Addis Abeba
Lei ha 26 anni, vive in Italia, a Roma, dove frequenta l’università e trascorre l’altra metà della giornata a lavorare, per pagarsi l’affitto e le spese.
Roman è una ragazza meravigliosa, che sorride sempre, che non si lascia abbattere da nulla, e che ogni tanto, anzi, ogni molto, riesce a tornare a casa, in Etiopia, dove è nata e dove c’è la sua famiglia.
Tra tanti pregi un difetto ce l’ha, è una fan del mio blog. E ci vogliamo bene e quando siamo insieme combattiamo il razzismo a modo nostro, con l’ironia, con dialoghi surreali dove io faccio battute e lei risponde dandomi corda, nella speranza che, nel nostro piccolo, possa servire a rendere questo mondo appena appena migliore.

T: Ma come ci vai in Etiopia?
R: Con il cammello.
T: Non ti conviene l’aereo?
R: L’aereo?? E mica ci stanno gli aereoporti, in Africa.

T: Posso chiamarti al cellulare mentre sei lì?
R: Solo il primo giorno.
T: E poi?
R: E poi basta, il secondo giorno mi si scarica la batteria e dove la trovo una presa elettrica nella capanna di fango e bambù.
Rientro
Come tutte le cose belle, anche queste vacanze sono finite. Non credo, però, che le dimenticherò facilmente. Erano troppi anni ormai che non mi godevo le giornate in pace, senza orari prestabiliti, senza impegni, senza assilli di tempo e cose da fare.
Ho visitato tutte le località a portata di macchina, ho scattato 400 fotografie, ho ammirato luoghi incantevoli ed ho potuto apprezzare la cordialità e la gentilezza della gente trentina. I castelli, i piccoli laghi (quello di Ledro è davvero bello), le montagne e le cascate, l’aria pulita che riempie i polmoni e ti fa dimenticare i mal di testa quotidiani della città.
Tra le cose più importanti da riportare a Roma c’è una nuova consapevolezza civile. Trascorrere del tempo dove tutti hanno a cuore l’ambiente in cui vivono ti porta a considerare i tuoi comportamenti non più come poco importanti (ma si, la butto per terra tanto che me ne frega, lo fanno tutti) ma come determinanti per la qualità della vita. Da quelle parti c’è un contenitore per ogni tipo di rifiuto, tanto che passi più tempo a capire dove gettare la plastica che a fare la spesa. È facile desiderare lo stesso per la tua città. Ancora più facile capire che siamo tutti responsabili di quello che abbiamo intorno, nel bene e nel male.
Da oggi ricomincia la vita normale, se così possiamo chiamarla. Ne approfitto per chiamare a raccolta i “giornalisti” di BlogTime, visto che venerdì chiudiamo il numero 2. Vi aspetto.
007 (meno)
Mancano 7 giorni. Sette lunghissimi, infiniti giorni ancora. Ma poi sarò qui. E per 10 (stavolta) brevissimi giorni tenterò di vivere come cento anni fa: mangiare, bere, dormire, camminare, e qualche altra attività non legata alla tecnologia (esiste ancora?).
Gli elementi a cui farò riferimento saranno, nell’ordine: sole, acqua, aria, terra. Ok, va bene, lo ammetto, porterò anche il cellulare. Assicuro foto al ritorno. Panorami e luoghi caratteristici. È il ritorno, che non assicuro.
Capodanno rules
Trascorrere un bel fine d’anno è un must per chiunque abbia a cuore la propria reputazione. Non è tanto l’intensità delle emozioni, quanto la possibilità di raccontarle nel giusto modo, per godere poi degli sguardi ammirati, o invidiosi, di chi ci ascolta. Non a caso, infatti, non appena messo in archivio il natale, la fatale domanda d’obbligo è “che fate a capodanno”? Dalla risposta che fornirete, vera o falsa che sia, dipende molta della vostra credibilità futura, e una risposta vaga o triste a questa domanda abbasserà di colpo il livello di prestigio che avete nel vostro entourage.
