sorseggiando il mio cappuccino amaro, con latte freddo scremato, un barista guardi dritto negli occhi il cliente tipo (quello che il caffè non è mai abbastanza caldo, o corto, o macchiato) e gli dica semplicemente:
“Stai zitto, e beviti il tuo strac**** di caffè”.
Update: un’occhiata agli ultimi sessanta secondi di questo filmato, a proposito di bar e caffè.
http://www.youtube.com/watch?v=nETLAgH9w6g
Trenta piccole marlboro
C’era una volta una bella associazione, quella dei direttori del personale d’azienda, che dovendo giustificare l’esistenza della stessa (impresa invero difficile, lo dobbiamo ammettere) s’inventò una proposta.
Il presidente prese la parola, e avanzò il progetto di ridurre lo stipendio dei fumatori i quali, in base alle norme e alle leggi restrittive contro il fumo, erano costretti ad uscire in strada, o a recarsi nelle apposite salette riservate ai fumatori, per godersi la sospirata cicca, e quindi a perdere del tempo, quantificato in 45 minuti circa al giorno sottratti al lavoro.
Dalla sala partì un lungo applauso, si levarono cori di elogio e di encomio per la lodevole iniziativa, in modo particolare dagli stessi colleghi dei fumatori. Ce n’era uno in particolare che, dal fondo della sala, iniziò addirittura a gridare: evviva, era ora, basta con questi fannulloni che rubano lo stipendio.
Raccolti i meritati applausi il presidente dell’associazione proseguì: inoltre, a tutti coloro che verranno sorpresi, durante l’orario di lavoro, a mandare messaggini con il cellulare, o ad aver installato nel pc aziendale programmi non idonei al lavoro svolto, tipo videogiochi, chat e simili, verrà detratta un’ora e mezza giornaliera di stipendio.
A quelle parole, dal fondo della sala, s’udì l’impiegato di prima gridare: a Presidè, non esageriamo. Che vuole che sia una sigarettina ogni tanto.




