Sunday afternoon

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BlondeMind

È un pomeriggio di un giorno qualunque, come può esserlo una domenica quando tutti i giorni sono uguali. Il sole splende nel giardino e riflette il bianco candido del muro di cinta e le tegole rosse. Ti guardo prendere per mano le bambine sul vialetto che porta al cancello di ferro, ti sento chiedere a Stella di premere il pulsante per aprirlo senza dover staccare le tue mani dalle loro.

Mentre aspetti che il cancello si apra per uscire in formazione ti volti e mi cerchi con lo sguardo mentre io, dietro la tenda della portafinestra vi osservo silenziosa andare via. Mi soffermo sul tuo volto alla ricerca dell’uomo che ho sposato dieci anni fa senza trovarlo, proprio come tu adesso non trovi me. Sei smarrito, deluso, ma lo saresti ancora di più se vedessi il mio viso. Capiresti che non ci sono più, qui con te, in questa casa dei nostri sogni, come la chiamavi tu una volta, prima che diventasse una prigione.

Capiresti che di quei sogni ho raccolto i cocci con la scopa per poi gettarli via, nella spazzatura, come le cose andate a male.

Il cancello si chiude, sento il rumore della tua auto accendersi e poi allontanarsi fino a scomparire. Non mi hai neanche chiesto di unirmi a voi, forse speravi lo chiedessi io, o semplicemente non volevi ascoltare l’ennesimo rifiuto. O forse, come me, non mi senti più parte della tua vita.

Torno in camera da letto, è ancora quella che abbiamo scelto insieme, dieci anni fa. Non mostra i segni del tempo, lei, perché se così fosse, se ci somigliasse davvero, non avremmo dove dormire, persi tra cumuli di rovine.

Mi sdraio sul letto, dove ormai non faccio altro che contare le ore inutili, prendo il telefono e trovo i messaggi che mi tengono in vita, pezzi di storie per alimentare artificialmente la fame d’amore. Storie che neanche messe tutte insieme riescono a dare un senso al tempo che passa.

Se solo sapessi dove e quando mi sono persa, giuro che uscirei adesso, in piena notte, con addosso solo una maglietta, e mi andrei a cercare. Perché sono certa che mi troverei ancora una volta accovacciata contro un muro, la testa tra le mani, le ginocchia bagnate di lacrime. Però stavolta mi abbraccerei, mi bacerei la fronte e mi direi “non avere paura, questa è l’ultima volta, che ti faccio soffrire”.

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