Che fate a capodanno richiede una risposta che, qualora non abbiate veramente niente di importante da fare, va ponderata anche mesi prima, studiata nei minimi dettagli, magari appoggiata da prove tanto false quanto concrete e tangibili come, per esempio, una falsa mail dalla quale risulta una prenotazione a vostro nome presso il più importante resort polinesiano, dal 30 dicembre al 5 gennaio.
Quello che segue è un piccolo aiuto per tutti coloro che non hanno avuto l’accortezza di prepararsi per tempo e, in questi giorni, non appena gli viene rivolta la fatidica domanda, fingono di dover rispondere al cellulare, rammentano improvvisamente di aver lasciato il gas aperto o, peggio ancora, rispondono “ancora non lo so”. Un errore, questo, imperdonabile. Quindi, non appena terminata la domanda, armatevi di espressione facciale più che mai convincente e rispondete così.
La misteriosa: ha organizzato tutto lui. Ti dico solo che mi ha fatto consegnare a casa un vestito da mille e una notte. Sono certa che mi porterà ad una di quelle feste esclusivissime, visto che ha ritirato dalla cassetta di sicurezza tutti i gioielli più preziosi che abbiamo. Credimi, nessuno era riuscito ad emozionarmi così tanto, e con tre giorni di anticipo.(Questa soluzione, oltre a creare intorno a voi un alone di mistero e invidia, vi concede ulteriore tempo per inventarvi, dal due gennaio, qualunque sciocchezza).
La turista: guarda qui (mostrate la mail falsa), abbiamo prenotato sette giorni a Papeete. Tu non hai idea di come sia il capodanno polinesiano, una cosa pazzesca. Ti immagini festeggiarlo in bikini sulla spiaggia? Sono già elettrizzata!(Fate una ricerca su google, trovate qualche bella immagine di feste polinesiane sulla spiaggia e con l’aiuto di photoshop metteteci il vostro bel faccino. Almeno 5/6 foto sono necessarie, per un fatto di semplice credibilità).
La romantica: week end in Francia. Non commettete il tragico errore di dire Parigi, ormai consueto quanto un veglione al megaristorante fuori Roma con orchestrina tragicomica alla Fantozzi. Optate per i castelli della Loira oppure, ancor meglio, per Mont Saint-Michel. Molti non sapranno neanche di cosa state parlando, ma fa tanto tanto chic. La risposta ideale è dire semplicemente “Mont Saint-Michel” armate di espressione trasognata. Nessuno si sognerà di chiedere altro.
La sportiva: trekking new year. Baita in montagna, meglio se sponda austriaca. Capodanno sulla neve, davanti al camino acceso in mezzo a montanari ed altri squilibrati come voi. E poi, senza neanche andare a dormire, su per le vette innevate, a caccia di panorama mozzafiato. Unica controindicazione, la maggior parte degli incidenti in altura capitano proprio il primo dell’anno, per colpa di alpinisti morti di sonno e saturi di champagne. Ma volete mettere il brivido dell’avventura? Evitate, se rispondete mentre preparate finte valigie, di metterci quelle deliziose scarpine Manolo Blanhik con tacco 15, perché si capisce lontano un miglio che state mentendo.
Quello che quest’anno sarà decisamente out è: il veglione al ristorante, il volontariato, la spiaggia vicino casa, la piazza (a meno che non siate a Londra, New York o Tokio). Una considerazione importante da fare: quest’anno l’80% degli italiani trascorrerà il capodanno in casa, quindi 8 delle 10 persone che racconteranno di storie mirabolanti stanno mentendo. Cercate di essere credibili, e soprattutto ricordate che, se in passato bastava rientrare alle 4 del mattino per certificare di essersi divertiti, oggi questo non basta più. L’unica soluzione è dire di non essere andate a letto affatto.
Buon anno a tutti, quindi. Un felice 2008, ricco di soddisfazioni per voi tutti. Io? Io devo sbrigarmi, preparare in fretta le valigie. Questo fine d’anno lo trascorro in un castello poco fuori Londra, ospite della mia cara amica Madonna e suo marito Guy. Niente male vero?
Nina
Giovanna è un’autrice televisiva atipica. Innanzitutto è molto giovane e questo, nel videopanorama italiano, è già molto inconsueto. Inoltre fa tutto da sé, dall’ideazione ai temi proposti, dallo svolgimento alla realizzazione, dalle riprese ai testi. Gli esperti del settore la chiamerebbero “filmaker”.
Giovanna Palmieri, e questa è la cosa più strana in assoluto, fa tutto da sola, ma non appare mai. In un’epoca che ha, come cifra stilistica, la sovraesposizione mediatica da parte di chiunque riesca ad afferrare una telecamera lei, che la telecamera la usa, resta sempre dall’altro lato. Si sente la sua voce, agisce e si muove insieme ai suoi personaggi, condivide con loro case e strade e locali ma mai, neanche una volta, cede alla vanità di scivolare davanti all’obiettivo.
Di lei percepisci solo l’occhio, ora attento e curioso, ora dolce e comprensivo, ora fiero e indagatore. È l’occhio della videocamera, è quello che decide cosa guardare in ogni momento della trasmissione.
“I viaggi di Nina” è stato uno dei programmi più innovativi e interessanti della scorsa stagione. Un modo di fare televisione finalmente diverso, più attento alla realtà vissuta, all’odore della strada, evitando le tavole rotonde dei super-esperti che parlano, il più delle volte, di cose che conoscono solo attraverso gli studi e le riviste di settore. O peggio ancora, per sentito dire.
Avevo in mente d’intervistarla per conto di PiùBLOG ma poi, visto che purtroppo Nina un blog non ce l’ha, ho tenuto per me questa chiacchierata informale, fatta poco tempo dopo aver scoperto che la “mia” Nina era anche “quella” Nina. Mi ha fatto piacere scoprirlo dopo essere diventate amiche che era lei, quella Nina. Ha dato valore al mio giudizio sul suo lavoro.
Questa è la nostra breve intervista e per chi non ha avuto modo di vedere il programma, la seconda serie andrà in onda tra pochi mesi, mentre le puntate della scorsa stagione sono facilmente scaricabili in P2P digitando “I viaggi di Nina”, 4 puntate andate in onda su la7.
Genova
Tutte quelle maledette gallerie. Una dopo l’altra, sempre più lunghe, fastidiose, intempestive. Un po’ come quando la vita si diverte a spostarti, ogni volta un po’ più in là, il traguardo che aspetti da sempre. Arrivando in treno, da Roma, è come se qualcuno decidesse, a pochi metri dall’arrivo, di mostrarti le diapositive di un luogo incantato. Il mare, le scogliere, le piccole insenature e poi buio, rumori di fondo, vento e rotaie, poi di nuovo luce, tramonto sul mare, frange rosse e arancioni e una macchia scura, una piccola imbarcazione, un castello sospeso tra le onde. Un attimo, pochi secondi, poi nuovamente buio, un fischio, una sferragliata, e di nuovo luce, più bassa stavolta, e il mare che sembra grigio adesso.
Genova la incontri così, la prima volta, se nessuno s’è preso la briga d’avvisarti. Diapositive in movimento che ti preparano all’atmosfera, prima ancora che alla città.
Solo lì, dov’è, tra la storia e il presente, tra la riva e le colline che diventano presto montagne. È splendida. Bella e non solo. Accogliente, tiepida, che prima di uscire ti copri pensando faccia chissà che freddo e poi invece ti accorgi che no, non è affatto così, che le sue braccia calde t’avvolgono subito e t’accompagnano in giro per il porto antico e le stradine strette che salgono e scendono senza requie. I carruggi, dicono.
Cerchi il suo cuore e lei, distratta, te lo lascia trovare, come un ragazzo troppo presuntuoso per credere che tu possa fargli del male. Lo segui per i vicoli e ad un tratto t’accorgi che sei passata avanti, che lei s’è fatta di lato per lasciarti godere da sola, senza pressioni o imposizioni, della sua gente scolpita nella roccia, erosa dal mare, al tempo stesso dura e friabile, che basta grattare un pochino per vedere uscir fuori l’anima dolce dei pescatori che poco dicono con le parole, ma dentro lo sguardo nascondono la storia del mondo.
Genova non ti chiede di amarla. Non si offre lasciva come chi crede di non essere degno d’amore, come chi è stato troppe volte lasciato e rifiutato. Genova si mostra a chi la vuol vedere, ti accoglie senza fingere d’essere un’altra, che se decidi di restare con lei e di amarla, è perché l’hai capita, ci sei entrata dentro ed hai scoperto, con la bocca aperta e gli occhi sgranati, di assomigliarle più di quanto credevi, più della tua stessa città natale. Non si propone da amante, o da compagna di una notte. Se di notte, passeggiando, ascolti il suo profondo respiro, se la guardi negli occhi, lontana da tutti e da tutto, se accetti l’idea che qualcosa abbia il potere di renderti felice senza fare nulla, allora siediti in faccia al porto e chiedile di non lasciarti più andare via.
Lei lo farà. Io la porto dentro, con il rumore del mare e le facce della gente di cui non conosco il nome, certo, ma l’anima si. L’anima è la tua, Genova.
Post Vacanze
Ormai il peggio è passato, ed il ciclo della vacanze si è concluso. Questo piccolo prontuario servirà a riconoscere in pochi attimi chi è il vacanziero che avete davanti, e nei limiti del possibile a disinnescarlo prima che vi faccia troppo male.
Il “Finalmente!”- Type
L’atteggiamento tipico di questo prototipo è esemplificato dalle parole: “Ah, era ora di tornare al lavoro. Alla fine non c’è niente da fare, il lavoro ti manca, e dopo tanto tempo senti quasi la nostalgia dei luoghi, dei colleghi, delle vecchie, care pratiche da smaltire.”
Ecco appunto, quasi. Ci vogliono tra i 5 e i 12 minuti per rendersi conto della stupidità di questo atteggiamento, anche meno per crollare e farsi nuovamente prendere dallo stressante e alienante tran tran quotidiano di ogni maledetto working day. Chi sa vivere (e può permetterselo), si concede una settimana di vacanza ogni due, tre mesi, ed è forse l’unico modo per rendere accettabile tornare alle catene del lavoro salariato.
Tutto questo non vale, ovviamente, per gli informatici. Quelli li avrete sicuramente visti in spiaggia, con il notebook o il palmare collegato ad internet tramite wireless o cellulare, con l’auricolare del telefonino nell’orecchio, la penna ottica in una mano, la videocamera nell’altra, il radio-microfono, intenti a risolvere problemi in aziende lontane centinaia di chilometri mentre, indefessi, giravano il filmino delle vacanze e lo montavano prima di rientrare in albergo, per poterlo inviare via mail a tutti gli amici. Gli amici sono quelli che, rientrati dalle vacanze hanno acceso il pc ed hanno immediatamente cestinato tutte le mail contenenti allegati, così, per sicurezza.
Il “Ci vuole una almeno settimana”- Type
Il secondo, patetico, prototipo è quello che, non appena rimesso piede in ufficio, comincia un meccanico via vai con il bar affermando che ci vuole almeno una settimana per riprendersi dalle vacanze e rientrare nel meccanismo lavorativo in piena efficienza. Questo prototipo si trova in quantità industriali negli uffici pubblici, banche, poste, ambienti dove la piena efficienza lavorativa non è stata mai raggiunta, neanche nei momenti di massimo splendore. Conosco impiegati statali che uscendo di casa la mattina sono soliti salutare la famiglia con le parole: “Ciao, io vado a lavorare”, suscitando così l’ilarità di tutti.
In questi luoghi, per rientrare nel ciclo lavorativo si impiegano, normalmente, circa 52 settimane, ovvero quelle che mancano alle prossime ferie. Fateci caso, quelli che rientrano in questa casistica sono gli stessi che, un paio di settimane dopo il rientro, cominciano a cerchiare di rosso, sul calendario, le prossime festività, calcolando la possibilità di ponti aggiuntivi, la distanza in ore, minuti, secondi, e facendo scattare il countdown per le ferie natalizie. Sono quelli che, incontrandoli lungo i corridoi, vi diranno con fare cospirativo: mancano 103 giorni, 4 ore e 37 minuti a natale. Le persone normali, davanti a simili soggetti, hanno grosse difficoltà a resistere al desiderio di strozzarli sul posto, lasciando sul luogo del delitto una quantità spropositata di impronte digitali, e l’impronta della scarpa sulla faccia della vittima, per prendersi tutti i meriti della soppressione.
Il “Se sapessi…” – Type
Questi qui sono tanto pericolosi quanto evitabili. Si perché, grazie a Dio, si possono riconoscere anche a distanza, anche da un capo all‘altro di un corridoio. Li vedi arrivare in ufficio, il primo giorno utile, imbracciando 10 cd, 25 portafoto e l’aria visibilmente soddisfatta di chi, durante l’estate, se l’è goduta anche per voi. Questi tipi, se lasciati fare, devasteranno il vostro già precario equilibrio psichico per almeno una settimana o più se, oltre ai luoghi visitati, vorranno mostrarvi anche le mitiche imprese compiute a Zanzibar, tipo rompere una noce di cocco o comporre tristissime ghirlande di fiori. Se non sarete abbastanza forti da opporvi con tutte le vostre forze ai loro tentativi di circuirvi, vi propineranno, senza neanche chiedervi il permesso o il gradimento, filmini assolutamente insulsi nei quali potrete ammirare anonime scogliere flagellate dai marosi, tristissimi ombrelloni chiusi durante una mattinata di pioggia, cime tanto innevate quanto desolate, indigeni plasticamente sorridenti, il tutto talmente mosso e sfuocato da farvi credere che, durante le riprese, fosse in atto uno dei terremoti più violenti della storia dell’umanità, o un nuovo attacco terroristico con venti aerei kamikaze.
Le foto, se possibile, saranno ancora peggio. La difficoltà maggiore consisterà nel cercare di capire quale sia il soggetto reale, in considerazione del fatto che ogni singola cellula del vostro cervello si rifiuta di credere sia la grassona spettinata e battuta dal vento che occupa circa il 70% del campo visivo.
Il “Ma per favore!” – Type
Ed eccolo qui, il vero purista antivacanza per eccellenza. Lo snob schizzinoso che “schifa” anche Porto Rotondo. Lui non si mischia con le orde di turisti a caccia della prima fila di ombrelloni. Lui non lo troverete mai in paziente attesa di un check-in o, peggio ancora, in sudaticcia fila al casello autostradale tra bambini addormentati e mogli lamentose. Lui non fa e non disfa valigie, non fa foto ricordo, non colleziona brochure di alberghi extralusso da lasciare distrattamente sulla scrivania per l’invidia dei colleghi. No. Lui trascorrerà il primo mese post-ferie snobbando con alterigia ogni minimo accenno ai trionfi estivi e l’incauto malcapitato che si avventurerà nel chiedergli un parere verrà sommerso da volgarità e cinismo da restarne annientato. Seguirà minuziosa spiegazione di quanto sia stupido e deleterio ammazzarsi di fatica anche durante le vacanze, di come sia bello vivere la città quando si svuota, godersi le meraviglie che offre senza dover combattere con milioni di concittadini (non conta che la città sia Monfalcone. Per lui è lo stesso).
Raccomandazione: se decidete di spiegargli che le città vuote sono ormai un luogo comune ed al tempo stesso un’utopia, e che in città come per esempio Roma, il rapporto tra cittadini che vanno via e turisti che arrivano è 1 a 20, e che ad agosto per entrare in un museo devi fare più fila che il 13 novembre, beh, assicuratevi di essere nei pressi della porta, per una rapida fuga.
Il distaccato – Type
Questo qui è il classico tipo che di andare in vacanza non aveva proprio voglia. Lo si riconosce dall’aria palesemente annoiata e dalla camminata stanca, di quello che è stato obbligato a lunghe passeggiate sul bagnasciuga di Papeete mentre avrebbe preferito di gran lunga bere un caffè nel centro di Legnano, insieme a tre pensionati della vicina bocciofila. Ha l’abbronzatura marcata tipica di chi ha trascorso lunghe ore a dormire in spiaggia, una varietà smisurata di ninnoli appesi al collo ed ai polsi. Questi soggetti sono andati in vacanza da soli, non sono stati in grado di instaurare il benché minimo rapporto sociale, e per questo hanno ceduto alle lusinghe dei venditori ambulanti indigeni, con l’unico scopo di scambiare due chiacchiere con qualcuno e non dimenticare l’uso del linguaggio.
Hanno letto moltissimo, hanno tentato qualche sortita nei locali notturni alla moda a caccia di compagnia femminile, ovviamente invano, ed hanno infine atteso con pazienza il giorno della ripartenza.
Il lato più triste della vicenda è che questi soggetti parlando noiosamente della loro vacanza, vi renderanno noto di essere stati nel luogo dove voi sognate da una vita di andare e che non potrete mai permettervi. E mentre voi, nonostante tutto, siete riusciti a godervi perfino Riccione, loro hanno la faccia da reduci del vietnam pure dopo tre settimane di polinesia.
Se vi dovesse scappare di strangolarli, fatelo senza indugio.
Ciò detto, se proprio non avete niente di meglio da fare, un voto al Tittyna Blog farebbe davvero felice la tenutaria di questo sito. In questo periodo una piccola soddisfazione necessita come il pane. Chiunque decida di compiere l’incauto passo e di affrontare il foglio excel adibito alla votazione può lasciare una traccia nei commenti. È prevista una lauta ricompensa.
Cose dell’altro mondo
Ti dico, guardandoti bene: come posso non amarti?
Dici: non mi hai guardato bene. Se lo avessi fatto, ti saresti già voltata dall’altra parte.
Ed io rispondo: non m’importa come appari, m’importa come sei, e che se ti chiedo di chiudere un occhio, devo ricordarmi di non farlo mentre stai guidando.
Dici: non ho nulla da offrirti, qui non ci sono case, o giardini, o reality show. Solo sabbia rossa e cielo grigiopirla.
Ti rispondo: è vero, ma vuoi mettere il panorama a perdita d’occhio (così mi spiego anche il tuo monocolo)? E poi, diciamolo, il rosso s’intona benissimo con i miei costumi da bagno.
Insisti: ma allora non c’è nulla che possa fare, per convincerti ad andare via? Io sono pazzo di te, ma so che un giorno tu mi lascerai per un terrestre, ed io non voglio soffrire.
Stai tranquillo, non accadrà mai. Anche perché l’astronave è guasta.
E allora?
E allora dai, andiamo, portami da qualche parte, un localino alla moda, quattro salti, un mojito.
Ho finito la mentuccia.
Lo vedo, devi averla mangiata tutta tu. Ma dimmi una cosa.
Cosa?
Hai davvero l’occhio azzurro, o sono lenti a contatto?

Ps: quest’uomo realizza cose di questo tipo. Non si può proprio evitare di amarlo.
Titty Perù
E’ normale che se uno va in giro per Machu Picchu combinato così, poi ha poca voglia di farsi vedere in faccia. D’altra parte, però, l’italian blogging style fa passi da gigante.

Tokio Blues
Un paio di giorni fa è stato avvistato nella capitale nipponica un tipo stranissimo. Dovrebbe essere in questa foto, diramata dalla polizia giapponese, ma nessuno l’ha ancora individuato.
Sarà forse quello con la busta bianca in mano?








